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giovedì 16 ottobre 2014

La descrizione di un (tanti) attimo.

Whitmon, Thyatira, 2503

Jordan Fox sente sua madre scopare nell'altra stanza. Le pareti sono troppo sottili, i gemiti troppo alti - il materasso scricchiola sotto il peso dell'ennesimo sconosciuto raccattato non sa dove - perché non le trapanino le orecchie senza riguardo alcuno. La schiena poggiata contro il muro dipinto di azzurro - l'aveva voluto lei, da piccola - la nuca rovesciata contro una crepa che non vuole saperne di chiudersi. Ci prova sempre, si incrosta le unghie di stucco e ci lavora, ma ogni volta è peggio di prima. Quel dannato materasso scricchiola, e una parte di lei si chiede se non sia il caso di battere contro il muro e urlare diavolo, smettila un po' mamma, se Adam ci sa fare sono affaracci tuoi. Se si concentra attentamente, può quasi sincronizzare il respiro con i cigolii delle molle dell'altra stanza. I capelli corti alle spalle, biondi, le solleticano il collo - ricrescono piano piano. Sta chiusa lì dentro e conta la risacca delle onde che si ode in lontananza, lungo la stradina tortuosa - sassi malamente accoccolati l'uno all'altro - che precipita verso il porto. Conta in silenzio e si immagina di non essere lì in quella cameretta, in quella casetta arroccata sulla brulla scogliera di Thyatira. Finestra socchiusa, la brezza tiepida di una sera d'estate - friniscono i grilli nei campi sparpagliati sulle colline - le solletica la pelle. Su Whitmon, anche l'inverno ha l'aria gentile, come fosse un'eterna primavera - pennellate roventi quando viene luglio. Chissà se questo prossimo luglio tornerà Raphael - contrabbandiere pescatore donnaiolo - e le racconterà una nuova storia. Chissà se questo Adam rimarrà più di un paio di orgasmi giorni e sua madre riuscirà finalmente ad essere felice.


Richleaf, Maracay - Tartagal, 2507

Piedi scalzi sullo sterrato di Maracay - Tartagal e i suoi vicoletti, un budello di bile, preghiere e bestemmie. Piove, è la stagione in cui su Richleaf decide di scaricarsi tutta l'acqua che gli ha succhiato la linfa, fino al midollo, rendendolo sabbia rossastra e baracche. La stessa acqua che si rovescia implacabile su tutto Polaris, sulla jungla di Bullfinch - i soldati, al fronte, annaspano nel fango. Jordan Fox se ne frega della Guerra. Se ne frega della campagna invernale, dei bollettini che arrivano di tanto in tanto, in holovisori gracchianti nascosti come tesori in qualche bar. Jordan, invece, balla un lento sotto la pioggia, allacciata a Tulio - dita callose affondate nelle sue ciocche rosa. La tiene stretta, così stretta da mozzarle il fiato - forse, se allentasse la presa, lei correrebbe via e non tornerebbe più indietro. Ha le nocche contratte contro la stoffa fradicia della schiena di lui, dondola piano, senza un ritmo - chitarra scordata, uno dei tanti gitani che brulicano nei quartieri. Balliamo, le ha detto lui - risate Switch e tequila. Non so ballare Tulio. Tranquilla che t'insegno chica, è facile. Segui me, come la prima sera. E Jordan lo segue, cieca e infatuata; lo segue con così tanta fede e ardore che si trascinerebbe in fondo al pozzo buio dei suoi occhi neri, pur di non lasciarlo andare.

Seven Hills, Port Inverness, 2511

La stoffa del maglione è ruvida sulla pelle nuda. Silenziosamente si chiede se non fosse stato meglio metterci qualcosa, sotto la lana. Ha uno shotgun a tracolla e la schiena dritta - sull'attenti Jordan Fox - mentre osserva padron Ebwar trattare con lo schiavista di turno. Fiato che diventa fumo nell'aria gelida, non sa neanche in che mese sono - non importa sono viva. La guardia del corpo dell'altro uomo, un asiatico dagli occhi grigio scuro, la fissa da quando è entrata in quella tenda improvvisata - spinge uno sguardo affilato quanto le sue lame addosso al suo collare elettrico. Jordan dondola sui talloni e arruffa il pelo, mordendosi silenziosamente la lingua per non chiedergli che cazzo hai da guardare muso giallo. Ci sono alcuni schiavi - dissidenti disertori prigionieri di Guerra - che lavorano nelle miniere di carbone - giacimenti poco fuori la capitale - a cui Ebwar è interessato. È comodo rivenderli, posso guadagnarci, dice lui. Charlie scuote il capo in un sorriso macchiato di nero. Respira carbone come tutti gli altri - viscida e densa polvere che impasta i polmoni - e anche se il suo completo è candido come la neve di St. Andrew, tutto questo bianco non laverà la sua coscienza. Non accetta. Ebwar adocchia Jordan, che raddrizza il capo in attesa di ordini - Eimì obbedisce, Eimì obbedisce sempre. Andiamo via, Jordan. Secco, spiccio. Il tono di Ebwar è così diverso quando sono davanti a tutti - il padrone comanda, il padrone pretende. Nella vasca da bagno - bollente nel rigido inverno di Seven Hill - la sua voce è una carezza, le sue mani sono gentili sulle cicatrici ormai rimarginate - non importa, sono bestie quelle che non hanno visto quanto sei bella. Eimì, mia preziosa Eimì.


The 'Verse, Skyplex Hall Point, 2516

Dopo mesi sulla lattina, non ha ancora capito quale sia il fuso orario. Il buio dello spazio - stelle sparse a manciate su velluto blu scuro - è sempre uguale, freddo e inospitale, arroccato contro i larghi finestroni del corridoio panoramico. Il metallo della panchina è scomodo, la divisa rossa e nera è troppo stretta. Occhi verdi fissi sullo schermo del c-pad, le cui ultime notizie - non sa quando non sa perché - rimbombano silenziose dentro la sua testa, al ritmo della lettura silenziosa con cui le sta spingendo tra i pensieri. Qualcosa le azzanna la gola, stringendo come se un paio di mani invisibili le stessero premendo sulla carotide, soffocandola - fame d'aria. Il Core sotto attacco, è strage - la Centrale Elettrica di Timisoara, il boato delle fondamenta che si accartocciano come carta straccia. Lo scarabocchio confuso delle tante persone che conosce - Eddie Daphne Owen 'Ginie Wolf tutti gli altri - le macchia i polmoni di un respiro affannoso. Come Charlie che respirava carbone, su Seven Hill; come Raphael che si asfaltava il fiato di nicotina - su Victory, diceva lui, Raphael è il patrono dei viaggiatori, perché coi contrabbandieri dovrebbe essere diverso?; come Tulio, che mentre le moriva tra le braccia - uno stillicidio scarlatto dalle labbra, sotto le sue mani - sembrava respirasse solo le sue ciocche rosa, 'che tanto l'aria non gli serviva più. Scivola lungo la seduta fino a poggiare la nuca contro lo schienale, rivoltando uno sguardo contro il soffitto e un respiro spezzato. Jordan Fox, per il momento, altro non può fare.

domenica 29 giugno 2014

Holding hands while the walls come tumbling down.

Richleaf, Maracay - Tartagal, 2507

Era una dura, si ripeteva sempre.
Era una da cui guardarsi, a cui stare attenti, che non si faceva problemi a prenderti a pugni se pensava l'avessi fissata in un modo che non le piaceva.
In realtà, aveva solo l'aria randagia di una creaturina affamata - come sei mesi lontana da casa possono consumare la carne e l'esistenza.
Lì, riflessa nella sporca vetrina di un bar, dimostrava più anni di quelli che indicava il suo idn chip nel polso destro e aveva gli occhi - verde bistrato di nero, gatta selvatica - di chi è pronta davvero a qualsiasi cosa pur di mangiare.

« Che cazzo fai, Jor? »

La voce musicale di Tulio - inglese masticato dal maraqueno, sporco e confuso - la fa sussultare. Allontana svelta i polpastrelli dal vetro rovinato; sotto il sole bollente della stella Polaris, le strade sono deserte e insolitamente tranquille - la sacra ora della siesta.
Le cicale gracchiano un gran fracasso tra le lamiere delle baracche, sapientemente mescolate a palazzi alti e raffinati, rari e sporadici - frutti rimasti di un albero che è stato spremuto di ogni linfa da insetti affamati.

« Niente. »

Si sente improvvisamente stupida, sotto gli occhi scuri di Tulio - torbidi e neri un burrone dietro le ciglia -, in quella constatazione colpevole della bimba colta con le mani nella marmellata, che urla tutti i suoi sedici anni - tutta la sua ingenuità.
Il ragazzo ride, piuttosto sguaiato, prima di afferrarla per un gomito e trascinarla via dalla vetrina, scuotendo rassegnato il capo.

« Ahi querida, non fare la cagna che mendica un osso. Ti ci porto io a mangiare. »

Jordan non sa ancora se fidarsi fino in fondo di lui - una diffidenza che comincia a nascere, crescere, piantar radici profonde -, conosciuto solo due mesi prima in una bettola come tante.
La sua prima volta, la sua prima sbornia.

« Stai con me e vedi che Maracay ti offrirà tutto quanto. »

Forse è la fame, forse una sciocca infatuazione - forse 'ché non ha nessun altro, su quel Pianeta sperduto nel 'Rim. Non ha ancora capito, dopo tutti questi anni, cosa effettivamente le fece serrare le dita affusolate attorno a quelle ruvide di Hidalgo, seguendolo ovunque lui volesse, facendo qualsiasi cosa comandasse.
Intercetta nuovamente il suo riflesso nella vetrina del locale - dentro, una vecchia partita di Pyramid su un holotelevisore traballante di interferenze.
Si accorge - uno sfarfallio allo stomaco - di non riuscire
a ricordare chi è per almeno quindici, assurdi secondi. Non ha paura; è semplicemente qualcun altro, una sconosciuta, e tutta la sua vita era una vita stregata, la vita di un fantasma - capelli rosa tinti nello Spazioporto di Sieg prima di prendere un Wyoming e non voltarsi più indietro.
Era a metà strada fra una stella e l'altra del 'Verse, al confine tra il Border della sua giovinezza e il 'Rim del suo futuro.
Sparendo con Tulio lungo uno dei tanti vicoletti di Tartagal, uno dei mocciosi della Regina del Voodoo la fissa nascosto tra due cassoni dietro quello stesso bar, frugando tra gli avanzi se c'è qualche briciola per lui.
Jordan prega, prega la Santissima Muerte di non dover mai guardare qualcuno con quegli occhi.



Richleaf, Maracay - Tartagal, 2516

Forse è in quello stesso bar di quasi dieci anni fa - non ricorda, ci è arrivata a tentoni - quando rovescia l'ennesimo shot di tequila sul legno lercio del bancone.
Il proprietario ha tenuto lo stesso holotelevisore traballante, ma le immagini piene di interferenze che trasmette sono di tutt'altro tipo.
Giunge come un tam tam impazzito la notizia di un'esplosione nel cuore della città, tardo pomeriggio circa verso le 18.30, ad essere stato colpito è il palazzo delle Terrazze verdi.
Tra il caos dei soccorsi, dei feriti, dei curiosi, l'immensa colonna di fumo sollevatasi dal punto del fragore è ancora visibile nel cielo di Capital City per almeno due ore dopo l'accaduto.
Chiunque nel raggio di km sembra aver potuto ascoltare il suono prodotto dallo scoppio, non ci sono fonti certe che si tratti di un attentato, ma dati i danni strutturali evidentissimi, si suppone non fosse un problema di progettazione. Le fiamme scaturite dalla probabile esplosione lambiscono da fondo il palazzo e si snoderanno verso i piani superiori per almeno tutta la serata, rendendo i tentativi di recuperare i numerosissimi visitatori, ancora più ardui.
L'esplosione dei commenti in maraqueno stretto - imprecazioni chiamate confusione - arriva lontana, distante, esattamente come il fruscio umido dello strofinaccio che asciuga il bancone sotto le sue dita, minacciandola nella stessa lingua che comunque quello lo deve pagare lo stesso.
Jordan non capisce - non lo ascolta: non riesce a staccare gli occhi verdi dallo schermo, ipnotizzata - terrorizzata.
Sente il vischioso rosso del sangue sulle sue mani - Semtex al Black Market di Safeport - e non può nemmeno prendersela con qualcuno - anonime istruzioni, fotografie che non la fanno dormire di notte.
Qualcuno l'ha fatta diventare un'assassina e non sa neanche per quale motivo; le hanno messo in mano una pistola e le hanno fatto premere il grilletto tenendole inchiodato il polso.
Wolf, Shaw, Virginie - pistole, promesse, vernici blu fosforescenti.
Non può chiamare nessuno di loro - nessuno nessuno nessuno - il suo cortex è irraggiungibile da settimane, da quando è sparita per seguire le minacce di qualcuno che la guida come se sapesse esattamente dove si trova in ogni momento.
Non può chiamare nessuno per accertarsi che non ci sia anche il loro, di sangue, sulle sue mani.
L'Angelo della Morte, puntuale, le fa vibrare il nuovo c-pad che l'è stato regalato e appuntato al cinturone.
Un'ora e altri tre shots dopo, sta per varcare la soglia della dimora della Regina del Voodoo, in cerca di ciò che il nuovo messaggio chiedeva.
La preoccupazione per aver di nuovo fatto saltare in aria un edificio - la Centrale Elettrica di Timisoara, tanto tempo fa - l'ha seppellita da qualche parte, dove non può nuocerle.
Non adesso.

In quella vetrina, fuori dal bar, è rimasta una Jordan ragazzina che la fissa malinconica mentre corre via, nei vicoletti, nella direzione opposta rispetto a quella di dieci anni prima.
Come se questo la portasse comunque da qualche parte.