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giovedì 16 ottobre 2014

La descrizione di un (tanti) attimo.

Whitmon, Thyatira, 2503

Jordan Fox sente sua madre scopare nell'altra stanza. Le pareti sono troppo sottili, i gemiti troppo alti - il materasso scricchiola sotto il peso dell'ennesimo sconosciuto raccattato non sa dove - perché non le trapanino le orecchie senza riguardo alcuno. La schiena poggiata contro il muro dipinto di azzurro - l'aveva voluto lei, da piccola - la nuca rovesciata contro una crepa che non vuole saperne di chiudersi. Ci prova sempre, si incrosta le unghie di stucco e ci lavora, ma ogni volta è peggio di prima. Quel dannato materasso scricchiola, e una parte di lei si chiede se non sia il caso di battere contro il muro e urlare diavolo, smettila un po' mamma, se Adam ci sa fare sono affaracci tuoi. Se si concentra attentamente, può quasi sincronizzare il respiro con i cigolii delle molle dell'altra stanza. I capelli corti alle spalle, biondi, le solleticano il collo - ricrescono piano piano. Sta chiusa lì dentro e conta la risacca delle onde che si ode in lontananza, lungo la stradina tortuosa - sassi malamente accoccolati l'uno all'altro - che precipita verso il porto. Conta in silenzio e si immagina di non essere lì in quella cameretta, in quella casetta arroccata sulla brulla scogliera di Thyatira. Finestra socchiusa, la brezza tiepida di una sera d'estate - friniscono i grilli nei campi sparpagliati sulle colline - le solletica la pelle. Su Whitmon, anche l'inverno ha l'aria gentile, come fosse un'eterna primavera - pennellate roventi quando viene luglio. Chissà se questo prossimo luglio tornerà Raphael - contrabbandiere pescatore donnaiolo - e le racconterà una nuova storia. Chissà se questo Adam rimarrà più di un paio di orgasmi giorni e sua madre riuscirà finalmente ad essere felice.


Richleaf, Maracay - Tartagal, 2507

Piedi scalzi sullo sterrato di Maracay - Tartagal e i suoi vicoletti, un budello di bile, preghiere e bestemmie. Piove, è la stagione in cui su Richleaf decide di scaricarsi tutta l'acqua che gli ha succhiato la linfa, fino al midollo, rendendolo sabbia rossastra e baracche. La stessa acqua che si rovescia implacabile su tutto Polaris, sulla jungla di Bullfinch - i soldati, al fronte, annaspano nel fango. Jordan Fox se ne frega della Guerra. Se ne frega della campagna invernale, dei bollettini che arrivano di tanto in tanto, in holovisori gracchianti nascosti come tesori in qualche bar. Jordan, invece, balla un lento sotto la pioggia, allacciata a Tulio - dita callose affondate nelle sue ciocche rosa. La tiene stretta, così stretta da mozzarle il fiato - forse, se allentasse la presa, lei correrebbe via e non tornerebbe più indietro. Ha le nocche contratte contro la stoffa fradicia della schiena di lui, dondola piano, senza un ritmo - chitarra scordata, uno dei tanti gitani che brulicano nei quartieri. Balliamo, le ha detto lui - risate Switch e tequila. Non so ballare Tulio. Tranquilla che t'insegno chica, è facile. Segui me, come la prima sera. E Jordan lo segue, cieca e infatuata; lo segue con così tanta fede e ardore che si trascinerebbe in fondo al pozzo buio dei suoi occhi neri, pur di non lasciarlo andare.

Seven Hills, Port Inverness, 2511

La stoffa del maglione è ruvida sulla pelle nuda. Silenziosamente si chiede se non fosse stato meglio metterci qualcosa, sotto la lana. Ha uno shotgun a tracolla e la schiena dritta - sull'attenti Jordan Fox - mentre osserva padron Ebwar trattare con lo schiavista di turno. Fiato che diventa fumo nell'aria gelida, non sa neanche in che mese sono - non importa sono viva. La guardia del corpo dell'altro uomo, un asiatico dagli occhi grigio scuro, la fissa da quando è entrata in quella tenda improvvisata - spinge uno sguardo affilato quanto le sue lame addosso al suo collare elettrico. Jordan dondola sui talloni e arruffa il pelo, mordendosi silenziosamente la lingua per non chiedergli che cazzo hai da guardare muso giallo. Ci sono alcuni schiavi - dissidenti disertori prigionieri di Guerra - che lavorano nelle miniere di carbone - giacimenti poco fuori la capitale - a cui Ebwar è interessato. È comodo rivenderli, posso guadagnarci, dice lui. Charlie scuote il capo in un sorriso macchiato di nero. Respira carbone come tutti gli altri - viscida e densa polvere che impasta i polmoni - e anche se il suo completo è candido come la neve di St. Andrew, tutto questo bianco non laverà la sua coscienza. Non accetta. Ebwar adocchia Jordan, che raddrizza il capo in attesa di ordini - Eimì obbedisce, Eimì obbedisce sempre. Andiamo via, Jordan. Secco, spiccio. Il tono di Ebwar è così diverso quando sono davanti a tutti - il padrone comanda, il padrone pretende. Nella vasca da bagno - bollente nel rigido inverno di Seven Hill - la sua voce è una carezza, le sue mani sono gentili sulle cicatrici ormai rimarginate - non importa, sono bestie quelle che non hanno visto quanto sei bella. Eimì, mia preziosa Eimì.


The 'Verse, Skyplex Hall Point, 2516

Dopo mesi sulla lattina, non ha ancora capito quale sia il fuso orario. Il buio dello spazio - stelle sparse a manciate su velluto blu scuro - è sempre uguale, freddo e inospitale, arroccato contro i larghi finestroni del corridoio panoramico. Il metallo della panchina è scomodo, la divisa rossa e nera è troppo stretta. Occhi verdi fissi sullo schermo del c-pad, le cui ultime notizie - non sa quando non sa perché - rimbombano silenziose dentro la sua testa, al ritmo della lettura silenziosa con cui le sta spingendo tra i pensieri. Qualcosa le azzanna la gola, stringendo come se un paio di mani invisibili le stessero premendo sulla carotide, soffocandola - fame d'aria. Il Core sotto attacco, è strage - la Centrale Elettrica di Timisoara, il boato delle fondamenta che si accartocciano come carta straccia. Lo scarabocchio confuso delle tante persone che conosce - Eddie Daphne Owen 'Ginie Wolf tutti gli altri - le macchia i polmoni di un respiro affannoso. Come Charlie che respirava carbone, su Seven Hill; come Raphael che si asfaltava il fiato di nicotina - su Victory, diceva lui, Raphael è il patrono dei viaggiatori, perché coi contrabbandieri dovrebbe essere diverso?; come Tulio, che mentre le moriva tra le braccia - uno stillicidio scarlatto dalle labbra, sotto le sue mani - sembrava respirasse solo le sue ciocche rosa, 'che tanto l'aria non gli serviva più. Scivola lungo la seduta fino a poggiare la nuca contro lo schienale, rivoltando uno sguardo contro il soffitto e un respiro spezzato. Jordan Fox, per il momento, altro non può fare.

venerdì 26 settembre 2014

Run fast.

Horyzon, Capital City, 2516


Ad ogni passo sull'asfalto sente rimbombare le suole delle sneakers sfondate nel silenzio dell'Unification Park; l'appartamento di Eddie non è molto lontano, ma questa volta è lei l'insonne.
E' sgattaiolata fuori dopo la loro ultima discussione, e non sembra avere altro posto dove andare.
Corre - luce fredda dei lampioni elettrici, ombre scure sullo sterrato fin troppo ben tenuto - come se fosse inseguita, quando in realtà è solo la sua testa a tormentarla.
Schiena - sfregi sotto la stoffa della maglia - imperlata di sudore, fiato corto ma fisico d'atleta.
Corre e ricorda le mani di Daphne, la sua bocca, su di lei - Love Sugar e dolcissima assurda insensatezza; ricorda anche quelle di Sharon, serrate a strattonare il suo collare come se le volesse mozzare il respiro tra le corde vocali - «Non ti pianto una pallottola in fronte solo perché mi servi.» - e quelle di Shaw che la allontanano fermamente - «Non ti preoccupi per te, perché dovresti farlo per me?».
Scrolla il capo - un cavallo nervoso per le mosche - mentre curva e segue il sentiero, silenzioso quanto i suoi brulicanti pensieri. Si domanda, cupa, cosa sia davvero successo alle Terrazze Verdi - Wolf che lei ha visto sullo schermo di un c-pad con una pistola alla tempia e invece è stato arrestato per intralcio alla giustizia.
Non sono io la bugiarda, Wolfwood.
Ha promesso a Kenzi che non avrebbe più indossato il collare - clausola del nuovo contratto firmato -, ma dopo sette anni con del metallo sulla pelle sentirla nuda - un succhiotto viola, come le adolescenti - è una sensazione che non sembra piacerle granché.
Insetto inchiodato da spilli di schiavitù, una creatura volgare, che acquista un valore soltanto sotto vetro - in virtù della propria prigione.
Jordan Fox non ha mai amato i cambiamenti, eppure pare che la sua vita, per un motivo o per l'altro, sia sempre stata mutevole come il vento.
Si ferma.
Inchioda coi talloni sullo serrato e si china in avanti, poggiando le mani sulle ginocchia per riprendere fiato - ampie boccate d'aria, 'ché qua è vera e non riciclata come sulla Lattina.
Si è fermata, senza neanche accorgersene, davanti al palazzo di Virginie.
Alza gli occhi al cielo buio - le tre, le quattro forse - per arrampicare lo sguardo su per la parete di vetro e acciaio, fino a trovare il finestrone che le interessa.
La luce dell'appartamento è spenta, ovviamente - chissà se ci sono ancora i suoi disegni appesi alle pareti.
Chissà se si ricorda ancora di me, tra prati di dollari e cieli di cemento.
Chissà se tutti quelli che si è lasciata indietro - tante vite fa - pensano ancora a lei, qualche volta.
Del che si sente in colpa, Baker che la odia, Nanà che se n'è andata.
Saren e Sylene che tormentano il sonno di Eddie e lo fanno vivere coi fantasmi.
La piastrina con la mano insanguinata, nascosta sotto la stoffa, non è mai stata così pesante.
Probabilmente è nostalgia quella che le afferra lo stomaco - e morde, morde -, ma qualcuno le ha sempre raccontato che le cose esistono solo se hai le parole per definirle.
E Jordan, con le parole, non è mai stata brava.
Non può fare altro che girarsi e ricominciare a correre.

domenica 13 luglio 2014

Strade che si lasciano dimenticare.

Ha tappezzato la parete della camera di Virginie con fogli e disegni, schizzi e scarabocchi.
Ha scombinato l'ordine che solitamente regna sovrano nella stanza spaziosa - finestroni a picco sullo skyline di Capital City.

« You didn't replay. »

Non sopportava più quel bianco abbacinante - intonaco candido su cui ancora rimangono confitte alcune di quelle puntine che nessuna di loro è riuscita a levare dopo quella notte.

« I don't want to be on my own. »
« Virginie, what the fuck is goin' on? »
« Jordan, I don't wanna them here. »

Un grottesco collage di articoli di giornale - quelli ancora cartacei che resistono per i corers troppo snob per volere solo la versione digitale -, foto, parole, macchie rosse di pennarello.
Loss, Death, End, Hell, Voices. 
Un airone blu - origami in carta di caramella - spillato di fianco ad una Jordan immortalata in foto, più o meno al centro della scena, collegata ad un assembramento di volti a lei tutti noti - crocifissi contro il muro dalle ossessioni di una mente terrorizzata.
Nella penombra di una stanza con una parete di vetro - gli acquari delle Terrazze Verdi ormai esplosi -, i sussurri che tormentano la coscienza della reporter rannicchiata sotto il letto li ha sentiti anche lei.
Altri mostri, altri fantasmi - mani avide in un seminterrato a Gokinai, sul polveroso Boros.
Non toccarmi non toccarmi non toccarmi non toccarmi.
Crepitano sotto la pelle, viscidi e silenziosi, e non importa quante volte si è pizzicata la pelle candida fino a farla illividire.
L'ha tirata fuori da lì, le ha fatto il bagno e l'ha messa a letto.
E' rimasta a fissarla troppo a lungo, accovacciata sul pavimento, il mento appoggiato al materasso, e qualcosa - paura stanchezza sensi di colpa - l'ha fatta restare a contare i suoi respiri, come un mantra, prima di addormentarsi esattamente lì dove si trovava.
Adesso pensa alla camera di Eddie, mentre contempla il lavoro che ha fatto sulla parete, e si chiede silenziosamente se il medico - sguardi silenziosi e gelidi - sia ancora arrabbiato con lei.

« Dovresti smettere di fare la bambina e crescere un po', Jordan. »

Pensa a lui in una casa vuota - no, non è vuota, c'è Tac -, pensa a lui a cui non ha risposto, pensa al braccialetto nascosto in fondo ad una sacca.
Pensa che se non gli passa stavolta - non odiarmi, l'hai promesso, non odiarmi -, non gli passerà mai più.
Ha uno sbaffo di quella che sembra grafite - carboncino matita sanguigna - sul naso spolverato di lentiggini. Jordan Fox non è mai cresciuta davvero, è semplicemente diventata grande perché il tempo è passato.
Pensa a Daphne, nascosta in una grotta diventata rifugio - bambini persi e confessioni -, pensa alle sue dita tra i capelli umidi intrecciare ciocche solitamente arruffate.
Pensa a Serafel - occhi di vetro e parole profonde - e alla treccia che lei stessa le ha fatto, ribaltando i ruoli.
Trascina un'occhiata verde lungo tutto il muro ricoperto di fogli, seguendo distrattamente la messa su carta dei suoi pensieri.
Principesse cigno - candide e immacolate, fatte di neve - che diventano tali solo una notte al mese, soffici piume sotto le dita, Sirenette blu cobalto, fiamme gialle - Maracay, la testa del Gemelo che scoppia come un pomodoro sotto il suo fucile -, occhi grigi, occhi azzurri, occhi bianchi - « Ma tu ce li hai, gli occhi? » - mani nere, macchie rosse.
Svuotarsi la mente e inchiodarla alla parete per poter tracciare uno schema, anche solo un sentiero tortuoso, che la conduca fuori dalla palude in cui sente di essere affondata fino alla gola.
Pensa a Wolf, alla sua delusione - « Non te lo posso perdonare. » - all'ennesimo errore che ha deluso qualcuno.
No, non qualcuno: il suo padrone.
Pensa a Dragan, per la prima volta dopo tanto tempo, e pensa a come sarebbe stata diversa la sua vita se l'avesse tenuta con lui - se l'avesse amata, almeno un pochino.
Si accorge di qualcosa che le solletica la guancia solo in ritardo, quando raggiunge le labbra.
Chissà per quale strana alchimia le lacrime dei bambini diventano sale, quando crescono.
Un ringhio frustrato, da animale braccato, le solletica rabbioso la gola.
Barcolla verso il bagno - troppe caramelle troppa tequila troppi pensieri - e si schianta nella doccia, vestita, sotto un getto bollente.
Neanche così, probabilmente, riuscirà a lavarsi di dosso tutto quanto.

venerdì 30 maggio 2014

Just dreaming like we're animals.

Ha sognato una sirenetta, intrappolata nelle profondità di un lago ghiacciato - nei sobborghi di Capital City. Batteva contro il ghiaccio trasparente con mani sottili - troppo fragili - urlando tante bollicine, una sinuosa coda blu scuro guizzante di scaglie nella cristallina acqua della vasca. Capelli biondi come un'aureola, fluttuanti attorno a lei, una collana di conchiglie bianche - tesori conservati di una lei bambina - a serrarle il collo.

Ha sognato una gatta dal manto nero e gli occhi verdi, appostata famelica ai piedi di una voliera piena di tanti uccellini colorati; faceva dondolare la coda avanti e indietro, indispettita dalle sbarre; un sorriso gelido, sornione, che non arriva nemmeno ai baffi - agli zigomi, labbra scarlatte.

Ha sognato un grosso cane da caccia, pelo ispido e sguardo fiero; la rincorreva nel sottobosco, abbaiando e ringhiando come un'intera muta. Lei si intrufolava in una tana spessa, profonda - un fruscio di foglie verdi e arbusti sotto i polpastrelli -, la coda fulva gonfia di paura. Il cuore un tamburo da Guerra - quella che non ha mai combattuto.

Ha sognato un coniglietto bianco, orecchie lunghe e coda soffice, che aveva così tanto coraggio da avvicinarsi a lei e non aver timore di essere mangiato - di ciò che ha fatto in passato. Le dispensava consigli - cioccolatini - e le permetteva di riposare all'ombra del suo albero preferito - nel suo studio alla Blue Sun -, fremendo contro il suo collare come se non capisse fino in fondo perché una come lei dovesse avere quello a rovinarle la pelliccia.

Ha sognato un cerbiatto dagli occhi azzurri - grandi e selvaggi -, placido nel folto di quella stessa foresta, che la guardava da lontano e non si faceva avvicinare, guizzando via da una lama sbucata da chissà dove in un secco suono di ramoscelli. Lasciava ciocche di pelliccia tra i rovi. Lei lo seguiva, senza mai raggiungerlo davvero - nei vicoli di Maracay.

Ha sognato un lupo dal pelo scuro, gli occhi grigi - diverse sfumature - e l'aria solenne; lei abbassava le piccole orecchie contro il capo, intimorita, prima di affondare piano il naso contro la sua pelliccia del collo; nettamente più grosso di lei, ne riceveva in cambio uno sbuffo pigro - quasi volesse insegnarle come ci si comporta. Non poteva far altro che trotterellargli dietro, incuriosita - grata.

Ha sognato una volpe - uno un po' come lei -, pelo fulvo e aria saccente. Le girava attorno e le regalava un fiore - un braccialetto -, prima di spingerla con delicatezza a seguirlo: su per la collina, oltre il ruscello, fino ad un campo di papaveri rossi. E per la prima volta in tutta la sua vita, ha pensato che non ci fosse nulla di male a rotolarsi lì in mezzo assieme a lui e dimenticarsi di tutto il resto - di tutto il 'Verse.

Ha sognato una pantera, occhi neri e denti aguzzi - un Bronwcoat sulle spalle. La fissava dal folto della foresta, appostato nel buio, in attesa di una sua mossa falsa - un accordo e una promessa. Lei non era una volpe molto furba. Non ha avuto nessuno, purtroppo, che le insegnato che non si fanno patti con le pantere - un sentiero lastricato di sabbia e strane intenzioni. Il freddo cipiglio sul muso del felino le faceva arruffare il pelo.

Quando si risveglia di scatto in un letto a lei ormai noto, con qualcuno al fianco - il respiro tranquillo e regolare di chi ha un sonno chimico e non naturale -, si stupisce di non sentire sotto le dita la terra umida, i petali sgualciti dei papaveri, le foglie secche e gli aghi di pino del sottobosco. Ci mette giusto un istante a mettere a fuoco il soffitto candido della camera, nel buio solo di poco rischiarato dallo skyline notturno della capitale di Horyzon allineata fuori dalla finestra.
Silenzio. Respira.
Si accoccola contro la schiena di colui che ancora dorme e chiude di nuovo gli occhi.

lunedì 26 maggio 2014

Behind Blue Eyes.

La chiave nella toppa gratta leggermente verso sinistra quando la inserisce e gira per spingere la porta - barcolla appena, e questa volta non è la tequila.
Solo lo scodinzolare silenzioso di Tallio e i passi felpati di Tac sul pavimento la accolgono in una casa altrimenti vuota - « Vado su New London dai miei. Torno presto. »
Un vago ricordo del suo messaggio le formicola la mente, ancora distratta - stranita incredula - dall'ultimo e casuale incontro nei corridoi dell'Ospedale - non ricordarsi l'appuntamento e trovare tutt'altro.
Uno spettro in vestaglia seduto al bar, il fantasma della bionda e sorridente ragazza che ha conosciuto solo poco tempo prima in un parco - un ritratto e un sorriso, ditate di rosso sotto le lentiggini.
Gli occhi azzurri di Virginie sembravano aver prosciugato ogni traccia di colore dal suo viso - divorato da un terrore che nemmeno lei vuole sentir raccontare.

« Non te lo posso dire. Ma credo che lo verrai a sapere presto. »

Se li è sentiti addosso, brulicanti sulla pelle, e altri due paia le hanno fulminato la mente, nello spazio di un respiro trattenuto e un battito di ciglia.

Gli occhi azzurri di Andres - « Ispida bellezza di St. Andrew. » - che la guardano, tempestosi e preoccupati, nell'odore soffocante di umanità de La Bamba - nei vicoletti di Maracay.
Puttane, piume e papponi.
Il rumore delle percussioni, quella musica così sgraziatamente allegra in sottofondo ad una scena che di allegro non ha assolutamente nulla - i suoi capelli sparsi sul tappeto, il trambusto delle guardie, il dolore alla mano destra.
Gli occhi azzurri di Eddie - i suoi capelli rossi in cui passare le dita - che la fulminano in un ricordo sbiadito, prima che prendesse a pugni Ryan, prima che la piastrina di Nancy tintinnasse ai suoi piedi - assordante almeno quanto le sue stesse parole.
Gli aveva voltato le spalle ed era corsa fuori - ancora una volta - per non leggergli in fondo allo sguardo qualcosa che le avrebbe fatto troppo male.
Troppo, per chi ha semplicemente eseguito degli ordini.

In quell'istante in cui ha spezzato l'equilibrio - lei urla lui resta impassibile -, c'era un sentimento così intenso nei suoi occhi che l'è parso leggerle dentro capitoli di anima che lei non riusciva nemmeno a individuare, intere frasi scritte dalla sua mente, cancellate con mano ferma per non doverle riscoprire un giorno, per caso.
Era tornata perché stare lontana da lui, semplicemente, non riusciva a farlo - a costo di sentirsi la sua rabbia addosso.

« Usa quella cazzo di chiave, Jordan. »

Raggiunge la camera da letto tormentata da questi pensieri, forse per dormire, forse perché ha finito la superficie calpestabile e deve ricominciare da capo.
Sulla sedia alla scrivania, una camicia azzurra - E.B.S. sotto il taschino -, una felpa, tracce di qualcuno che è partito lasciandosi dietro una tranquilla quotidianità, di cui lei ha ricominciato da poco a far parte.
Il polpastrello traccia distrattamente le lettere ricamate sulla stoffa - allineare caramelle sulla mano di Virginie, quasi volesse aggiustarla. Pensa al candido palmo della reporter - mappe indiscrete dei sentieri di una parte dell'anima che doveva restare inesplorata da tutti.
La vecchia di Tartagal che le ha letto la mano anni fa - « Spirito feroce dagli occhi verdi. » - lo sapeva bene, quando le ha bisbigliato all'orecchio il suo futuro. Sapeva che certe strade, anche a conoscerle in anticipo, sono troppo tortuose, troppo difficili da percorrere.
Le labbra della donna sulle sue nocche, la sua silenziosa gratitudine - un passato a Baton Rouge che non racconta mai a nessuno.
Il turbamento di lei all'arrivo di Lars, che sembrava sapere qualcosa riguardo ciò che l'è successo - nuvole torbide dietro i suoi occhi azzurri.
In un impeto istintivo, recupera il suo blocco e inizia a disegnare - grafite su carta ruvida, dita macchiate di polvere grigia.
Disegna ciò che ricorda, disegna ciò che ha visto, disegna ciò che ha sentito a fuoco sulla pelle.
Finirà alle prime luci dell'alba, foglio dopo foglio, finché non sarà soddisfatta.
Eddie, al suo ritorno quel mattino stesso, troverà Jordan appisolata sul tappeto del salotto, circondata da fogli strappati e l'armadio completamente sottosopra, come se qualcuno avesse dormito lì dentro.

mercoledì 30 aprile 2014

Bones.

Chernenko.
In bocca a Jordan, l'aspro suono che dovrebbe avere quel cognome - figlia di Koroleva - suona molto più dolce, una sinfonia di vocali nel silenzio del Tempio di Hanshan.
Grani di ematite sgranati tra dita sottili, grilli e preghiere nel giardino silenzioso.
Il capriccio di strapparle quella mala di dosso e portarsela via, un guizzo dispettoso per uno sfizio casuale - il prezzo di volere qualcosa e non avere filtri, e il Rosso ne sa qualcosa.
Glissare negare non parlare.
L'ossario che secondo Elian nasconde Lars Wolfwood comprende di sicuro meno scheletri di quello della schiava - gli occhi di bronzo dei Buddha nella Sala dei Re Celesti la fissano senza vederla.
Jordan Fox non si sottrae al giudizio di nessuno, ma non sopporta quello della reporter che le sta davanti scalza e le impedisce di estrarre una pistola con la sua arma migliore: la lingua - parlantina che lei non avrà mai, da qua ad un milione di anni.
La tentazione - selvatica e predatoria - di seguirla fino a ovunque abiti per avere quel braccialetto.
Elian Chernenko crede di sapere chi sia il suo padrone - quella che mette insieme i pezzi -, ma anche se è certa di essere ad un passo dalla verità, nessuno può sapere davvero chi sia. Nessuno.
Guardare negli occhi di Wolf è fissare a lungo nel buio e attendere pazientemente una qualunque scintilla.
E lei, in numerosi sospiri, l'ha vista.


« Puoi mettere insieme tutti i pezzi che vuoi, farti tutte le ipotesi di questo 'Verse e affondarci fino al gomito in qualunque storia tu stia cercando, dolcezza. Si dice che chi alza troppo la testa dove non dovrebbe, rischia di vedersela tagliata via. »

« Se cadranno delle teste, Layla, di sicuro non sarà la mia. »