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mercoledì 15 aprile 2015

It's lust at first sight.

Richleaf, Maracay - Tartagal, 2507


Erano stati passi distratti a portarla lì, senza che davvero sapesse dove la stessero conducendo. Si era tinta i capelli biondi nel bagno dello spazioporto di Sieg, prima di partire, e l'unico colore che costava sufficientemente poco da poterselo permettere con i pochi spiccioli che aveva in tasca era il rosa. Il fugace lampo dello sguardo di disapprovazione della madre le sfarfallò in mente, svelto come il ragazzino che le era sfilato al fianco sfilandole ciò che rimaneva dei soldi.
Jordan Fox, nel guardarsi attorno terrorizzata ma affascinata, mostrava tutta l'ingenuità di chi è cresciuto su un'isola e non crede sia possibile trovare così tante persone ammassate in un luogo.
Maracay sembrava un gigantesco formicaio, brulicante di vita e passanti frettolosi - ben lontani dall'operosità dell'insetto cui si ispirava. Tartagal, uno spicchio di quell'arancia sanguigna, era un calderone di odori e voci, un budello di viottole sterrate, un labirinto in cui era fin troppo facile smarrire se stessi.
E al momento, con i suoi capelli color caramella e la sacca sulla spalla, dopo aver passato fin troppo tempo sdraiata sul pavimento della stazione degli autobus, lei era tutt'altro consapevole di cosa ci facesse in quel posto.
Mento alzato ad osservare, sconfitta ed esausta, l'insegna traballante di una bettola come tante, illuminata fiocamente dalla luce aranciata proveniente dall'interno del locale.
Entrarci e farsi largo a gomitate verso il bancone, incespicando in decine di sconosciuti ubriachi, fu solo questione di scelte - e di sete.

- Que tomo?

La lingua la colse alla sprovvista, liscia come seta ma sporca della stessa polvere rossastra che le aveva imbrattato le scarpe, fin lì. Non riuscì a rispondere nulla di concreto e rimase lì, per qualche secondo buono, a boccheggiare come un pesce rosso senz'acqua, le nocche strette al bordo del bancone - aggrappata all'unica cosa che non pare girarle sotto i piedi.
Il tonfo di qualcuno che si schianta contro il legno lercio del bancone, al suo fianco sinistro, la fece sobbalzare come un animaletto selvatico, spaventata.
Era un ragazzo poco di grande di lei, dagli arruffati capelli biondi e dal sorriso furioso - crudo, come la risata estasiata che gli sgorgò dalle labbra poco dopo, mentre si massaggiava una guancia su cui spiccava il segno rosso delle cinque dita.
Jordan, seguendo la direzione del suo riso, trascinò uno sguardo titubante a seguire la schiena di una bruna piuttosto procace sparire, inghiottita nella folla che si dimenava al ritmo di una musica indiavolata.
Fu il formicolio di un paio di occhi fissi su di lei a farle torcere nuovamente il collo per incontrare lo sguardo del ragazzo spintonato contro il bancone; una morsa le serrò lo stomaco, inchiodata da un paio di occhi blu, lucidi di curiosità e di qualcos'altro, probabilmente - alcol, switch, all'epoca non sapeva ancora nulla di come girava il 'Verse.

- Ehi chica.

Di nuovo quella lingua. La sua ordinazione era un ricordo ormai lontano, accantonato in un angolo remoto del cervello, soppiantato bruscamente dal bisogno di ossigeno.
Non si era neanche accorta di aver smesso di respirare.

- Non parli maraqueño, anh?

L'inglese di quel giovanotto era stentato, gonfio di consonanti, deliziosamente strafottente come quel sorriso che sembrava inciso direttamente contro la sua bocca.
Jordan scosse il capo un paio di volte, scrollando le lunghe ciocche rosa e facendolo ridacchiare nuovamente.

- Vale, cos'è che vuoi?

Chiederle l'età non sembrava neanche nei suoi programmi e una parte di lei si complimentò silenziosamente con se stessa, per l'ottimo lavoro fatto in quel travestimento. Foxie era rimasta sulla spiaggia di Thyatira ad aspettare il traghetto per Sieg, c'era solo Jordan in quel momento.
In quel posto, in quell'istante.

- Scegli tu.

Non voleva essere civettuola, ma a giudicare dall'occhiata che il ragazzo le spinse addosso, da capo a piedi fino ad arrampicarsi nuovamente verso l'alto, qualcosa nel suo accento musicale gli aveva suggerito tutt'altro.

- Tequila.

Ordinò lui, senza neanche guardare il barista ma alzando una mano con la spavalderia di chi, in quel posto, ci ha passato anche fin troppo tempo. Anche Jordan non riusciva a staccargli gli occhi di dosso, quasi fosse magnetico. Era bello in un modo che faceva quasi male, e il paio di nei sul collo, i segni rossi vicini allo scollo stazzonato della maglia bianca - oscenamente consunta - le facevano venire in mente pensieri molto meno innocenti di quelle uscite in barca con Thomas.

- Com'è che ti chiami?

Nuovamente, raschiò un respiro dal fondo della gola, concedendo ai polmoni la tregua di riprendere a respirare normalmente - fumo dolciastro polvere e sudore.

- Jordan.

Lui sogghignò, un guizzo in fondo agli occhi blu - un'onda in quel mare liquido, in cui la pupilla era una barca smarrita in tempesta.

- Io sono Tulio. E se non sei ubriaca .. - le tese lo shot di tequila appena arrivato, raso fino all'orlo - .. sei nel posto sbagliato.

E fu in quel momento, quando il primo shot di tequila le ustionò la gola e la coscienza, che Jordan Fox sentì di essere esattamente dove doveva essere.


venerdì 15 agosto 2014

The Devil's Knot.

Whitmon, Ilida, luglio 2516

Il sole brucia la pelle candida, un sole a cui non era più abituata - lentiggini brune su pelle ambrata.
Jordan Fox lavora - schiena curva e mani rovinate. Annoda fili, rammenda reti, pulisce barche.
Non è Thyatira, troppi bisbigli, troppi volti; Ilida è un paesello arroccato nell'isoletta a fianco: più brullo, più povero, più assolato.
Jordan vorrebbe smettere di pensare - un brusio continuo e persistente - e ascoltare solo gli strilli dei gabbiani che reclamano la loro parte - gambe a penzoloni oltre le assi del molo.
Infila gira annoda.
Infila gira annoda, ancora.
Lo sguardo è perso sulle onde dello sterminato mare che copre tutto Whitmon, come un mantello blu scuro, e si chiede silenziosamente cosa succederebbe se prendesse una barca e semplicemente sparisse, prendesse il largo senza più tornare indietro.
Il primo nodo che termina - o il ventesimo, ha perso il conto - lo regala a Wolf.
Lars Wolfwood a cui ha tirato un pugno - ti odio ti odio ti odio -, Lars che l'ha ceduta senza neanche avvisarla, Lars che afferma la falsità della sua obbedienza - del suo affetto.
Le sue nocche, quelle stesse nocche spelate che maneggiano la ruvida rete incrostata di salsedine, si sono schiantate contro le sue ossa - e contro quelle di Serafel.

« Voglio solo che smetta tutto questo. »

Anch'io, urla silenziosamente Jordan Fox, anch'io voglio che smetta tutto quanto.
Si sveglia la notte - spartana cuccetta, stanza in affitto vicino al porto - e urla, urla senza neanche accorgersene, finché uno dei coinquilini non lancia una scarpa contro la porta e le sbraita di smettere, 'che se ha problemi vada da uno strizzacervelli e lasci dormire loro.
Il secondo nodo - stretto stretto - è per Lucifero.
Ezra Crane che la disprezza, Ezra che la guarda con sufficienza, rabbia, supponenza. Che le ha permesso di scegliere la sua punizione, una volta diventata sua proprietà, e le ha messo una pistola in mano. Si è sparata, per Lucifero, e l'arma si è rivelata scarica. Avrebbe voluto urlare di nuovo, invece si è ritrovata carponi sul pavimento a vomitare bile - la paura di una morte mancata che le ha rivoltato lo stomaco.
Il lapidario messaggio - minaccia - con cui l'ha liberata le ha gelato il sangue nelle vene.

Su Whitmon è nata Jordan Fox, venticinque anni fa. Senza collare.
Su Whitmon ci è tornata, quasi dieci anni dopo. Senza più un collare.


The 'Verse, Skyplex Hall Point, Agosto 2516

Su ogni Skyplex, l'aria è riciclata; profuma di disinfettante - un vago retrogusto di limone - o forse è semplicemente lei che sta impazzendo del tutto.
Il suo alloggio su Hall Point è una stanza piuttosto piccola: un bagno, un letto, una scrivania.
Ha già incollato qualche disegno sulle pareti - metallo della Lattina -, non ha neanche disfatto i bagagli; ha una sacca di tela rovinata, vestiti appallottolati, due pistole.
La divisa dello Staff è appesa all'armadio a muro, minuscolo, 'che le hanno raccomandato di tenerla da conto, di non rovinarla. E Jordan, si sa, obbedisce.
Quasi sempre.
Si sta rigirando tra le mani, assorta, un cerchietto di metallo levigato, sottile e leggero, eleganti incisioni dalla parte della chiusura - il nodo, il quarto nodo, per Daphne.
Daphne Kim che ha ordito trame alle sue spalle per comprarla, usando il suo terzo nodo - un collare spartano, di acciaio lucido, tondo -, Sharon Mackenzie. Daphne che l'ha scambiata come fosse un giocattolo, acquistandola senza neanche avere il coraggio di esporsi in prima persona e reclamandola alla Head dello Skyplex. Roba sua.

« Davvero non capisci, Jordan? »

No, davvero non capisce Jordan Fox perché la vita ha fatto i giri che ha fatto; perché ha rivisto Abigail - Catìra - dopo quasi otto anni, dall'ultima volta a Las Rosas. Abigail che l'ha guardata e le ha parlato di responsabilità, di prendersele e vivere davvero la vita. Abigail che non l'ha riconosciuta subito, che la ricordava coi capelli rosa e un sorriso vero, feroce - quando non era annebbiata dalla Switch.
Non capisce perché dal Bazaar - banco di Olson - e da Joe Black sia ritornata lì, dall'altra parte della barricata. E' come se la vita fosse andata troppo veloce - troppo in fretta, troppo dolore - e non le abbia chiesto il permesso prima di fermarsi.
Disorientata.
Jordan ha il collo nudo, in quella stanza, mentre silenziosamente riflette sul quarto padrone che le regala un collare - padroni diversi, gusti diversi.
Jordan pensa a Eddie - Shaw che non si fa più sentire, arrabbiato o semplicemente esasperato - e Virginie - bionda sirenetta a cui ha detto che sarebbe tornata e invece non l'ha fatto.
Quando non riesce più - non vuole più - a pensare perché le scoppia la testa, si infila il collare allacciandolo dietro la nuca in un fruscio definitivo.
Forse.
Con i suoi padroni, ultimamente, non c'è molto da star sicuri.

domenica 29 giugno 2014

Holding hands while the walls come tumbling down.

Richleaf, Maracay - Tartagal, 2507

Era una dura, si ripeteva sempre.
Era una da cui guardarsi, a cui stare attenti, che non si faceva problemi a prenderti a pugni se pensava l'avessi fissata in un modo che non le piaceva.
In realtà, aveva solo l'aria randagia di una creaturina affamata - come sei mesi lontana da casa possono consumare la carne e l'esistenza.
Lì, riflessa nella sporca vetrina di un bar, dimostrava più anni di quelli che indicava il suo idn chip nel polso destro e aveva gli occhi - verde bistrato di nero, gatta selvatica - di chi è pronta davvero a qualsiasi cosa pur di mangiare.

« Che cazzo fai, Jor? »

La voce musicale di Tulio - inglese masticato dal maraqueno, sporco e confuso - la fa sussultare. Allontana svelta i polpastrelli dal vetro rovinato; sotto il sole bollente della stella Polaris, le strade sono deserte e insolitamente tranquille - la sacra ora della siesta.
Le cicale gracchiano un gran fracasso tra le lamiere delle baracche, sapientemente mescolate a palazzi alti e raffinati, rari e sporadici - frutti rimasti di un albero che è stato spremuto di ogni linfa da insetti affamati.

« Niente. »

Si sente improvvisamente stupida, sotto gli occhi scuri di Tulio - torbidi e neri un burrone dietro le ciglia -, in quella constatazione colpevole della bimba colta con le mani nella marmellata, che urla tutti i suoi sedici anni - tutta la sua ingenuità.
Il ragazzo ride, piuttosto sguaiato, prima di afferrarla per un gomito e trascinarla via dalla vetrina, scuotendo rassegnato il capo.

« Ahi querida, non fare la cagna che mendica un osso. Ti ci porto io a mangiare. »

Jordan non sa ancora se fidarsi fino in fondo di lui - una diffidenza che comincia a nascere, crescere, piantar radici profonde -, conosciuto solo due mesi prima in una bettola come tante.
La sua prima volta, la sua prima sbornia.

« Stai con me e vedi che Maracay ti offrirà tutto quanto. »

Forse è la fame, forse una sciocca infatuazione - forse 'ché non ha nessun altro, su quel Pianeta sperduto nel 'Rim. Non ha ancora capito, dopo tutti questi anni, cosa effettivamente le fece serrare le dita affusolate attorno a quelle ruvide di Hidalgo, seguendolo ovunque lui volesse, facendo qualsiasi cosa comandasse.
Intercetta nuovamente il suo riflesso nella vetrina del locale - dentro, una vecchia partita di Pyramid su un holotelevisore traballante di interferenze.
Si accorge - uno sfarfallio allo stomaco - di non riuscire
a ricordare chi è per almeno quindici, assurdi secondi. Non ha paura; è semplicemente qualcun altro, una sconosciuta, e tutta la sua vita era una vita stregata, la vita di un fantasma - capelli rosa tinti nello Spazioporto di Sieg prima di prendere un Wyoming e non voltarsi più indietro.
Era a metà strada fra una stella e l'altra del 'Verse, al confine tra il Border della sua giovinezza e il 'Rim del suo futuro.
Sparendo con Tulio lungo uno dei tanti vicoletti di Tartagal, uno dei mocciosi della Regina del Voodoo la fissa nascosto tra due cassoni dietro quello stesso bar, frugando tra gli avanzi se c'è qualche briciola per lui.
Jordan prega, prega la Santissima Muerte di non dover mai guardare qualcuno con quegli occhi.



Richleaf, Maracay - Tartagal, 2516

Forse è in quello stesso bar di quasi dieci anni fa - non ricorda, ci è arrivata a tentoni - quando rovescia l'ennesimo shot di tequila sul legno lercio del bancone.
Il proprietario ha tenuto lo stesso holotelevisore traballante, ma le immagini piene di interferenze che trasmette sono di tutt'altro tipo.
Giunge come un tam tam impazzito la notizia di un'esplosione nel cuore della città, tardo pomeriggio circa verso le 18.30, ad essere stato colpito è il palazzo delle Terrazze verdi.
Tra il caos dei soccorsi, dei feriti, dei curiosi, l'immensa colonna di fumo sollevatasi dal punto del fragore è ancora visibile nel cielo di Capital City per almeno due ore dopo l'accaduto.
Chiunque nel raggio di km sembra aver potuto ascoltare il suono prodotto dallo scoppio, non ci sono fonti certe che si tratti di un attentato, ma dati i danni strutturali evidentissimi, si suppone non fosse un problema di progettazione. Le fiamme scaturite dalla probabile esplosione lambiscono da fondo il palazzo e si snoderanno verso i piani superiori per almeno tutta la serata, rendendo i tentativi di recuperare i numerosissimi visitatori, ancora più ardui.
L'esplosione dei commenti in maraqueno stretto - imprecazioni chiamate confusione - arriva lontana, distante, esattamente come il fruscio umido dello strofinaccio che asciuga il bancone sotto le sue dita, minacciandola nella stessa lingua che comunque quello lo deve pagare lo stesso.
Jordan non capisce - non lo ascolta: non riesce a staccare gli occhi verdi dallo schermo, ipnotizzata - terrorizzata.
Sente il vischioso rosso del sangue sulle sue mani - Semtex al Black Market di Safeport - e non può nemmeno prendersela con qualcuno - anonime istruzioni, fotografie che non la fanno dormire di notte.
Qualcuno l'ha fatta diventare un'assassina e non sa neanche per quale motivo; le hanno messo in mano una pistola e le hanno fatto premere il grilletto tenendole inchiodato il polso.
Wolf, Shaw, Virginie - pistole, promesse, vernici blu fosforescenti.
Non può chiamare nessuno di loro - nessuno nessuno nessuno - il suo cortex è irraggiungibile da settimane, da quando è sparita per seguire le minacce di qualcuno che la guida come se sapesse esattamente dove si trova in ogni momento.
Non può chiamare nessuno per accertarsi che non ci sia anche il loro, di sangue, sulle sue mani.
L'Angelo della Morte, puntuale, le fa vibrare il nuovo c-pad che l'è stato regalato e appuntato al cinturone.
Un'ora e altri tre shots dopo, sta per varcare la soglia della dimora della Regina del Voodoo, in cerca di ciò che il nuovo messaggio chiedeva.
La preoccupazione per aver di nuovo fatto saltare in aria un edificio - la Centrale Elettrica di Timisoara, tanto tempo fa - l'ha seppellita da qualche parte, dove non può nuocerle.
Non adesso.

In quella vetrina, fuori dal bar, è rimasta una Jordan ragazzina che la fissa malinconica mentre corre via, nei vicoletti, nella direzione opposta rispetto a quella di dieci anni prima.
Come se questo la portasse comunque da qualche parte.

mercoledì 27 novembre 2013

Random thoughts.


« Io non sapevo cosa mi stesse succedendo, e all'improvviso mi resi conto che si trattava solo della Bloom che stavamo fumando; Tulio ne aveva comprata un po' a Las Rosas. Mi faceva credere che tutto stesse per succedere: il momento in cui si capisce che tutto, tutto è deciso per sempre. »


mercoledì 13 novembre 2013

In vena.

Richleaf, Maracay - Tartagal, 2508

Il cucchiaio è colmo, fino all'orlo - bollente la fiamma sotto il metallo.

« Muoviti chica, muoviti che non ce la faccio più. »

Le mani tremano - cazzo non cadere ti prego che devo ricominciare -, il fiato è grosso e le pupille minuscole. Spilli neri in un mare verde, torbido e umido, almeno il doppio rispetto alle labbra, arse dalla sete - dalla fame di droga.
La switch si scioglie in un cucchiaio da minestra; ciò che viene dopo è automatismo consumato, ossessivo e pulito. Stringere con i denti una stringa al braccio, stipare ciò che si è sciolto in una siringa già usata un paio di volte, stringere il pugno, picchiettare la pelle per trovare la vena - un fiume blu scuro su carta velina bianca.
Tulio è sempre stato un egoista del cazzo.

« Lasciamene un po', stronzo. »

Lui ride, se ne spara metà dose senza neanche guardarla, gli occhi chiari aggrappati all'ago affondato nell'incavo del gomito - ennesimo buco in un cimitero di perdizione.

« Vacci piano Jor, che non ci sei abituata. »
« Ma mi serve. » ansima, un respiro spezzato. « Ne ho bisogno. »

E si odia, in quel momento. In quella catapecchia che definiscono casa, una delle tante casette brulicanti nei vicoli di Tartagal; si odia su quel pavimento lurido, sprofondata in una sedia di paglia sfondata, gambe larghe e mani intrecciate sulla bocca. Il ginocchio destro non sembra riuscire a stare fermo, neanche un secondo, e il tallone scalzo rimbalza su e giù sulla terra battuta.
Odia il riflesso di se stessa in quel fottuto cucchiaio da minestra - arruffata, magra, selvatica. Così diversa dall'adolescente scontrosa che correva sulla spiaggia di Thyatira per cercare conchiglie, prima che un gruppo di ragazzini - la cattiveria dei bambini - la facesse scappare.

« Fattela, cariña. »

La voce di Tulio è confusa, pastosa. Bollente quanto la sua mano che le afferra il polso per piazzarle in mano la siringa.

« Piano, entra piano. Altrimenti sballi troppo. »

Jordan non l'ascolta più, non appena l'ago morde la pelle - stringi picchietta trova la vena.
Tutto quello che stava pensando prima - le conchiglie, sua madre, la sabbia sotto i piedi - sparisce nel premere lo stantuffo e iniettarsi la switch dritta in vena, senza esitare - mi serve, ne ho bisogno.
Tutti i sogni che aveva, che prima sembravano tanto grigi e spenti, ritornano brillanti e luminosi nel sudore freddo che comincia ad imperlarle la fronte. Guarda Tulio e le sembra di nuovo l'affascinate giovanotto che l'ha rimorchiata in un bar, non il tossico violento che ha cominciato ad accennarle l'ipotesi di far marchette pur di avere soldi. Guarda le pareti della catapecchia e tornano colorate, senza crepe, tutte intatte.
Sorride persa, euforica - strafatta.

« Scopami. »

E il ragazzo seduto sul letto davanti a lei - perso almeno quanto lei - non se lo fa ripetere.

~
Richleaf, Maracay - Las Rosas, 2515

Jesse le ha strappato la droga di mano.
L'ha guardato farsi una dose la notte prima, in un silenzio sbronzo - spaventato. Ci ha letto, in quegli occhi neri, la stessa silenziosa disperazione - autodistruzione - che aveva Tulio.
Che aveva lei.
Lo sguardo che le ha spinto addosso aveva la selvatica rabbia di un lupo con qualcuno del suo branco - tocca le mie cose di nuovo e finisci male.
Lei ha agitato la coda avanti e indietro, diffidente, le orecchie premute sul capo - sottomessa, 'ché la sua natura servile fatica a farsi da parte.
Se n'è andata senza più voltarsi indietro, da quel bordello - Casa Cruz, Las Rosas - in cui è andata a ripescarlo - passerà dei guai, per ciò che ha origliato e non doveva dire.

« Non è salvando lui che salverai Tulio, Jay. »

La voce del padrone le rotola tra un pensiero e l'altro, ammassata assieme ad altre anime nello spazioporto di Richleaf. Voli cancellati, navi bloccate, controlli e perquisizioni - niente stranieri, niente passaggi, nessuno lascia il Pianeta.
Il conflitto tra Confederati e Alleati sta dilaniando Polaris, pezzo dopo pezzo - come i tamburi a guerra dentro di lei.
Pagherà - o minaccerà - qualcuno per imbarcarsi sulla prima nave per Bullfinch, per tornare alla vita reale e alla missione - alla Famiglia.
E' salendo l'airlock di un Wyoming arrugginito che nuovamente la voce di Joe Black la fa giungere ad una conclusione che vorrebbe non aver mai compreso: che forse non sta cercando di salvare Tulio. Forse - sottovoce - sta cercando quella Jordan di diciotto anni che aveva smarrito se stessa nella brulicante Maracay.
Forse - bisbigliando - sta cercando di salvarsi da sola.
Come se il passato si potesse cancellare.

venerdì 18 ottobre 2013

Soffitti e pensieri.

Il pavimento della stazione degli autobus di Maracay, nel quartiere di Tartagal, era come tutti gli altri pavimenti di qualsiasi stazione in qualsiasi altro Pianeta: coperto di sputi, bucce, passi. Puzzava di piscio e di tristezza e neanche la sacca scalcagnata che Jordan stava usando come cuscino serviva a qualcosa.
Era scalza e senza soldi - un bagaglio di malinconia e rabbia -, gli ultimi li avevi spesi per pagarsi la corsa dallo Spazioporto fino alla grande e brulicante metropoli. Le scarpe le aveva smarrite da qualche, nella stiva della nave mercantile a cui aveva pagato un passaggio - sola andata senza guardarsi indietro -, e qualche membro dell'equipaggio aveva deciso che un paio di stivali bucati sul tallone gli andavano a genio.
La città l'aveva risucchiata nel suo grembo non appena era scesa dal mezzo, investita dall'umanità frenetica e affamata una megalopoli costruita con lo stesso affanno in cui vivono i suoi abitanti - randagi criminali e puttane. Santoni e politici corrotti. Maracay, anche vista da sotto in su a distruggersi la schiena su un pavimento lercio, era rissosa, selvaggia e libera, libertà di ogni genere e senza distinzioni.

Proprio quello che stava disperatamente cercando lei.
Non era esattamente quello, tuttavia, il punto di partenza che si era imposta; era stato facile, fin troppo, arrivare lì dove aveva sognato di scappare, minacciando più volte sua madre di prendere la porta e non tornare più. Aveva ingoiato paura e pensieri per mettere il piedi fuori dalla dannata porta, e adesso se ne stava lì: a fissare il soffitto alto e screpolato, le orecchie ovattate dai passi dei viaggiatori che rimbombano sul pavimento, e a chiedersi per quindici, assurdi ed eterni secondi chi diavolo fosse lei - una sconosciuta alla stazione.
Qualcosa le si era già iniettato sotto pelle, deliziosamente crudele, e non ne voleva sapere di venir via: un sottile senso di inquietudine, recalcitrante, che le urlava di alzarsi da quel pavimento e immergersi nei tortuosi vicoletti della notte maraqeña, viva e bestiale come le luci soffuse che punteggiavano le favelas promettevano.
Voltò il capo, strofinando i lunghi capelli biondi - arruffati e annodati - sulla stoffa della sacca, per poter mettere a fuoco l'uscita, venti passi più in là. C'era un mondo, là fuori - la pentola d'oro alla fine dell'arcobaleno -, che aspettava solamente di essere assaggiato.

Senza soldi senza progetti. Senza pensieri.
Jordan Fox si alzò da quel pavimento, una notte di tanti anni fa, e mosse i passi nella buia e tiepida tenebra di Tartagal; si era scelta la sua personalissima discesa nella Città Dolente, chiudendo gli occhi e prendendo un respiro profondo.
E non pensò, neanche per un istante, che alla fine di quell'arcobaleno che i suoi sogni di sedicenne scapestrata avevano fantasticato, ci fosse tutt'altro che dell'oro.