Visualizzazione post con etichetta Background. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Background. Mostra tutti i post

domenica 31 maggio 2015

Did you see the flares in the sky?

The 'Verse, Skyplex Hall Point, 2517

Quella vita l'ha vissuta tanti e tanti momenti.
Ha fissato il tabellone delle partenze da Hall Point, dirette in tutto il 'Verse, centinaia di volte almeno, e almeno metà di quelle centinaia era durante un turno di lavoro.
Quella vita, quella della viaggiatrice per procura, l'ha vissuta negli sguardi della gente frettolosa, negli inseguimenti tra la folla brulicante, negli abbracci e negli addii dei viaggiatori.
Non è questo il caso - non è questo il momento.
Al momento, anche lei ha una valigia in mano - una sacca sulla spalla - e un biglietto in tasca - sola andata, 'che il ritorno è un mistero.
Il 'Verse intero è un mistero, e i mostri nascosti sotto il letto, negli incubi dei bambini - ai confini delle Galassie conosciute - non sono più tanto lontani.


Roanoke, Paris County, 2517

Sono loro ad essere lontani da tutto, sull'ultimo Cielo.
Le sue mani sono viola, secondo Sid - quando gliele tuffa nei capelli, schiantando la bocca contro la sua.
Sono rosse di tutto il sangue che s'è lasciata dietro, rosse della polvere delle strade di Maracay, rosso sbiadito della tinta rosa caramella con cui s'è impiastricciata i capelli.
Le sue mani sono nere di ogni colpa che non è riuscita a lavar via, sono blu come il mare di Whitmon - spelate dalle reti annodate e graffiate dalla salsedine.
Sono verdi dell'erba strappata, dei papaveri lungo il vialetto dei Deveraux, della tintura con cui Madame faceva lavorare lei, Amandine e le altre schiave - tira annoda strizza la stoffa.
Sono bianche della neve di St. Andrew, della farina con cui impastava il pane, della schiuma con cui imbatuffolava le guance di Ebwar per fargli la barba.
Solo un movimento distratto, su quella gola, e sarebbero tornate nuovamente rosse.
Lo stesso rosso che ha immaginato tingere il Latte di Luna, dopo aver ucciso il suo bambino.


The 'Verse, Skyplex Hall Point, 2517

La bambina di Daphne le tira le ciocche arruffate, mentre percorre i corridoi della Stazione.
Ha lasciato la Shouye - è tornata da lei, da Sharon - e questo vuol dire che davvero la fine del 'Verse è vicina.
Forse - si dice, mentre scarrozza in braccio la pupattola verso il Roadhouse - moriranno tutti, o quasi; i sopravvissuti saliranno su altre Arche - come tanti e tanti anni fa - e troveranno nuovi Mondi, nuovi Pianeti, nuovi Cieli vergini da colonizzare.
Gli esseri umani non sono fatti per durare a lungo.
E i confini dell'universo conosciuto, in quel momento, sono solo linee di una mappa stellare tracciata dai piloti che sono stati abbastanza coraggiosi da spingersi nell'ignoto.
Piloti come Edison - uccelli tropicali cuciti sulla camicia stazzonata -, a cui pensa di sfuggita carezzandosi l'interno del gomito.
Spingersi in vena un obbligo, annegati nei neon di Dog Town.


Richleaf, Maracay - Tartagal, 2508

Tulio è collassato sul pavimento lurido della stanza che hanno preso in affitto.
Ha ancora l'ago infilato nel braccio e la siringa tra le dita, ma a giudicare dal respiro pesante - un rantolo, come se un Loa gli si fosse appollaiato tra i polmoni e li strizzasse - ha perso i sensi all'ultima dose, trascinato sul fondo buio e pastoso di Switch.
Jordan lo osserva sdraiata sul divanetto sfondato, il battito che rallenta piano piano; si massaggia in una smorfia dolorante lo zigomo sinistro - diventato viola per la rabbia di colui per cui non ha guadagnato abbastanza pesos.
Più nessuno se la vuole scopare, al Sangre Amaro, dopo che ha piantato un coltello nella schiena dell'ennesimo cliente che non la voleva pagare.
L'amore è una strana cosa, si ritrova a pensare.
L'amore è ciò che la spinge a restare con Hidalgo, ad amarlo e assecondarlo, a bucarsi per sognare con lui un futuro migliore. E' ciò che la spinge ad alzarsi e barcollare fuori, nella sera appena iniziata della brulicante capitale, per cercare qualcosa da mangiare per lei e per l'uomo della sua vita.
Bisbigliano i vicoli, mentre la movida la inghiotte.


Clackline, Magione dei Deveraux, 2509

I sussurri sono troppo alti - fastidiosi, sibilanti -, non può fare a meno di sentirli.
La febbre le sta masticando i nervi, strappandole brandelli di coscienza e infuocandole la schiena massacrata dalla sferza; è quella, probabilmente, ad alterarle tutti i sensi.
Il legno sul tavolaccio su cui è sdraiata prona profuma di fiori - resina e polline -, e l'aria del capanno in cui il dottore ha finito di bendarle la schiena - timo e cotone fradicio - vibra sotto le parole bisbigliate dagli occupanti della stanza.
La credono svenuta, forse.

- .. ncepibile che l'abbiano quasi ammazzata.
- Lo sai come funziona.
- No, Jesus, non lo so.
- Barrow, datti una calmata.
- Finché i termas tratteranno così gli schiavi indisciplinati, non posso calmarmi.

L'accento di Samuel Barrow la culla - una barca sulle paludi fuori Baton Rouge - nell'oblio dell'antidolorifico, fino a perdere nuovamente i sensi.
Sogna di intrecciare margherite tra i capelli di Amandine, che per qualche motivo ha le ciocche bionde di sua madre. E lo stesso cipiglio assente, smarrito, che le ha visto tante e tante volte.
Quello che ha immaginato avrebbe avuto il mattino dopo la sua fuga.


New London, New London, 2517

E' fuggita dallo Skyplex - chiedendo il permesso, come si conviene.
Forse sono le luci dei lampioni a led - bianche come quelle di una sala operatoria, dove tante e tante volte le mani di Eddie l'hanno ricucita - ad illuminare la strada, o forse è il divampare delle esplosioni nel cielo buio, che si tinge di rosso e arancio e giallo e carminio.
Il tramonto di Dorado su Whitmon, rosseggia l'orizzonte come affocato a mare.
O ancora, forse è solo l'istinto - ciò che l'ha sempre guidata - a guidare i suoi passi verso quel grattacielo che buca il cielo di New London, uno dei tanti nella skyline.
Il portiere ha lasciato il suo lavoro per trovarsi un rifugio migliore, 'ché non vuole vedere in faccia un Marauder, 'ché secondo lui saranno i più ricchi del 'Verse a farne per primi le spese. Nessuno ha pensato di dirgli che, probabilmente, li uccideranno prima le radiazioni piuttosto che i barbari delle stelle.
L'ascensore è troppo lento, il corridoio troppo lungo, ma la porta la raggiunge pochi istanti più tardi.

 - Se è l'ennesimo predicatore contro il nucleare o la fine del 'Verse, ne ho già sentiti quattro oggi, quindi può alzare i tacchi.

Sorride, una dolcezza così sottile che le si spezza tra le costole.

- Sono io, Virginie.

Il silenzio attonito dietro la porta e l'armeggiare frenetico con la serratura, per disserrare la porta a scorrimento, le lasciano intendere che quella visita - stavolta - proprio non se l'aspettava.
Rivederla è respirare ossigeno dopo mesi di apnea - è sempre stato così.
Sorride di nuovo, e per una volta Jordan Fox è davvero felice.
Non le lascia neanche aprire bocca per domandare cosa ci faccia lì - perché ha attraversato mezza galassia in subbuglio per bussare alla sua porta.

- Ho deciso che la fine del 'Verse, se davvero deve arrivare, la voglio vedere con te.



You didn't ask for this
Nobody ever would
Caught in the middle of this dysfunction
It's your sad reality
It's your messed up family tree
And all your left with all these questions

Are you gonna be like your father was and his father was?
Do you have to carry what they've handed down?

No, this is not your legacy
This is not your destiny
Yesterday does not define you
No, this is not your legacy
This is not your meant to be
I can break the chains that bind you

I have a dream for you
It's better than where you've been
It's bigger than your imagination
You're gonna find real love
And you're gonna hold your kids
You'll change the course of generations

Cause you're my child
You're my chosen
You are loved
You are loved

And I will restore
All that was broken
You are loved
You are loved

And just like the seasons change
Winter into spring
You're brining new life to your family tree now

mercoledì 15 aprile 2015

It's lust at first sight.

Richleaf, Maracay - Tartagal, 2507


Erano stati passi distratti a portarla lì, senza che davvero sapesse dove la stessero conducendo. Si era tinta i capelli biondi nel bagno dello spazioporto di Sieg, prima di partire, e l'unico colore che costava sufficientemente poco da poterselo permettere con i pochi spiccioli che aveva in tasca era il rosa. Il fugace lampo dello sguardo di disapprovazione della madre le sfarfallò in mente, svelto come il ragazzino che le era sfilato al fianco sfilandole ciò che rimaneva dei soldi.
Jordan Fox, nel guardarsi attorno terrorizzata ma affascinata, mostrava tutta l'ingenuità di chi è cresciuto su un'isola e non crede sia possibile trovare così tante persone ammassate in un luogo.
Maracay sembrava un gigantesco formicaio, brulicante di vita e passanti frettolosi - ben lontani dall'operosità dell'insetto cui si ispirava. Tartagal, uno spicchio di quell'arancia sanguigna, era un calderone di odori e voci, un budello di viottole sterrate, un labirinto in cui era fin troppo facile smarrire se stessi.
E al momento, con i suoi capelli color caramella e la sacca sulla spalla, dopo aver passato fin troppo tempo sdraiata sul pavimento della stazione degli autobus, lei era tutt'altro consapevole di cosa ci facesse in quel posto.
Mento alzato ad osservare, sconfitta ed esausta, l'insegna traballante di una bettola come tante, illuminata fiocamente dalla luce aranciata proveniente dall'interno del locale.
Entrarci e farsi largo a gomitate verso il bancone, incespicando in decine di sconosciuti ubriachi, fu solo questione di scelte - e di sete.

- Que tomo?

La lingua la colse alla sprovvista, liscia come seta ma sporca della stessa polvere rossastra che le aveva imbrattato le scarpe, fin lì. Non riuscì a rispondere nulla di concreto e rimase lì, per qualche secondo buono, a boccheggiare come un pesce rosso senz'acqua, le nocche strette al bordo del bancone - aggrappata all'unica cosa che non pare girarle sotto i piedi.
Il tonfo di qualcuno che si schianta contro il legno lercio del bancone, al suo fianco sinistro, la fece sobbalzare come un animaletto selvatico, spaventata.
Era un ragazzo poco di grande di lei, dagli arruffati capelli biondi e dal sorriso furioso - crudo, come la risata estasiata che gli sgorgò dalle labbra poco dopo, mentre si massaggiava una guancia su cui spiccava il segno rosso delle cinque dita.
Jordan, seguendo la direzione del suo riso, trascinò uno sguardo titubante a seguire la schiena di una bruna piuttosto procace sparire, inghiottita nella folla che si dimenava al ritmo di una musica indiavolata.
Fu il formicolio di un paio di occhi fissi su di lei a farle torcere nuovamente il collo per incontrare lo sguardo del ragazzo spintonato contro il bancone; una morsa le serrò lo stomaco, inchiodata da un paio di occhi blu, lucidi di curiosità e di qualcos'altro, probabilmente - alcol, switch, all'epoca non sapeva ancora nulla di come girava il 'Verse.

- Ehi chica.

Di nuovo quella lingua. La sua ordinazione era un ricordo ormai lontano, accantonato in un angolo remoto del cervello, soppiantato bruscamente dal bisogno di ossigeno.
Non si era neanche accorta di aver smesso di respirare.

- Non parli maraqueño, anh?

L'inglese di quel giovanotto era stentato, gonfio di consonanti, deliziosamente strafottente come quel sorriso che sembrava inciso direttamente contro la sua bocca.
Jordan scosse il capo un paio di volte, scrollando le lunghe ciocche rosa e facendolo ridacchiare nuovamente.

- Vale, cos'è che vuoi?

Chiederle l'età non sembrava neanche nei suoi programmi e una parte di lei si complimentò silenziosamente con se stessa, per l'ottimo lavoro fatto in quel travestimento. Foxie era rimasta sulla spiaggia di Thyatira ad aspettare il traghetto per Sieg, c'era solo Jordan in quel momento.
In quel posto, in quell'istante.

- Scegli tu.

Non voleva essere civettuola, ma a giudicare dall'occhiata che il ragazzo le spinse addosso, da capo a piedi fino ad arrampicarsi nuovamente verso l'alto, qualcosa nel suo accento musicale gli aveva suggerito tutt'altro.

- Tequila.

Ordinò lui, senza neanche guardare il barista ma alzando una mano con la spavalderia di chi, in quel posto, ci ha passato anche fin troppo tempo. Anche Jordan non riusciva a staccargli gli occhi di dosso, quasi fosse magnetico. Era bello in un modo che faceva quasi male, e il paio di nei sul collo, i segni rossi vicini allo scollo stazzonato della maglia bianca - oscenamente consunta - le facevano venire in mente pensieri molto meno innocenti di quelle uscite in barca con Thomas.

- Com'è che ti chiami?

Nuovamente, raschiò un respiro dal fondo della gola, concedendo ai polmoni la tregua di riprendere a respirare normalmente - fumo dolciastro polvere e sudore.

- Jordan.

Lui sogghignò, un guizzo in fondo agli occhi blu - un'onda in quel mare liquido, in cui la pupilla era una barca smarrita in tempesta.

- Io sono Tulio. E se non sei ubriaca .. - le tese lo shot di tequila appena arrivato, raso fino all'orlo - .. sei nel posto sbagliato.

E fu in quel momento, quando il primo shot di tequila le ustionò la gola e la coscienza, che Jordan Fox sentì di essere esattamente dove doveva essere.


domenica 22 marzo 2015

Into - and out of - the woods.

St. Andrew, Black Fen, 2512


Ha lasciato un sentiero di passi inequivocabile, da Black Fen a tuffarsi nella foresta che circonda la palude ghiacciata. Lei, di quelle tradizioni - di quella lingua di quella gente -, non sa assolutamente nulla. La Santissima Muerte è familiare, nera e inquietante. Di quegli dei, gli dei del suo padrone, non vuole neanche conoscere il nome - mormorati urlati invocati come mantra durante sacrifici, preghiere, invocazioni.
Ha bisogno di aiuto, tuttavia, 'ché le donne del villaggio dove vive con Ebwar non la possono aiutare. Non si insultano gli dei rifiutando il dono di un padrone, anche se l'ordine arriva direttamente da lui - 'sì dicono loro, in quell'accento stretto. Jordan Fox ha smesso di credere in qualcosa quando una vecchia di Tartagal le ha letto la mano e ci ha letto rovina - se per lei o per gli altri, non l'ha ancora capito.
E' la Morte a governare questo mondo, e nessun altro.
Ogni nove anni, da tutto St. Andrew, i villaggi valicano le Steep Mountains attraverso l'Eagle Walk, s'inerpicano in strette gole e tumultuosi fiumi per raggiungere quella terra sacra e celebrare il loro credo. E' inevitabile, dunque, trovare in quel brulicante calderone di umanità qualcuno che possa fare al caso suo.
Jordan è sparita da qualche ora, il suo padrone è troppo impegnato a contrattare - schiave terreni alleanze - per badare a lei. Ha smarrito la strada, in quell'intricato labirinto di tronchi bruni che circondano le paludi come una corona, da almeno la metà del tempo. Gratta con un'unghia, distratta, il muschio secco e gelato dal tronco di un albero che dorme sotto le coperte soffici dell'inverno.
Attorno a lei, la foresta è solo rumori rassicuranti e ovattati di rami appesantiti che si scrollano di dosso cumuli di neve e di uccelli che lasciano ricami ordinati di orme sulla neve - quasi fossero i merletti che cuciva Amandine -, sentieri di zampette che si interrompono nel nulla quando le ali si spiegano finalmente nel volo. Uccelli neri che fanno capolino tra alberi bruni, e intorno a lei il bianco accecante che neanche la stella Polaris riesce a riscaldare.
Un corvo gracchia lontano - un soffice frullio di piume d'inchiostro - e improvvisamente si accorge di non essere più sola.
Non ha bisogno di voltarsi e guardare, per capire che il rumore che ha sentito non appartiene a una persona sola; quando ruota su se stessa, ha già il coltello in mano e si allontana velocemente dal tronco per non chiudersi la ritirata alle spalle.
Tre donne vestite di pelli spuntano da dietro la barriera dei tronchi e di alcuni cespugli spogli e irti di spine, apostrofandola in quella lingua che ancora le risulta straniera - ovunque vada, è condannata a non capire ciò che le dicono. Solo Padron Ebwar - e pochi altri - le parla in inglese - le ordina le comanda le impone.
Tiene stretto il coltello da caccia e spinge contro al terzetto di anziane lo sguardo della volpe in trappola, fiera e disperata.
Nessuno parla.
La neve - cristalli sfaccettati dalle mille forme, minuscoli agglomerati di gelo e di luce - le si impiglia soffice tra le ciglia, nella chioma arruffata, nel pelo stropicciato del cappuccio dimenticato sulla schiena.
Serra le nocche - rosse per il freddo - sull'impugnatura per darsi la forza di grattare una richiesta dal fondo della gola, cinta dal collare elettrico.

- Siete voi che potete darmi il Latte di Luna.

La domanda è tremula, graffiata - chi non usa più la voce se non per obbedire - ma non ha sfumatura interrogativa. Ha la fermezza di chi non ha altri a cui rivolgersi, e che non accetterebbe un no come risposta - si sarebbe spezzata anche lei insieme ai rami sottili, sotto il peso della coltre di neve perenne.
Le tre donne si guardano - occhi cerchiati di terra bruna - e Jordan spera con tutta se stessa che abbiano capito la sua richiesta. Si porta una mano al ventre piatto, sopra le pelli cucite, quasi d'istinto - « Liberatene, non mi importa come. »
E' forse quello - quel gesto dettato da chissà quale rimorso o speranza - ad attirare l'attenzione di una delle tre sainter. Ha gli occhi neri come le piume di corvo che nasconde tra i capelli bianchi, e la consapevolezza che colei che si trova di fronte è una schiava, non una donna libera - non ha diritto di scelta.
Parlotta con le altre due anziane per un tempo che le sembra infinito, una stretta d'angoscia allo stomaco e al cuore, così dolorosa che deve sforzarsi per ricacciare un singhiozzo in fondo alla gola - da dove non sarebbe mai dovuto uscire.

- Aye.

Mai avrebbe pensato che un le avesse potuto sollevare tanto il cuore e, nello stesso tempo, affossarlo giù nelle viscere di una indecisione che bussa alle porte solo adesso, quando la parte ancora libera di Jordan si dibatte.
Dentro di lei, c'è qualcuno che potrebbe essere un bastardo o un uomo libero.
E lei sta per sbarazzarsene senza appello.

- Not here.

Sfarfalla le ciglia - non è una lacrima, è il gelo che le brucia i sensi - e torna bruscamente ad osservare le tre donne.
Adesso è l'altra vecchia a parlare, con un cappuccio in testa e i capelli grigi, intrecciati di perline di legno - calca sulle consonanti in un inglese stentato. Brucia la distanza che la separa da Jordan in qualche passo leggero sulla neve, per raggiungerla e afferrarla per il gomito del braccio che regge il coltello.
La esorta a seguirle, mentre già le altre due sono sparite - non ha visto quando - nel folto della foresta innevata. C'è qualcosa di sacro, davvero, e di spirituale nel silenzio che le assorda le orecchie - scricchiolano i suoi passi, incespica sulla neve fresca.
Torce il collo per guardarsi alle spalle, mentre scompare inghiottita dai tronchi e diretta chissà dove. Spera solo di essere di ritorno prima che Padron Ebwar si accorga della sua scomparsa.
La neve, implacabile, cancella il rincorrersi delle loro impronte.

domenica 22 febbraio 2015

Fireflies.

Clackline, Magione dei Deveraux, 2509

Le schiave dei Deveraux dormono nella dépendance, un casotto di legno di fianco alla proprietà principale. Dieci letti in una stanza sola, uno accanto all'altro - l'armadio non serve, i vestiti appartengono ai Termas, che ne donano uno a ciascuna di loro; se ne devono prendere cura: rammendarlo se si consuma, lavarlo quando si sporca. Uno dei doveri delle schiave è essere sempre presentabili, dato che entrano in casa e si mostrano agli occhi della padrona, delle figlie della padrona - a Wanda piace tanto intrecciare i riccioli neri di Amandine.
Jordan ha appena finito di cucire uno strappo nella sottana di cotone - s'è bucata le dita tre volte, masticando imprecazioni sottovoce, per non svegliare nessuno. La luce della luna che filtra dalla piccola finestra, sotto cui è seduta, non è la compagna ideale per un rammendo come si deve. Solleva il semplice abito che appartiene a lei da quasi due anni, rimirandolo con aria corrucciata; sbircia proprio Amandine, placidamente addormentata due letti più in là, pensando che lei avrebbe sicuramente fatto un lavoro migliore.
Sospira, mentre gli occhi verdi scivolano di nuovo fuori, oltre il vetro sottile, indagando la notte che circonda il grande giardino della casa coloniale. Sfarfalla le ciglia - solo un istante.
Improvvisamente, una miriade di faville bianche, luminose in quella notte afosa, danzano leggiadre nel buio. E' un fluttuare così svelto - un respiro stupito - che l'attimo dopo sono già scomparse nel mare di fili d'erba, tra le ombre dei peschi, tra le pannocchie oltre la staccionata.
E' talmente svelto che nemmeno Jordan si accorge di essere uscita incespicando dal capanno - in sottoveste, scalza sulla terra bruna, umida di rugiada - per inseguire alla cieca quelle scintille. Nemmeno il tempo passato - una vita fa, troppe vite fa - le ha fatto dimenticare cosa raccontava sua madre sulle lucciole - quando ancora non era Fox, ai suoi occhi, ma era soltanto Jordan.
Leggenda - mormorava sua madre, tra le sue ciocche bionde - vuole che non siano altro che scintille di esistenze finite, vite stroncate con violenza e ancora irrimediabilmente aggrappate a quell'ombra di essenza che possono chiamare Vita - racconti bisbigliati nella notte dei tempi e, misteriosamente, giunti intatti nei Quaranta Cieli. Sono coloro che hanno preferito bruciare in eterno, piuttosto che spegnersi chissà dove, e il Cielo li ha puniti, poiché le anime ardenti non possono andare lassù.
Jordan alza gli occhi contro il cielo buio, punteggiato di stelle - diamanti su velluto blu scuro - prima di cercare ancora nell'erba i luccichii di quella leggenda.
L'umida estate di Clackline arriccia i capelli sul collo - domani al Mercato di Baton Rounge sarà infernale.
E di nuovo, proprio quando ha quasi rinunciato e gira su se stessa - un fruscio di fili bui - per tornare al capanno, le vede: decine, centinaia di lucciole brillano nel silenzio afoso, sulla terra smossa dell'orto dietro la magione - pietre preziose, ricamate con perizia sulle zolle scure.
Una galassia in miniatura, sentieri che avrebbe potuto seguire con la prima nave per scappare da quella prigione - il collare di cuoio irrita la pelle sudata.
Eppure, resta lì.
Una parte di lei si chiede silenziosamente se tra quelle lucciole non ci sia anche Tulio, arso per un desiderio che gli faceva urlare le vene e l'ha trascinato a fondo con un buco nelle viscere.
Forse - ma solo forse - il suo momento di bruciare non è ancora arrivato.



Roanoke, Takoma Springs, 2517

Non vuole aprire gli occhi.
Non può farlo, non ricorda perché ma sa semplicemente che quel dolore nascosto in fondo al petto - ogni respiro, una coltellata alle costole - tornerebbe, se lo facesse.
L'abbraccio della febbre - qualcuno le ha aperto il fianco e ci ha frugato dentro - non è dissimile da quello di un amante: medesime sfumature di rosa e di abbandono, pellicole di sudore e veli di spossatezza sulle membra riverse; il petto che si alza e si abbassa con affanno, un rantolo superficiale.
Sa cos'è successo - ricorda ogni pugno, ogni parola.
Ricorda che le sue mani, poco tempo prima, l'avevano stretta in ben altro modo.
Sa cos'è successo fin troppo bene, ma gli antidolorifici con cui l'hanno stordita - improvvisamente ha ancora 17 anni e la switch che le mastica i nervi - hanno il potere di annebbiare tutto quanto. Si ritrova a vagare in una foschia densa, il soffitto della stanza del Why Not sembra sciogliersi, a volte, altre volte si agita scosso dal vento gelido che spazzava Flame, su St. Andrew.
Ingoia il fiotto amaro della vergogna, nutrendosi di un veleno che la infetta - un colpo di tosse, una martellata allo sterno - ma di cui non sembra riuscire a fare a meno.
Si stropiccia gli occhi serrati - le ciglia, senza trucco, sono soffici e bionde - e rivede le stesse lucciole che gironzolavano nelle notti di Clackline, pulsare oltre le sue palpebre chiuse.
E' in quel momento che si decide, finalmente, ad aprire gli occhi.
Ci ha letto chissà cosa, in quel sentiero luminoso - qualcosa che sta digitando sul cortex recuperato dal comodino di fianco al letto, a fatica.

« Se ti si rivela illuminante, dovresti prenderle più spesso. »

sabato 31 gennaio 2015

Deep water.

Whitmon, Thyatira, 2503

I sassolini della scogliera su cui è affacciata Jordan Fox le solleticano le dita dei piedi, scalza sul baratro che precipita giù, per venti metri buoni, fino a tuffarsi nelle onde della costa frastagliata di Thyatira. Chi bazzica da quelle parti, conosce quel posto come il Salto degli Sposi; leggenda vuole che due innamorati, tanti anni fa, si siano presi per mano e siano saltati insieme giù dallo strapiombo.
Il perché, non l'ha mai saputo nessuno.
Non guardare giù non guardare giù non guardare.
Gli occhi verdi sono fissi sull'orizzonte, l'aria salmastra le gonfia i polmoni dello stesso respiro accelerato che, ormai, la tormenta da quando ha accettato quella stupida scommessa.

- Scommetto che non ce la fai, Foxie.
- Mangiati la lingua, Welsh.

In quel momento, con le vertigini che le serrano la gola rischiando di farla vomitare, avrebbe tanto voluto ingoiarsela lei, la lingua, e maledirsi per aver accolto l'ennesima provocazione di Elija.
La brezza frusta le corte ciocche bionde - tagliate per rabbia - e la veste di pelle d'oca, 'ché l'abitino azzurro che indossa non è sufficiente a ripararla dall'aria pungente di una mattina di settembre.
L'angoscia fa tutto il resto.

- Prima di domani, magari.

Il ridacchiare sommesso del terzetto che le sta fissando la schiena la fa rabbrividire ancora di più - serra i pugni contro i fianchi, per non doversi girare e usarli contro di loro.
La cattiveria dei dodicenni non ha limiti - se anche avesse voluto, saltare sarebbe stato l'unico modo di andarsene di lì senza un occhio nero.

- Come on, Eli, non vedi che ha paura?

Thomas e la sua preoccupazione - avrebbe dovuto imparare a nasconderla meglio, si disse lei.
Ma Elija non coglie l'urgenza nel tono dell'amico, rigirandolo a suo piacimento.

- Certo che ha paura. Right, Fox?
Silenzio.
- Ammetti di essere una codarda, oltre che una bastarda.

Non c'è nessuna ammissione, per qualcosa che ti ha marchiato alla nascita senza appello.
Jordan, questo, lo sa fin troppo bene.
Chiude gli occhi - infine - e prende un respiro denso, cancellando in un colpo di spugna le risate di Elija e di Nick, il tentativo di Tom di farle fare un passo indietro - farle ingoiare, per non ammazzarsi, la sabbia del fallimento.
No, non l'avrebbe permesso un'altra volta.
Quando muove l'ultimo passo in avanti, nel vuoto, i sogghigni dei suoi aguzzini spariscono davvero.
Si chiede, precipitando in un urlo silenzioso, se anche i due sposi avessero provato la stessa sensazione - l'aria risucchiata dai polmoni in venti metri di nulla.



Clackline, Magione dei Deveraux, 2508

Infrange la superficie dell'acqua quando trattenere il respiro ha cominciato a farle pizzicare i polmoni, appannandole la vista e facendole formicolare le braccia.
Riprende fiato, levandosi le fradicie ciocche rosa - stanno sbiadendo, piano piano - dagli occhi, per poter rimettere a fuoco, in uno sfarfallio delle ciglia chiare, la sagoma seduta nella vasca davanti a lei.

- ..rdan, mi ascolti?
- Anh?
- You stenli? You standerun?

L'Escravit continua a risultarle assolutamente incomprensibile, la maggiorparte delle volte; sembra che il suo cervello non riesca a invertire correttamente le sillabe dell'inglese, e per di più si limita a districare pensieri aggrovigliati per comprendere almeno il senso di ciò che Amandine cerca di dirle.

- Jesus, non puoi parlare in inglese?
- Non lo so molto bene. E tu devi imparare.

Jordan sospira, poggiando la schiena - ancora dolorante - alla superficie in porcellana candida della vasca in cui sono sprofondate fino al collo. Alle schiave dei Deveraux sono concessi ogni due giorni dieci minuti per il bagno, a coppie, e nessuno o quasi vuole perdere tempo con Jordan, scontrosa e intrattabile. La schiava più anziana - la più fedele - che possiedono, Annette, la odia da quando è stata venduta alla tenuta e ci ha messo piede la prima volta. Jordan Fox insulta l'onore della servitù - così le piace definirsi - e rende triste la padrona, se l'è meritate quelle frustate.
L'acqua tiepida è piacevole, sulle ferite in lenta guarigione; è il primo bagno che il dottor Mason le ha permesso di fare, dopo settimane. Barrow l'ha tallonata come un cagnolino, per evitare che le piaghe scavate dalle frustate si riaprissero.

- Ricominciamo.

Alza gli occhi al cielo, scivolando a fissare i tratti ancora acerbi di Amandine - pelle color caramello, zucchero bruciato - e domandandosi chi, in futuro, avrebbe acquistato quel fiore in boccio che promette di diventare splendido.

- Non ne ho voglia.
- Meco on, Jordan, just a tlelit bit.
- What the hell, Amandine, sembra che ti sia annodata la lingua.

La ragazzina ridacchia, alzandosi in piedi per uscire dalla vasca e recuperare gli asciugamani per entrambe. Jordan la segue con lo sguardo, distratta, il mento poggiato al bordo della vasca. Sta pensando a qualcosa, probabilmente, a giudicare dall'espressione assente.
Si tormenta l'incavo dei gomiti - bucherellati come merletti.

- Jordie ..

Amandine la richiama, di nuovo, tendendole un asciugamano di tela - il lino è per la padrona.
Lei sospira, uscendo dalla vasca e strappandole di mano il telo, per avvolgersi - la vergogna di quegli sfregi sulla schiena è più forte del pudore.

- Fine, where were we?

Il sorriso della piccola schiava, e la ripresa dell'elenco di parole che deve imparare, la distolgono dal pensiero fisso di ciò che avrebbe voluto spingersi in vena - ancora, fino a stare male, fino a dimenticare il collare di cuoio che le serra il collo.
Come se davvero la Switch avesse mai funzionato, contro i fantasmi.

giovedì 16 ottobre 2014

La descrizione di un (tanti) attimo.

Whitmon, Thyatira, 2503

Jordan Fox sente sua madre scopare nell'altra stanza. Le pareti sono troppo sottili, i gemiti troppo alti - il materasso scricchiola sotto il peso dell'ennesimo sconosciuto raccattato non sa dove - perché non le trapanino le orecchie senza riguardo alcuno. La schiena poggiata contro il muro dipinto di azzurro - l'aveva voluto lei, da piccola - la nuca rovesciata contro una crepa che non vuole saperne di chiudersi. Ci prova sempre, si incrosta le unghie di stucco e ci lavora, ma ogni volta è peggio di prima. Quel dannato materasso scricchiola, e una parte di lei si chiede se non sia il caso di battere contro il muro e urlare diavolo, smettila un po' mamma, se Adam ci sa fare sono affaracci tuoi. Se si concentra attentamente, può quasi sincronizzare il respiro con i cigolii delle molle dell'altra stanza. I capelli corti alle spalle, biondi, le solleticano il collo - ricrescono piano piano. Sta chiusa lì dentro e conta la risacca delle onde che si ode in lontananza, lungo la stradina tortuosa - sassi malamente accoccolati l'uno all'altro - che precipita verso il porto. Conta in silenzio e si immagina di non essere lì in quella cameretta, in quella casetta arroccata sulla brulla scogliera di Thyatira. Finestra socchiusa, la brezza tiepida di una sera d'estate - friniscono i grilli nei campi sparpagliati sulle colline - le solletica la pelle. Su Whitmon, anche l'inverno ha l'aria gentile, come fosse un'eterna primavera - pennellate roventi quando viene luglio. Chissà se questo prossimo luglio tornerà Raphael - contrabbandiere pescatore donnaiolo - e le racconterà una nuova storia. Chissà se questo Adam rimarrà più di un paio di orgasmi giorni e sua madre riuscirà finalmente ad essere felice.


Richleaf, Maracay - Tartagal, 2507

Piedi scalzi sullo sterrato di Maracay - Tartagal e i suoi vicoletti, un budello di bile, preghiere e bestemmie. Piove, è la stagione in cui su Richleaf decide di scaricarsi tutta l'acqua che gli ha succhiato la linfa, fino al midollo, rendendolo sabbia rossastra e baracche. La stessa acqua che si rovescia implacabile su tutto Polaris, sulla jungla di Bullfinch - i soldati, al fronte, annaspano nel fango. Jordan Fox se ne frega della Guerra. Se ne frega della campagna invernale, dei bollettini che arrivano di tanto in tanto, in holovisori gracchianti nascosti come tesori in qualche bar. Jordan, invece, balla un lento sotto la pioggia, allacciata a Tulio - dita callose affondate nelle sue ciocche rosa. La tiene stretta, così stretta da mozzarle il fiato - forse, se allentasse la presa, lei correrebbe via e non tornerebbe più indietro. Ha le nocche contratte contro la stoffa fradicia della schiena di lui, dondola piano, senza un ritmo - chitarra scordata, uno dei tanti gitani che brulicano nei quartieri. Balliamo, le ha detto lui - risate Switch e tequila. Non so ballare Tulio. Tranquilla che t'insegno chica, è facile. Segui me, come la prima sera. E Jordan lo segue, cieca e infatuata; lo segue con così tanta fede e ardore che si trascinerebbe in fondo al pozzo buio dei suoi occhi neri, pur di non lasciarlo andare.

Seven Hills, Port Inverness, 2511

La stoffa del maglione è ruvida sulla pelle nuda. Silenziosamente si chiede se non fosse stato meglio metterci qualcosa, sotto la lana. Ha uno shotgun a tracolla e la schiena dritta - sull'attenti Jordan Fox - mentre osserva padron Ebwar trattare con lo schiavista di turno. Fiato che diventa fumo nell'aria gelida, non sa neanche in che mese sono - non importa sono viva. La guardia del corpo dell'altro uomo, un asiatico dagli occhi grigio scuro, la fissa da quando è entrata in quella tenda improvvisata - spinge uno sguardo affilato quanto le sue lame addosso al suo collare elettrico. Jordan dondola sui talloni e arruffa il pelo, mordendosi silenziosamente la lingua per non chiedergli che cazzo hai da guardare muso giallo. Ci sono alcuni schiavi - dissidenti disertori prigionieri di Guerra - che lavorano nelle miniere di carbone - giacimenti poco fuori la capitale - a cui Ebwar è interessato. È comodo rivenderli, posso guadagnarci, dice lui. Charlie scuote il capo in un sorriso macchiato di nero. Respira carbone come tutti gli altri - viscida e densa polvere che impasta i polmoni - e anche se il suo completo è candido come la neve di St. Andrew, tutto questo bianco non laverà la sua coscienza. Non accetta. Ebwar adocchia Jordan, che raddrizza il capo in attesa di ordini - Eimì obbedisce, Eimì obbedisce sempre. Andiamo via, Jordan. Secco, spiccio. Il tono di Ebwar è così diverso quando sono davanti a tutti - il padrone comanda, il padrone pretende. Nella vasca da bagno - bollente nel rigido inverno di Seven Hill - la sua voce è una carezza, le sue mani sono gentili sulle cicatrici ormai rimarginate - non importa, sono bestie quelle che non hanno visto quanto sei bella. Eimì, mia preziosa Eimì.


The 'Verse, Skyplex Hall Point, 2516

Dopo mesi sulla lattina, non ha ancora capito quale sia il fuso orario. Il buio dello spazio - stelle sparse a manciate su velluto blu scuro - è sempre uguale, freddo e inospitale, arroccato contro i larghi finestroni del corridoio panoramico. Il metallo della panchina è scomodo, la divisa rossa e nera è troppo stretta. Occhi verdi fissi sullo schermo del c-pad, le cui ultime notizie - non sa quando non sa perché - rimbombano silenziose dentro la sua testa, al ritmo della lettura silenziosa con cui le sta spingendo tra i pensieri. Qualcosa le azzanna la gola, stringendo come se un paio di mani invisibili le stessero premendo sulla carotide, soffocandola - fame d'aria. Il Core sotto attacco, è strage - la Centrale Elettrica di Timisoara, il boato delle fondamenta che si accartocciano come carta straccia. Lo scarabocchio confuso delle tante persone che conosce - Eddie Daphne Owen 'Ginie Wolf tutti gli altri - le macchia i polmoni di un respiro affannoso. Come Charlie che respirava carbone, su Seven Hill; come Raphael che si asfaltava il fiato di nicotina - su Victory, diceva lui, Raphael è il patrono dei viaggiatori, perché coi contrabbandieri dovrebbe essere diverso?; come Tulio, che mentre le moriva tra le braccia - uno stillicidio scarlatto dalle labbra, sotto le sue mani - sembrava respirasse solo le sue ciocche rosa, 'che tanto l'aria non gli serviva più. Scivola lungo la seduta fino a poggiare la nuca contro lo schienale, rivoltando uno sguardo contro il soffitto e un respiro spezzato. Jordan Fox, per il momento, altro non può fare.

domenica 29 giugno 2014

Holding hands while the walls come tumbling down.

Richleaf, Maracay - Tartagal, 2507

Era una dura, si ripeteva sempre.
Era una da cui guardarsi, a cui stare attenti, che non si faceva problemi a prenderti a pugni se pensava l'avessi fissata in un modo che non le piaceva.
In realtà, aveva solo l'aria randagia di una creaturina affamata - come sei mesi lontana da casa possono consumare la carne e l'esistenza.
Lì, riflessa nella sporca vetrina di un bar, dimostrava più anni di quelli che indicava il suo idn chip nel polso destro e aveva gli occhi - verde bistrato di nero, gatta selvatica - di chi è pronta davvero a qualsiasi cosa pur di mangiare.

« Che cazzo fai, Jor? »

La voce musicale di Tulio - inglese masticato dal maraqueno, sporco e confuso - la fa sussultare. Allontana svelta i polpastrelli dal vetro rovinato; sotto il sole bollente della stella Polaris, le strade sono deserte e insolitamente tranquille - la sacra ora della siesta.
Le cicale gracchiano un gran fracasso tra le lamiere delle baracche, sapientemente mescolate a palazzi alti e raffinati, rari e sporadici - frutti rimasti di un albero che è stato spremuto di ogni linfa da insetti affamati.

« Niente. »

Si sente improvvisamente stupida, sotto gli occhi scuri di Tulio - torbidi e neri un burrone dietro le ciglia -, in quella constatazione colpevole della bimba colta con le mani nella marmellata, che urla tutti i suoi sedici anni - tutta la sua ingenuità.
Il ragazzo ride, piuttosto sguaiato, prima di afferrarla per un gomito e trascinarla via dalla vetrina, scuotendo rassegnato il capo.

« Ahi querida, non fare la cagna che mendica un osso. Ti ci porto io a mangiare. »

Jordan non sa ancora se fidarsi fino in fondo di lui - una diffidenza che comincia a nascere, crescere, piantar radici profonde -, conosciuto solo due mesi prima in una bettola come tante.
La sua prima volta, la sua prima sbornia.

« Stai con me e vedi che Maracay ti offrirà tutto quanto. »

Forse è la fame, forse una sciocca infatuazione - forse 'ché non ha nessun altro, su quel Pianeta sperduto nel 'Rim. Non ha ancora capito, dopo tutti questi anni, cosa effettivamente le fece serrare le dita affusolate attorno a quelle ruvide di Hidalgo, seguendolo ovunque lui volesse, facendo qualsiasi cosa comandasse.
Intercetta nuovamente il suo riflesso nella vetrina del locale - dentro, una vecchia partita di Pyramid su un holotelevisore traballante di interferenze.
Si accorge - uno sfarfallio allo stomaco - di non riuscire
a ricordare chi è per almeno quindici, assurdi secondi. Non ha paura; è semplicemente qualcun altro, una sconosciuta, e tutta la sua vita era una vita stregata, la vita di un fantasma - capelli rosa tinti nello Spazioporto di Sieg prima di prendere un Wyoming e non voltarsi più indietro.
Era a metà strada fra una stella e l'altra del 'Verse, al confine tra il Border della sua giovinezza e il 'Rim del suo futuro.
Sparendo con Tulio lungo uno dei tanti vicoletti di Tartagal, uno dei mocciosi della Regina del Voodoo la fissa nascosto tra due cassoni dietro quello stesso bar, frugando tra gli avanzi se c'è qualche briciola per lui.
Jordan prega, prega la Santissima Muerte di non dover mai guardare qualcuno con quegli occhi.



Richleaf, Maracay - Tartagal, 2516

Forse è in quello stesso bar di quasi dieci anni fa - non ricorda, ci è arrivata a tentoni - quando rovescia l'ennesimo shot di tequila sul legno lercio del bancone.
Il proprietario ha tenuto lo stesso holotelevisore traballante, ma le immagini piene di interferenze che trasmette sono di tutt'altro tipo.
Giunge come un tam tam impazzito la notizia di un'esplosione nel cuore della città, tardo pomeriggio circa verso le 18.30, ad essere stato colpito è il palazzo delle Terrazze verdi.
Tra il caos dei soccorsi, dei feriti, dei curiosi, l'immensa colonna di fumo sollevatasi dal punto del fragore è ancora visibile nel cielo di Capital City per almeno due ore dopo l'accaduto.
Chiunque nel raggio di km sembra aver potuto ascoltare il suono prodotto dallo scoppio, non ci sono fonti certe che si tratti di un attentato, ma dati i danni strutturali evidentissimi, si suppone non fosse un problema di progettazione. Le fiamme scaturite dalla probabile esplosione lambiscono da fondo il palazzo e si snoderanno verso i piani superiori per almeno tutta la serata, rendendo i tentativi di recuperare i numerosissimi visitatori, ancora più ardui.
L'esplosione dei commenti in maraqueno stretto - imprecazioni chiamate confusione - arriva lontana, distante, esattamente come il fruscio umido dello strofinaccio che asciuga il bancone sotto le sue dita, minacciandola nella stessa lingua che comunque quello lo deve pagare lo stesso.
Jordan non capisce - non lo ascolta: non riesce a staccare gli occhi verdi dallo schermo, ipnotizzata - terrorizzata.
Sente il vischioso rosso del sangue sulle sue mani - Semtex al Black Market di Safeport - e non può nemmeno prendersela con qualcuno - anonime istruzioni, fotografie che non la fanno dormire di notte.
Qualcuno l'ha fatta diventare un'assassina e non sa neanche per quale motivo; le hanno messo in mano una pistola e le hanno fatto premere il grilletto tenendole inchiodato il polso.
Wolf, Shaw, Virginie - pistole, promesse, vernici blu fosforescenti.
Non può chiamare nessuno di loro - nessuno nessuno nessuno - il suo cortex è irraggiungibile da settimane, da quando è sparita per seguire le minacce di qualcuno che la guida come se sapesse esattamente dove si trova in ogni momento.
Non può chiamare nessuno per accertarsi che non ci sia anche il loro, di sangue, sulle sue mani.
L'Angelo della Morte, puntuale, le fa vibrare il nuovo c-pad che l'è stato regalato e appuntato al cinturone.
Un'ora e altri tre shots dopo, sta per varcare la soglia della dimora della Regina del Voodoo, in cerca di ciò che il nuovo messaggio chiedeva.
La preoccupazione per aver di nuovo fatto saltare in aria un edificio - la Centrale Elettrica di Timisoara, tanto tempo fa - l'ha seppellita da qualche parte, dove non può nuocerle.
Non adesso.

In quella vetrina, fuori dal bar, è rimasta una Jordan ragazzina che la fissa malinconica mentre corre via, nei vicoletti, nella direzione opposta rispetto a quella di dieci anni prima.
Come se questo la portasse comunque da qualche parte.

sabato 14 giugno 2014

Never enough.

Clackline, Magione dei Deveraux, 2508

« Again. »
La voce di Amandine le buca le orecchie, ovattata - terrorizzata.
Non urlare ragazzina, cristo santo non urlare.
« Again. »
Il sole di Dorado brucia la pelle pallida, si aggrappa ai vestiti già madidi di sudore in una cappa soffocante, appiccicosa e malsana.
Non guardare giù Jordan, non guardare giù.
Qualcuno, forse il vecchio Byron, aveva tagliato l'erba da poco - profumava di papaveri e peschi in fiore.
« Again. »
Se avesse abbassato lo sguardo oltre la staccionata - stringere il legno così forte da piantarsi le schegge sotto le unghie - non ci avrebbe trovato altro che schizzi di sangue, lo stesso che le imbratta, ferroso, le labbra - affondare i denti nella bocca, torturarla, per non urlare il suo dolore il suo disprezzo.
« Again. »
Ormai ha perso il conto alla quarta, o forse alla quinta scudisciata. La pelle della frusta le azzanna implacabile la schiena, in un groviglio ormai irriconoscibile di sangue, scapole e stoffa lacerata - « Te li ho pagati io i vestiti che indossi, posso levarteli allo stesso modo. »
Forse non avrei dovuto sputargli in faccia.
Quando una voce urla Basta! - un ordine stavolta, non una supplica -, lo sguardo smeraldino di Jordan è ancora fisso davanti a lei, inchiodato alla corteccia della quercia secolare del giardino; i polsi sono strettamente assicurati alla prima sbarra dello steccato contro cui, ormai, si è accasciata.
Qualcosa le serra lo stomaco in una morsa crudele - bile rabbia dolore -, il sudore le incolla i capelli tinti di rosa alla nuca -corti alle spalle, 'che una schiava non può concedersi il lusso avere ciocche color delle peonie.
Dei passi, un fruscio sull'erba, delle risate - latrati di figli di cagna.
Un paio di mani piccole e gentili - Amandine? - si affaccendano svelte, in un tremito incontrollato, attorno al nodo della corda, mormorando un mantra in quello che non tarda a riconoscere come Escravit - « I
t's rightall, it's rightall. »
No, non va affatto bene, vorrebbe risponderle.
Invece, l'ultima cosa che riesce a fare in uno sprazzo di coscienza è piegarsi in avanti e perdere i sensi, nell'ennesimo scossa di dolore che le mastica i nervi.
Non fa in tempo a sentire di nuovo le urla di Amandine - 
« Ma non potete, l'avete già punita! » - mentre la trascinano via.
Alla fine, purtroppo, ha guardato giù.

~

Quando riapre gli occhi - non sa nemmeno più dopo quanto tempo - sta fissando una parete di legno, la guancia premuta contro una superficie rigida e la bocca arida, impastata di sangue.
Il collare di cuoio rovinato le scotta sul collo, bollente.
La schiena fa talmente male che si rende conto già dopo il primo respiro spezzato che non riesce a gonfiare i polmoni come vorrebbe.
Fa per rivoltarsi, come un animale selvatico ferito da una tagliola - istinto, puro e semplice -, ma un paio di solide mani glielo impediscono, stringendole le spalle.
« Tienila ferma Barrow, maledizione. »
Un altro paio di mani la inchiodano al tavolo, con la stessa urgenza che ha sentito nella voce di prima - solo un tremito inesperto, ma risoluto, nell'affondarle le dita nella pelle dei polpacci.
« Ma se tenta di muoversi? »
« Non se, quando. E la risposta è sempre, cercherà di muoversi da adesso in avanti, quindi tienila ferma. »
Solo la voce di Amandine, in quel chiasso diffuso, suona come una melodia rassicurante.
« Non fatele male. »
« Stiamo cercando di rattopparla, signorina, ma non è messa bene. »
Parole che una Jordan sdraiata mezza nuda su un tavolo, con la schiena massacrata, non vorrebbe mai sentire.
« Dovevi portarcela prima, ha la febbre. Rischia di portarsela via l'infezione. »
« Vin non mi faceva andare via. L'ha tenuta legata lì sotto il sole per tutto il pomeriggio. »
Lo spavento e la preoccupazione, nell'inglese titubante di Amandine, sono freschi e sinceri come acqua di fonte - la stessa che c'era a Thyatira, quando doveva sciacquarsi il sale di dosso.
Prova nuovamente a divincolarsi, in una fitta che le strappa un ringhio selvatico e le annebbia i pensieri - non svenire, non di nuovo cazzo Jordan.
« Ci proviamo bambina. Ci proviamo. »
« Grazie dottor Mason. »
L'ago di un hypospray le pizzica il collo - switch, vi prego, datemi della switch - e non fa nemmeno in tempo a capire cosa sta per succedere che dell'acqua - profuma di timo, o forse sta impazzendo - le viene rovesciata sulla schiena. Piano.
Non può non urlare, fino a sfinirsi le corde vocali - mani sagge e dolcemente crudeli la tengono ferma, su quel tavolo, finché le ossa del bacino non cominciano a farle male per quanto si divincola.
Non sente più nulla se non il suo dolore - il timo, l'odore di fieno, i sussurri di Amandine - e un blando tranquillante che comincia a fare effetto - « Ho finito l'antidolorifico, dovrò fare in altro modo. ».
Apre bocca per replicare per respirare - uccidetemi e basta - ma di nuovo la carne devastata della schiena trascina a fondo la sua coscienza, spedendole scosse lungo la spina dorsale.
Samuel Barrow e il suo accento strascicato da 'liner cullano il suo ultimo sfarfallio di ciglia.

« Stop fightin', Jordan. It's 'nough for today. 
»

It's never enough, you dumbass.

mercoledì 7 maggio 2014

Deep in the back of her mind.

Jordan chiude gli occhi e improvvisamente è di nuovo bambina.
Ha undici anni, un vestitino blu e le ginocchia sbucciate. E' la festa di Thyatira, le barche dei pescatori escono in processione, una dopo l'altra, sul vasto mare buio punteggiato dalla luce delle lanterne di carta. Quando sono al largo, guarda le luci librarsi leggere nell'aria fresca di una sera d'estate, un ringraziamento vecchio come il 'Verse ai primi Coloni, quelli sbarcati su Whitmon dopo il Terraforming, quelli che hanno cominciato a spargere casette come sassolini sulla terra brulla di quell'isoletta.
Nik, il solito Nik, l'ha spinta giù dai gradini lastricati che dalla piazza principale si tuffano per i vicoletti del paesino fino al molo di legno, unico porto dell'isola; l'ha spinta per arrivare primo, e solo Thomas si è guardato alle spalle per controllare che non si fosse fatta troppo male. Thomas dagli occhi blu e i capelli neri, Thomas che la chiama per nome e alza le spalle ai suoi capelli corti - « Non stai male, comunque. ».
Una zazzera bionda e spettinata - gli scherzi di Elija, le risate e una gomma da masticare impigliata tra le ciocche color miele - che si era tagliata da sola, senza nemmeno guardarsi allo specchio.
Jordan osserva le lanterne finché non sono sparite nella manciata di stelle sparse sul cielo, velluto blu scuro, prima di far scivolare apparentemente distratta gli occhi verdi nella folla gremita sul molo di legno - sua madre in un angolo flirta con uno sconosciuto che non la guarda nemmeno -, cercando la sagoma di Tom, da qualche parte. Forse è molto più interessante lui, rispetto alle lanterne.

Jordan chiude gli occhi e improvvisamente è di nuovo ragazzina.
Ha diciassette anni, i capelli rosa e le braccia traforate di buchi. Switch fino a perdere i soldi - il senno il rispetto il controllo. La dignità, quella l'ha già smarrita da qualche parte quando ha accettato di far marchette per Tulio - « Sono per tutti e due, chica, per tutti e due. » -, che si mangia ogni soldo che lei riesce a tirare su scopando con chi decide che vale qualche pesos, al Sangre Amaro in quel di Tartagal.
E' ferma in un vicolo, la schiena nuda contro il muro di lamiera di una delle baracche, le mani strette contro il seno acerbo, il tessuto di una canottiera che una volta aveva tutta la stoffa al punto giusto - non tutti quelli che la pagano sono gentili. Ha uno zigomo pesto - le donne le trattano a ceffoni, al Sangre Amaro - e le banconote stropicciate infilate tra le dita, quasi qualcuno dovesse strappargliele di dosso. Sta cercando di riprendere fiato - inspira espira ispira espira - per andarsene a casa. Non prima di essersi infilata qualche soldo nelle scarpe, dove Tulio non guarda mai. Se per comprarsi altra Switch senza di lui o per farci altro, non è dato sapere.

Jordan chiude gli occhi e improvvisamente è di nuovo ragazza.
Ha ventun'anni, un collare al collo e tanta paura. E' sdraiata su un letto di pellicce, circondata da tre donne anziane che parlano un dialetto stretto di St. Andrew, qualcosa pieno di consonanti e dalle vocali particolarmente aperte. Le piazzano in mano una ciotola di legno colma una bevanda bianca, piuttosto pastosa e dal profumo di latte - « Latte di Luna. » -, ordinandole di berla tutta, fino all'ultima goccia. Farà morire il bambino, riesce a capire a stento, mentre una delle donne le piazza una mano sulla pancia ancora piatta e strofina un paio di volte, recitando una preghiera a lei sconosciuta.
Non è del tutto sicura di volerlo fare, di voler tagliare via quel qualcosa che il suo padrone - Ebwar - le ha piantato nel ventre. Non ha mai riflettuto sulla questione, sull'avere un bambino.
Non lo voglio un bastardo come me.
Svuota la ciotola in un paio di sorsi, storcendo la bocca per l'amaro che le gratta la lingua. Si beve svelta ogni rimpianto di cancellare una vita, spalleggiata dall'egoistica rassicurazione che, comunque, il liberarsi del bambino era un ordine diretto dell'Orso suo Padrone. E per una schiava, questo è già abbastanza.

Jordan chiude gli occhi e improvvisamente è di nuovo lei.
Ha venticinque anni, la pelle dorata dal sole e un lampadario di conchiglie sospeso sul soffitto. Le labbra di Eddie sulla spina dorsale - schiena intrecciata di cicatrici e lentiggini - sgranano le vertebre come grani di un rosario, e le preghiere sono le fusa che sta facendo lei - capelli arruffati e profumati delle lenzuola di lino. La conchiglia bianca che gli ha regalato penzola da un cordino di cuoio, solleticandole la pelle nuda. Whitmon è un angolo di paradiso, lontano da tutti e da tutto quanto anche se solo per una settimana - troppo poco per la pace, troppo senza risposte al suo cortex.
Il silenzio di Lars Wolfwood è l'unica cosa che incrina la sua serenità, ma la bocca del medico che l'è sdraiato addosso torna a reclamare la sua più completa attenzione. C'erano state volte in cui si erano strappati gli abiti di dosso come se fossero stati imbevuti di acido corrosivo e volte in cui non erano nemmeno arrivati a spogliarsi; volte in cui il sesso era stato come un regolamento di conti, la richiesta di una resa - « Non te ne andare. »; c'erano state volte - molte volte - in cui lui le aveva ceduto il controllo, imposto con la tenerezza e la passione, e volte in cui aveva combattuto e la gioia era stata identica sia nella sconfitta che nella vittoria.
Quella particolare mattina, tuttavia, è ben lieta di arrendersi subito e baciargli sulle labbra l'ultimo respiro.

Jordan riapre gli occhi e ciò che vede davanti a sé è la parete screpolata di una cella dei sotterranei di Hall Point.
E' seduta per terra, ha la nuca spalmata contro il muro che confina con la cella di fianco, il naso rotto e una costola incrinata. La canottiera blu stinta ha il bavero macchiato di sangue rappreso che l'ennesima testata di Marshall Lee ha deciso di regalarle.
Tende stancamente una mano verso le sbarre - tintinna un braccialetto d'argento al polso sinistro -, senza volerci davvero arrivare. Lancia una tazza, invece, per far rimbombare metallo contro metallo e svegliare l'occupante della "stanza" accanto - acqua che avrebbe dovuto bere finisce sul pavimento.

« Sveglia Lee, brutto cazzone, dormi da morto. »

Per lo meno, questa volta ha qualcuno con cui parlare. O a cui dare fastidio.