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domenica 22 marzo 2015

Into - and out of - the woods.

St. Andrew, Black Fen, 2512


Ha lasciato un sentiero di passi inequivocabile, da Black Fen a tuffarsi nella foresta che circonda la palude ghiacciata. Lei, di quelle tradizioni - di quella lingua di quella gente -, non sa assolutamente nulla. La Santissima Muerte è familiare, nera e inquietante. Di quegli dei, gli dei del suo padrone, non vuole neanche conoscere il nome - mormorati urlati invocati come mantra durante sacrifici, preghiere, invocazioni.
Ha bisogno di aiuto, tuttavia, 'ché le donne del villaggio dove vive con Ebwar non la possono aiutare. Non si insultano gli dei rifiutando il dono di un padrone, anche se l'ordine arriva direttamente da lui - 'sì dicono loro, in quell'accento stretto. Jordan Fox ha smesso di credere in qualcosa quando una vecchia di Tartagal le ha letto la mano e ci ha letto rovina - se per lei o per gli altri, non l'ha ancora capito.
E' la Morte a governare questo mondo, e nessun altro.
Ogni nove anni, da tutto St. Andrew, i villaggi valicano le Steep Mountains attraverso l'Eagle Walk, s'inerpicano in strette gole e tumultuosi fiumi per raggiungere quella terra sacra e celebrare il loro credo. E' inevitabile, dunque, trovare in quel brulicante calderone di umanità qualcuno che possa fare al caso suo.
Jordan è sparita da qualche ora, il suo padrone è troppo impegnato a contrattare - schiave terreni alleanze - per badare a lei. Ha smarrito la strada, in quell'intricato labirinto di tronchi bruni che circondano le paludi come una corona, da almeno la metà del tempo. Gratta con un'unghia, distratta, il muschio secco e gelato dal tronco di un albero che dorme sotto le coperte soffici dell'inverno.
Attorno a lei, la foresta è solo rumori rassicuranti e ovattati di rami appesantiti che si scrollano di dosso cumuli di neve e di uccelli che lasciano ricami ordinati di orme sulla neve - quasi fossero i merletti che cuciva Amandine -, sentieri di zampette che si interrompono nel nulla quando le ali si spiegano finalmente nel volo. Uccelli neri che fanno capolino tra alberi bruni, e intorno a lei il bianco accecante che neanche la stella Polaris riesce a riscaldare.
Un corvo gracchia lontano - un soffice frullio di piume d'inchiostro - e improvvisamente si accorge di non essere più sola.
Non ha bisogno di voltarsi e guardare, per capire che il rumore che ha sentito non appartiene a una persona sola; quando ruota su se stessa, ha già il coltello in mano e si allontana velocemente dal tronco per non chiudersi la ritirata alle spalle.
Tre donne vestite di pelli spuntano da dietro la barriera dei tronchi e di alcuni cespugli spogli e irti di spine, apostrofandola in quella lingua che ancora le risulta straniera - ovunque vada, è condannata a non capire ciò che le dicono. Solo Padron Ebwar - e pochi altri - le parla in inglese - le ordina le comanda le impone.
Tiene stretto il coltello da caccia e spinge contro al terzetto di anziane lo sguardo della volpe in trappola, fiera e disperata.
Nessuno parla.
La neve - cristalli sfaccettati dalle mille forme, minuscoli agglomerati di gelo e di luce - le si impiglia soffice tra le ciglia, nella chioma arruffata, nel pelo stropicciato del cappuccio dimenticato sulla schiena.
Serra le nocche - rosse per il freddo - sull'impugnatura per darsi la forza di grattare una richiesta dal fondo della gola, cinta dal collare elettrico.

- Siete voi che potete darmi il Latte di Luna.

La domanda è tremula, graffiata - chi non usa più la voce se non per obbedire - ma non ha sfumatura interrogativa. Ha la fermezza di chi non ha altri a cui rivolgersi, e che non accetterebbe un no come risposta - si sarebbe spezzata anche lei insieme ai rami sottili, sotto il peso della coltre di neve perenne.
Le tre donne si guardano - occhi cerchiati di terra bruna - e Jordan spera con tutta se stessa che abbiano capito la sua richiesta. Si porta una mano al ventre piatto, sopra le pelli cucite, quasi d'istinto - « Liberatene, non mi importa come. »
E' forse quello - quel gesto dettato da chissà quale rimorso o speranza - ad attirare l'attenzione di una delle tre sainter. Ha gli occhi neri come le piume di corvo che nasconde tra i capelli bianchi, e la consapevolezza che colei che si trova di fronte è una schiava, non una donna libera - non ha diritto di scelta.
Parlotta con le altre due anziane per un tempo che le sembra infinito, una stretta d'angoscia allo stomaco e al cuore, così dolorosa che deve sforzarsi per ricacciare un singhiozzo in fondo alla gola - da dove non sarebbe mai dovuto uscire.

- Aye.

Mai avrebbe pensato che un le avesse potuto sollevare tanto il cuore e, nello stesso tempo, affossarlo giù nelle viscere di una indecisione che bussa alle porte solo adesso, quando la parte ancora libera di Jordan si dibatte.
Dentro di lei, c'è qualcuno che potrebbe essere un bastardo o un uomo libero.
E lei sta per sbarazzarsene senza appello.

- Not here.

Sfarfalla le ciglia - non è una lacrima, è il gelo che le brucia i sensi - e torna bruscamente ad osservare le tre donne.
Adesso è l'altra vecchia a parlare, con un cappuccio in testa e i capelli grigi, intrecciati di perline di legno - calca sulle consonanti in un inglese stentato. Brucia la distanza che la separa da Jordan in qualche passo leggero sulla neve, per raggiungerla e afferrarla per il gomito del braccio che regge il coltello.
La esorta a seguirle, mentre già le altre due sono sparite - non ha visto quando - nel folto della foresta innevata. C'è qualcosa di sacro, davvero, e di spirituale nel silenzio che le assorda le orecchie - scricchiolano i suoi passi, incespica sulla neve fresca.
Torce il collo per guardarsi alle spalle, mentre scompare inghiottita dai tronchi e diretta chissà dove. Spera solo di essere di ritorno prima che Padron Ebwar si accorga della sua scomparsa.
La neve, implacabile, cancella il rincorrersi delle loro impronte.

giovedì 16 ottobre 2014

La descrizione di un (tanti) attimo.

Whitmon, Thyatira, 2503

Jordan Fox sente sua madre scopare nell'altra stanza. Le pareti sono troppo sottili, i gemiti troppo alti - il materasso scricchiola sotto il peso dell'ennesimo sconosciuto raccattato non sa dove - perché non le trapanino le orecchie senza riguardo alcuno. La schiena poggiata contro il muro dipinto di azzurro - l'aveva voluto lei, da piccola - la nuca rovesciata contro una crepa che non vuole saperne di chiudersi. Ci prova sempre, si incrosta le unghie di stucco e ci lavora, ma ogni volta è peggio di prima. Quel dannato materasso scricchiola, e una parte di lei si chiede se non sia il caso di battere contro il muro e urlare diavolo, smettila un po' mamma, se Adam ci sa fare sono affaracci tuoi. Se si concentra attentamente, può quasi sincronizzare il respiro con i cigolii delle molle dell'altra stanza. I capelli corti alle spalle, biondi, le solleticano il collo - ricrescono piano piano. Sta chiusa lì dentro e conta la risacca delle onde che si ode in lontananza, lungo la stradina tortuosa - sassi malamente accoccolati l'uno all'altro - che precipita verso il porto. Conta in silenzio e si immagina di non essere lì in quella cameretta, in quella casetta arroccata sulla brulla scogliera di Thyatira. Finestra socchiusa, la brezza tiepida di una sera d'estate - friniscono i grilli nei campi sparpagliati sulle colline - le solletica la pelle. Su Whitmon, anche l'inverno ha l'aria gentile, come fosse un'eterna primavera - pennellate roventi quando viene luglio. Chissà se questo prossimo luglio tornerà Raphael - contrabbandiere pescatore donnaiolo - e le racconterà una nuova storia. Chissà se questo Adam rimarrà più di un paio di orgasmi giorni e sua madre riuscirà finalmente ad essere felice.


Richleaf, Maracay - Tartagal, 2507

Piedi scalzi sullo sterrato di Maracay - Tartagal e i suoi vicoletti, un budello di bile, preghiere e bestemmie. Piove, è la stagione in cui su Richleaf decide di scaricarsi tutta l'acqua che gli ha succhiato la linfa, fino al midollo, rendendolo sabbia rossastra e baracche. La stessa acqua che si rovescia implacabile su tutto Polaris, sulla jungla di Bullfinch - i soldati, al fronte, annaspano nel fango. Jordan Fox se ne frega della Guerra. Se ne frega della campagna invernale, dei bollettini che arrivano di tanto in tanto, in holovisori gracchianti nascosti come tesori in qualche bar. Jordan, invece, balla un lento sotto la pioggia, allacciata a Tulio - dita callose affondate nelle sue ciocche rosa. La tiene stretta, così stretta da mozzarle il fiato - forse, se allentasse la presa, lei correrebbe via e non tornerebbe più indietro. Ha le nocche contratte contro la stoffa fradicia della schiena di lui, dondola piano, senza un ritmo - chitarra scordata, uno dei tanti gitani che brulicano nei quartieri. Balliamo, le ha detto lui - risate Switch e tequila. Non so ballare Tulio. Tranquilla che t'insegno chica, è facile. Segui me, come la prima sera. E Jordan lo segue, cieca e infatuata; lo segue con così tanta fede e ardore che si trascinerebbe in fondo al pozzo buio dei suoi occhi neri, pur di non lasciarlo andare.

Seven Hills, Port Inverness, 2511

La stoffa del maglione è ruvida sulla pelle nuda. Silenziosamente si chiede se non fosse stato meglio metterci qualcosa, sotto la lana. Ha uno shotgun a tracolla e la schiena dritta - sull'attenti Jordan Fox - mentre osserva padron Ebwar trattare con lo schiavista di turno. Fiato che diventa fumo nell'aria gelida, non sa neanche in che mese sono - non importa sono viva. La guardia del corpo dell'altro uomo, un asiatico dagli occhi grigio scuro, la fissa da quando è entrata in quella tenda improvvisata - spinge uno sguardo affilato quanto le sue lame addosso al suo collare elettrico. Jordan dondola sui talloni e arruffa il pelo, mordendosi silenziosamente la lingua per non chiedergli che cazzo hai da guardare muso giallo. Ci sono alcuni schiavi - dissidenti disertori prigionieri di Guerra - che lavorano nelle miniere di carbone - giacimenti poco fuori la capitale - a cui Ebwar è interessato. È comodo rivenderli, posso guadagnarci, dice lui. Charlie scuote il capo in un sorriso macchiato di nero. Respira carbone come tutti gli altri - viscida e densa polvere che impasta i polmoni - e anche se il suo completo è candido come la neve di St. Andrew, tutto questo bianco non laverà la sua coscienza. Non accetta. Ebwar adocchia Jordan, che raddrizza il capo in attesa di ordini - Eimì obbedisce, Eimì obbedisce sempre. Andiamo via, Jordan. Secco, spiccio. Il tono di Ebwar è così diverso quando sono davanti a tutti - il padrone comanda, il padrone pretende. Nella vasca da bagno - bollente nel rigido inverno di Seven Hill - la sua voce è una carezza, le sue mani sono gentili sulle cicatrici ormai rimarginate - non importa, sono bestie quelle che non hanno visto quanto sei bella. Eimì, mia preziosa Eimì.


The 'Verse, Skyplex Hall Point, 2516

Dopo mesi sulla lattina, non ha ancora capito quale sia il fuso orario. Il buio dello spazio - stelle sparse a manciate su velluto blu scuro - è sempre uguale, freddo e inospitale, arroccato contro i larghi finestroni del corridoio panoramico. Il metallo della panchina è scomodo, la divisa rossa e nera è troppo stretta. Occhi verdi fissi sullo schermo del c-pad, le cui ultime notizie - non sa quando non sa perché - rimbombano silenziose dentro la sua testa, al ritmo della lettura silenziosa con cui le sta spingendo tra i pensieri. Qualcosa le azzanna la gola, stringendo come se un paio di mani invisibili le stessero premendo sulla carotide, soffocandola - fame d'aria. Il Core sotto attacco, è strage - la Centrale Elettrica di Timisoara, il boato delle fondamenta che si accartocciano come carta straccia. Lo scarabocchio confuso delle tante persone che conosce - Eddie Daphne Owen 'Ginie Wolf tutti gli altri - le macchia i polmoni di un respiro affannoso. Come Charlie che respirava carbone, su Seven Hill; come Raphael che si asfaltava il fiato di nicotina - su Victory, diceva lui, Raphael è il patrono dei viaggiatori, perché coi contrabbandieri dovrebbe essere diverso?; come Tulio, che mentre le moriva tra le braccia - uno stillicidio scarlatto dalle labbra, sotto le sue mani - sembrava respirasse solo le sue ciocche rosa, 'che tanto l'aria non gli serviva più. Scivola lungo la seduta fino a poggiare la nuca contro lo schienale, rivoltando uno sguardo contro il soffitto e un respiro spezzato. Jordan Fox, per il momento, altro non può fare.

mercoledì 7 maggio 2014

Deep in the back of her mind.

Jordan chiude gli occhi e improvvisamente è di nuovo bambina.
Ha undici anni, un vestitino blu e le ginocchia sbucciate. E' la festa di Thyatira, le barche dei pescatori escono in processione, una dopo l'altra, sul vasto mare buio punteggiato dalla luce delle lanterne di carta. Quando sono al largo, guarda le luci librarsi leggere nell'aria fresca di una sera d'estate, un ringraziamento vecchio come il 'Verse ai primi Coloni, quelli sbarcati su Whitmon dopo il Terraforming, quelli che hanno cominciato a spargere casette come sassolini sulla terra brulla di quell'isoletta.
Nik, il solito Nik, l'ha spinta giù dai gradini lastricati che dalla piazza principale si tuffano per i vicoletti del paesino fino al molo di legno, unico porto dell'isola; l'ha spinta per arrivare primo, e solo Thomas si è guardato alle spalle per controllare che non si fosse fatta troppo male. Thomas dagli occhi blu e i capelli neri, Thomas che la chiama per nome e alza le spalle ai suoi capelli corti - « Non stai male, comunque. ».
Una zazzera bionda e spettinata - gli scherzi di Elija, le risate e una gomma da masticare impigliata tra le ciocche color miele - che si era tagliata da sola, senza nemmeno guardarsi allo specchio.
Jordan osserva le lanterne finché non sono sparite nella manciata di stelle sparse sul cielo, velluto blu scuro, prima di far scivolare apparentemente distratta gli occhi verdi nella folla gremita sul molo di legno - sua madre in un angolo flirta con uno sconosciuto che non la guarda nemmeno -, cercando la sagoma di Tom, da qualche parte. Forse è molto più interessante lui, rispetto alle lanterne.

Jordan chiude gli occhi e improvvisamente è di nuovo ragazzina.
Ha diciassette anni, i capelli rosa e le braccia traforate di buchi. Switch fino a perdere i soldi - il senno il rispetto il controllo. La dignità, quella l'ha già smarrita da qualche parte quando ha accettato di far marchette per Tulio - « Sono per tutti e due, chica, per tutti e due. » -, che si mangia ogni soldo che lei riesce a tirare su scopando con chi decide che vale qualche pesos, al Sangre Amaro in quel di Tartagal.
E' ferma in un vicolo, la schiena nuda contro il muro di lamiera di una delle baracche, le mani strette contro il seno acerbo, il tessuto di una canottiera che una volta aveva tutta la stoffa al punto giusto - non tutti quelli che la pagano sono gentili. Ha uno zigomo pesto - le donne le trattano a ceffoni, al Sangre Amaro - e le banconote stropicciate infilate tra le dita, quasi qualcuno dovesse strappargliele di dosso. Sta cercando di riprendere fiato - inspira espira ispira espira - per andarsene a casa. Non prima di essersi infilata qualche soldo nelle scarpe, dove Tulio non guarda mai. Se per comprarsi altra Switch senza di lui o per farci altro, non è dato sapere.

Jordan chiude gli occhi e improvvisamente è di nuovo ragazza.
Ha ventun'anni, un collare al collo e tanta paura. E' sdraiata su un letto di pellicce, circondata da tre donne anziane che parlano un dialetto stretto di St. Andrew, qualcosa pieno di consonanti e dalle vocali particolarmente aperte. Le piazzano in mano una ciotola di legno colma una bevanda bianca, piuttosto pastosa e dal profumo di latte - « Latte di Luna. » -, ordinandole di berla tutta, fino all'ultima goccia. Farà morire il bambino, riesce a capire a stento, mentre una delle donne le piazza una mano sulla pancia ancora piatta e strofina un paio di volte, recitando una preghiera a lei sconosciuta.
Non è del tutto sicura di volerlo fare, di voler tagliare via quel qualcosa che il suo padrone - Ebwar - le ha piantato nel ventre. Non ha mai riflettuto sulla questione, sull'avere un bambino.
Non lo voglio un bastardo come me.
Svuota la ciotola in un paio di sorsi, storcendo la bocca per l'amaro che le gratta la lingua. Si beve svelta ogni rimpianto di cancellare una vita, spalleggiata dall'egoistica rassicurazione che, comunque, il liberarsi del bambino era un ordine diretto dell'Orso suo Padrone. E per una schiava, questo è già abbastanza.

Jordan chiude gli occhi e improvvisamente è di nuovo lei.
Ha venticinque anni, la pelle dorata dal sole e un lampadario di conchiglie sospeso sul soffitto. Le labbra di Eddie sulla spina dorsale - schiena intrecciata di cicatrici e lentiggini - sgranano le vertebre come grani di un rosario, e le preghiere sono le fusa che sta facendo lei - capelli arruffati e profumati delle lenzuola di lino. La conchiglia bianca che gli ha regalato penzola da un cordino di cuoio, solleticandole la pelle nuda. Whitmon è un angolo di paradiso, lontano da tutti e da tutto quanto anche se solo per una settimana - troppo poco per la pace, troppo senza risposte al suo cortex.
Il silenzio di Lars Wolfwood è l'unica cosa che incrina la sua serenità, ma la bocca del medico che l'è sdraiato addosso torna a reclamare la sua più completa attenzione. C'erano state volte in cui si erano strappati gli abiti di dosso come se fossero stati imbevuti di acido corrosivo e volte in cui non erano nemmeno arrivati a spogliarsi; volte in cui il sesso era stato come un regolamento di conti, la richiesta di una resa - « Non te ne andare. »; c'erano state volte - molte volte - in cui lui le aveva ceduto il controllo, imposto con la tenerezza e la passione, e volte in cui aveva combattuto e la gioia era stata identica sia nella sconfitta che nella vittoria.
Quella particolare mattina, tuttavia, è ben lieta di arrendersi subito e baciargli sulle labbra l'ultimo respiro.

Jordan riapre gli occhi e ciò che vede davanti a sé è la parete screpolata di una cella dei sotterranei di Hall Point.
E' seduta per terra, ha la nuca spalmata contro il muro che confina con la cella di fianco, il naso rotto e una costola incrinata. La canottiera blu stinta ha il bavero macchiato di sangue rappreso che l'ennesima testata di Marshall Lee ha deciso di regalarle.
Tende stancamente una mano verso le sbarre - tintinna un braccialetto d'argento al polso sinistro -, senza volerci davvero arrivare. Lancia una tazza, invece, per far rimbombare metallo contro metallo e svegliare l'occupante della "stanza" accanto - acqua che avrebbe dovuto bere finisce sul pavimento.

« Sveglia Lee, brutto cazzone, dormi da morto. »

Per lo meno, questa volta ha qualcuno con cui parlare. O a cui dare fastidio.