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domenica 6 aprile 2014

I wish that we could lay right here.

Safeport, Sunset Tower, 2516


Jordan Fox guardò la schiena di Eddie Shaw allontanarsi a bordo del Wyoming, allo spazioporto su Sunset Tower, sparire inghiottito dall'Airlock dopo averle rivolto un ultimo cenno, e pensò ad un numero indefinito, morbido, aggrappato ai polpastrelli.
Solo qualche ora prima, contava lentiggini su quella schiena e tracciava linee invisibili con i polpastrelli per disegnare costellazioni, simboli, seguendo i sottili graffi che lei stessa gli ha inciso nella pelle - brucerebbero di più se non ci fossero, probabilmente.
Solo qualche ora prima, seguiva in silenzio quel "quattro" inciso nella scapola - angherie da collegio maschile -, altri segni sottili e più discreti rispetto all'intreccio che solca la sua, di schiena - una schiava rovinata porta meno guadagni.
Guardò la sua schiena e pensò a Saren - morto morto morto -, pensò al maglione verde scuro che nasconde nella sacca e che mette più spesso di quanto vorrebbe.
Pensò che non era giusto guardarlo soffrire così, in silenzio, ora dopo ora strappata a Morfeo. Lui che anche tra le sue braccia aveva voluto aspettare un giorno per poter toccare un'altra insonnia e vedere se fosse meno dura di quella a cui era abituato. Lui che aveva attraversato l'ennesima notte come una strada, smarrita da qualche parte - tra i suoi baci e i suoi sospiri - per arrivare al mattino.
Pensò che fosse dannatamente ingiusto che Saren fosse morto e avesse lasciato il medico - loro - a dannarsi per ingoiare qualcosa che non voleva saperne di andare giù - né con la Blast né con l'insonnia.
In quella stanza malmessa nell'Affittacamere vicino al Black Market non c'erano finestre abbastanza grandi da cui cercare stelle da seguire nella mappa del cielo - non c'era un cielo, oltre la nebbia di Sunset Tower -, così lui era rimasto a guardare nel buio, ricordandosi che intorno non c’era il vuoto e non stava davvero galleggiando nel nulla.
C'era Jordan, addosso a lui - un respiro placido sul collo, fusa sommesse, sonno senza sogni.
Si erano rotolati nelle lenzuola per un paio di giorni - un bozzolo ruvido - senza pensare ai problemi - lui che non dorme lei che non mangia - o a cosa sarebbe successo domani.
Guardò la sua schiena e pensò a come lo aveva accolto, solo quarantotto ore prima, dopo due anni in cui l'ultima parola che le aveva sentito dire era stata "Ci vediamo" - inghiottita dalle Prigioni di Safeport, senza dirgli nulla.

« Promettimi che non mi odierai, qualunque cosa accada. »

Jordan non lo sa, forse, ma la capacità di strappare promesse simili a qualcuno è un dono raro - faccia da schiaffi. Ed è ancora più raro trovare qualcuno che le mantenga davvero.
Avrebbe avuto tutti i diritti di odiarla quando gli ha sputato in faccia la verità, quella scomoda, quella che Eddie ha seppellito giù, da qualche parte, in un cassetto buio che non lo fa dormire - non dormo, non perdo il controllo.

« Sono morti, Shaw. Crepati, andati, sono fottutamente morti. »

Ferirsi - e sapeva, con l'infallibile istinto della vittima di se stessa, che sarebbe successo - equivaleva a lasciare che il veleno di quelle parole - la tristezza - le contaminasse le vene. 
Senza speranza d'antidoto, sarebbe morta piano nell'intervallo infinito tra quella notte e il suo sguardo addosso o nello spazio tra l’inizio e la fine del sospiro spezzato che le aveva ringhiato contro.
Non era successo - non era morta: l'aveva abbracciata, invece, esausto e rabbioso - uno spintone e l'ennesimo insulto - prima di chiederle dove potesse stare - non dormire - dopo tutta quella strada.
Jordan Fox guardò la schiena di Eddie Shaw allontanarsi e pensò che gli aveva spento con un bacio tutte le parole che avrebbe voluto dirle - stai zitto stai zitto stai zitto - per non dover rispondere a qualcosa che nemmeno lei era certa di voler sentire.
E infine, pensò a quanto avrebbe voluto che fosse rimasto ancora, con lei, sdraiato in quel letto a contarsi storie e cicatrici.



« Se tu vuoi un amico addomesticami. » 
« Che cosa bisogna fare? » domandò il piccolo principe. 
« Bisogna essere molto pazienti. », rispose la volpe. « In principio tu ti sederai un po' lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino. » 
Il piccolo principe ritornò l'indomani. 
« Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora. », disse la volpe. 
« Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità. Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore. Ci vogliono i riti. » 
« Che cos'è un rito? » disse il piccolo principe. 
« Anche questa è una cosa da tempo dimenticata. », disse la volpe. « E' quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore. C'e' un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza. » 

Così il piccolo principe addomesticò la volpe. 


domenica 30 marzo 2014

Cell Block Tango.

La prigione di Sunset Tower, su Safeport, è umida e malsana - la bella umanità tutta riunita assieme.
Probabilmente è colpa della nebbia, chimica e infetta, che filtra attraverso i muri e impregna tutto quanto, talmente densa che sembra quasi di respirare acqua e scarichi industriali. E forse, non è neanche tanto lontano dal vero.
Il suo "dirimpettaio" si chiama Colin e ha perso l'orecchio sinistro nella Prima Guerra; non ha potuto combattere la Seconda perché ha deciso che ammazzare a colpi di shotgun quelli che hanno provato a scassinare il suo negozio di pegni valeva più di un ritorno in Trincea Indipendentista.
Tanto è altisonante il nome, tanto peggio è colui che lo porta.
Le ha raccontato che la madre era persa per uno sceneggiato alla holovisione, qualcosa di vecchissimo proveniente direttamente dalla Terra-che-Fu. Poi ha fatto un commento acido e misogino sulla stupidità femminile e Jordan ha smesso di ascoltare.

Colin la odia, probabilmente - « Pirati, la feccia del 'Verse. » -, ma ciò non gli impedisce di parlarle al di là delle sbarre, di sbottarle contro quando tira la catena che le tiene fermo il polso destro fino a scorticarsi la pelle - « Fai troppo baccano. » -, di minacciarla con una sorta di burbera preoccupazione - « Se ti fai violentare da qualcuno, Foxey, poi ti violento io. »
Jordan non ha mai capito quanto delle sue parole fosse strana e contorta apprensione e quanto semplicemente un aspettare il via libera da qualcuno più coraggioso di lui - l'ha vista prendere a calci Marshall Lee, selvatica e rabbiosa, prima di fracassarsi le costole sotto un pugno di Moloko.
Colin le ha fatto compagnia mentre spaccava pietre, mentre sputava sangue in un angolo della cella - pavimento macchiato e tormentato -, mentre rifiutava di mangiare l'ennesimo rancio a dir poco commestibile.
Colin ha scontato la sua pena giusto tre settimane prima di lei; è arrivato un Deputy ad aprirgli la cella - singola, una delle poche fortune in quel posto - e a scortarlo all'uscita, prima di riprendere i suoi pochi averi. Passando davanti alla cella di Jordan, ha chiesto un minuto al secondino, che gliel'ha concesso di malavoglia.
Ha allungato una mano attraverso le sbarre, quasi volesse raggiungerla - catena troppo corta e sospiro troppo lungo. Le ha regalato un consiglio e un sorriso sghembo, macchiato di tabacco.

« Se devi continuare a fare la cagna di qualcuno, assicurati che la catena non sia troppo corta. »

~

L'aria fuori dalla cella è fin troppo rarefatta, niente odore di piscio e sofferenza - nebbia velenosa densa ma leggera.
Sacca in spalla e stomaco stretto, niente arma al fianco - divieto permanente di porto d'armi.

Come sentirsi nuda e vulnerabile con ancora tutti i vestiti addosso.
E' allontanandosi dalla prigione, svelta, che coglie il suo riflesso in un vetro incrostato della baracca d'angolo - uno spettro di ossa e rabbia le restituisce lo sguardo, verdi occhi annegati nella diffidenza. Il successivo sfarfallio delle ciglia bistrate di nero le fa scivolare quella stessa occhiata sul muro del medesimo edificio.
Si pietrifica.
Sulla parete screpolata, affacciata sulla strada, spicca ancora la sua faccia - quella di un paio di anni fa - appesa storta, mezza scollata e ingiallita - un nugolo di gente affissa alla parete, fantasmi di un passato lontano.
Quello stesso passato che Ivan Volkov le ha sentito confessare, senza esitare troppo, pentendosi parola dopo parola ma seguendo un impulso che non riesce a soffocare - Jordan Fox non sa mentire.
L'impulso atavico, viscerale - subito sfogato - è afferrare un lembo di carta e strapparsi via, farsi a pezzi e calpestarsi mentre sparisce lungo la strada, senza guardarsi indietro - esattamente come Safeport ha fatto con lei.
Tagliare la catena, direbbe Colin, fa un male fottuto.


I am not what I've done - what I've become.
The smoking gun - Can't fight these bad intentions.