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domenica 22 febbraio 2015

Fireflies.

Clackline, Magione dei Deveraux, 2509

Le schiave dei Deveraux dormono nella dépendance, un casotto di legno di fianco alla proprietà principale. Dieci letti in una stanza sola, uno accanto all'altro - l'armadio non serve, i vestiti appartengono ai Termas, che ne donano uno a ciascuna di loro; se ne devono prendere cura: rammendarlo se si consuma, lavarlo quando si sporca. Uno dei doveri delle schiave è essere sempre presentabili, dato che entrano in casa e si mostrano agli occhi della padrona, delle figlie della padrona - a Wanda piace tanto intrecciare i riccioli neri di Amandine.
Jordan ha appena finito di cucire uno strappo nella sottana di cotone - s'è bucata le dita tre volte, masticando imprecazioni sottovoce, per non svegliare nessuno. La luce della luna che filtra dalla piccola finestra, sotto cui è seduta, non è la compagna ideale per un rammendo come si deve. Solleva il semplice abito che appartiene a lei da quasi due anni, rimirandolo con aria corrucciata; sbircia proprio Amandine, placidamente addormentata due letti più in là, pensando che lei avrebbe sicuramente fatto un lavoro migliore.
Sospira, mentre gli occhi verdi scivolano di nuovo fuori, oltre il vetro sottile, indagando la notte che circonda il grande giardino della casa coloniale. Sfarfalla le ciglia - solo un istante.
Improvvisamente, una miriade di faville bianche, luminose in quella notte afosa, danzano leggiadre nel buio. E' un fluttuare così svelto - un respiro stupito - che l'attimo dopo sono già scomparse nel mare di fili d'erba, tra le ombre dei peschi, tra le pannocchie oltre la staccionata.
E' talmente svelto che nemmeno Jordan si accorge di essere uscita incespicando dal capanno - in sottoveste, scalza sulla terra bruna, umida di rugiada - per inseguire alla cieca quelle scintille. Nemmeno il tempo passato - una vita fa, troppe vite fa - le ha fatto dimenticare cosa raccontava sua madre sulle lucciole - quando ancora non era Fox, ai suoi occhi, ma era soltanto Jordan.
Leggenda - mormorava sua madre, tra le sue ciocche bionde - vuole che non siano altro che scintille di esistenze finite, vite stroncate con violenza e ancora irrimediabilmente aggrappate a quell'ombra di essenza che possono chiamare Vita - racconti bisbigliati nella notte dei tempi e, misteriosamente, giunti intatti nei Quaranta Cieli. Sono coloro che hanno preferito bruciare in eterno, piuttosto che spegnersi chissà dove, e il Cielo li ha puniti, poiché le anime ardenti non possono andare lassù.
Jordan alza gli occhi contro il cielo buio, punteggiato di stelle - diamanti su velluto blu scuro - prima di cercare ancora nell'erba i luccichii di quella leggenda.
L'umida estate di Clackline arriccia i capelli sul collo - domani al Mercato di Baton Rounge sarà infernale.
E di nuovo, proprio quando ha quasi rinunciato e gira su se stessa - un fruscio di fili bui - per tornare al capanno, le vede: decine, centinaia di lucciole brillano nel silenzio afoso, sulla terra smossa dell'orto dietro la magione - pietre preziose, ricamate con perizia sulle zolle scure.
Una galassia in miniatura, sentieri che avrebbe potuto seguire con la prima nave per scappare da quella prigione - il collare di cuoio irrita la pelle sudata.
Eppure, resta lì.
Una parte di lei si chiede silenziosamente se tra quelle lucciole non ci sia anche Tulio, arso per un desiderio che gli faceva urlare le vene e l'ha trascinato a fondo con un buco nelle viscere.
Forse - ma solo forse - il suo momento di bruciare non è ancora arrivato.



Roanoke, Takoma Springs, 2517

Non vuole aprire gli occhi.
Non può farlo, non ricorda perché ma sa semplicemente che quel dolore nascosto in fondo al petto - ogni respiro, una coltellata alle costole - tornerebbe, se lo facesse.
L'abbraccio della febbre - qualcuno le ha aperto il fianco e ci ha frugato dentro - non è dissimile da quello di un amante: medesime sfumature di rosa e di abbandono, pellicole di sudore e veli di spossatezza sulle membra riverse; il petto che si alza e si abbassa con affanno, un rantolo superficiale.
Sa cos'è successo - ricorda ogni pugno, ogni parola.
Ricorda che le sue mani, poco tempo prima, l'avevano stretta in ben altro modo.
Sa cos'è successo fin troppo bene, ma gli antidolorifici con cui l'hanno stordita - improvvisamente ha ancora 17 anni e la switch che le mastica i nervi - hanno il potere di annebbiare tutto quanto. Si ritrova a vagare in una foschia densa, il soffitto della stanza del Why Not sembra sciogliersi, a volte, altre volte si agita scosso dal vento gelido che spazzava Flame, su St. Andrew.
Ingoia il fiotto amaro della vergogna, nutrendosi di un veleno che la infetta - un colpo di tosse, una martellata allo sterno - ma di cui non sembra riuscire a fare a meno.
Si stropiccia gli occhi serrati - le ciglia, senza trucco, sono soffici e bionde - e rivede le stesse lucciole che gironzolavano nelle notti di Clackline, pulsare oltre le sue palpebre chiuse.
E' in quel momento che si decide, finalmente, ad aprire gli occhi.
Ci ha letto chissà cosa, in quel sentiero luminoso - qualcosa che sta digitando sul cortex recuperato dal comodino di fianco al letto, a fatica.

« Se ti si rivela illuminante, dovresti prenderle più spesso. »

sabato 31 gennaio 2015

Deep water.

Whitmon, Thyatira, 2503

I sassolini della scogliera su cui è affacciata Jordan Fox le solleticano le dita dei piedi, scalza sul baratro che precipita giù, per venti metri buoni, fino a tuffarsi nelle onde della costa frastagliata di Thyatira. Chi bazzica da quelle parti, conosce quel posto come il Salto degli Sposi; leggenda vuole che due innamorati, tanti anni fa, si siano presi per mano e siano saltati insieme giù dallo strapiombo.
Il perché, non l'ha mai saputo nessuno.
Non guardare giù non guardare giù non guardare.
Gli occhi verdi sono fissi sull'orizzonte, l'aria salmastra le gonfia i polmoni dello stesso respiro accelerato che, ormai, la tormenta da quando ha accettato quella stupida scommessa.

- Scommetto che non ce la fai, Foxie.
- Mangiati la lingua, Welsh.

In quel momento, con le vertigini che le serrano la gola rischiando di farla vomitare, avrebbe tanto voluto ingoiarsela lei, la lingua, e maledirsi per aver accolto l'ennesima provocazione di Elija.
La brezza frusta le corte ciocche bionde - tagliate per rabbia - e la veste di pelle d'oca, 'ché l'abitino azzurro che indossa non è sufficiente a ripararla dall'aria pungente di una mattina di settembre.
L'angoscia fa tutto il resto.

- Prima di domani, magari.

Il ridacchiare sommesso del terzetto che le sta fissando la schiena la fa rabbrividire ancora di più - serra i pugni contro i fianchi, per non doversi girare e usarli contro di loro.
La cattiveria dei dodicenni non ha limiti - se anche avesse voluto, saltare sarebbe stato l'unico modo di andarsene di lì senza un occhio nero.

- Come on, Eli, non vedi che ha paura?

Thomas e la sua preoccupazione - avrebbe dovuto imparare a nasconderla meglio, si disse lei.
Ma Elija non coglie l'urgenza nel tono dell'amico, rigirandolo a suo piacimento.

- Certo che ha paura. Right, Fox?
Silenzio.
- Ammetti di essere una codarda, oltre che una bastarda.

Non c'è nessuna ammissione, per qualcosa che ti ha marchiato alla nascita senza appello.
Jordan, questo, lo sa fin troppo bene.
Chiude gli occhi - infine - e prende un respiro denso, cancellando in un colpo di spugna le risate di Elija e di Nick, il tentativo di Tom di farle fare un passo indietro - farle ingoiare, per non ammazzarsi, la sabbia del fallimento.
No, non l'avrebbe permesso un'altra volta.
Quando muove l'ultimo passo in avanti, nel vuoto, i sogghigni dei suoi aguzzini spariscono davvero.
Si chiede, precipitando in un urlo silenzioso, se anche i due sposi avessero provato la stessa sensazione - l'aria risucchiata dai polmoni in venti metri di nulla.



Clackline, Magione dei Deveraux, 2508

Infrange la superficie dell'acqua quando trattenere il respiro ha cominciato a farle pizzicare i polmoni, appannandole la vista e facendole formicolare le braccia.
Riprende fiato, levandosi le fradicie ciocche rosa - stanno sbiadendo, piano piano - dagli occhi, per poter rimettere a fuoco, in uno sfarfallio delle ciglia chiare, la sagoma seduta nella vasca davanti a lei.

- ..rdan, mi ascolti?
- Anh?
- You stenli? You standerun?

L'Escravit continua a risultarle assolutamente incomprensibile, la maggiorparte delle volte; sembra che il suo cervello non riesca a invertire correttamente le sillabe dell'inglese, e per di più si limita a districare pensieri aggrovigliati per comprendere almeno il senso di ciò che Amandine cerca di dirle.

- Jesus, non puoi parlare in inglese?
- Non lo so molto bene. E tu devi imparare.

Jordan sospira, poggiando la schiena - ancora dolorante - alla superficie in porcellana candida della vasca in cui sono sprofondate fino al collo. Alle schiave dei Deveraux sono concessi ogni due giorni dieci minuti per il bagno, a coppie, e nessuno o quasi vuole perdere tempo con Jordan, scontrosa e intrattabile. La schiava più anziana - la più fedele - che possiedono, Annette, la odia da quando è stata venduta alla tenuta e ci ha messo piede la prima volta. Jordan Fox insulta l'onore della servitù - così le piace definirsi - e rende triste la padrona, se l'è meritate quelle frustate.
L'acqua tiepida è piacevole, sulle ferite in lenta guarigione; è il primo bagno che il dottor Mason le ha permesso di fare, dopo settimane. Barrow l'ha tallonata come un cagnolino, per evitare che le piaghe scavate dalle frustate si riaprissero.

- Ricominciamo.

Alza gli occhi al cielo, scivolando a fissare i tratti ancora acerbi di Amandine - pelle color caramello, zucchero bruciato - e domandandosi chi, in futuro, avrebbe acquistato quel fiore in boccio che promette di diventare splendido.

- Non ne ho voglia.
- Meco on, Jordan, just a tlelit bit.
- What the hell, Amandine, sembra che ti sia annodata la lingua.

La ragazzina ridacchia, alzandosi in piedi per uscire dalla vasca e recuperare gli asciugamani per entrambe. Jordan la segue con lo sguardo, distratta, il mento poggiato al bordo della vasca. Sta pensando a qualcosa, probabilmente, a giudicare dall'espressione assente.
Si tormenta l'incavo dei gomiti - bucherellati come merletti.

- Jordie ..

Amandine la richiama, di nuovo, tendendole un asciugamano di tela - il lino è per la padrona.
Lei sospira, uscendo dalla vasca e strappandole di mano il telo, per avvolgersi - la vergogna di quegli sfregi sulla schiena è più forte del pudore.

- Fine, where were we?

Il sorriso della piccola schiava, e la ripresa dell'elenco di parole che deve imparare, la distolgono dal pensiero fisso di ciò che avrebbe voluto spingersi in vena - ancora, fino a stare male, fino a dimenticare il collare di cuoio che le serra il collo.
Come se davvero la Switch avesse mai funzionato, contro i fantasmi.

sabato 14 giugno 2014

Never enough.

Clackline, Magione dei Deveraux, 2508

« Again. »
La voce di Amandine le buca le orecchie, ovattata - terrorizzata.
Non urlare ragazzina, cristo santo non urlare.
« Again. »
Il sole di Dorado brucia la pelle pallida, si aggrappa ai vestiti già madidi di sudore in una cappa soffocante, appiccicosa e malsana.
Non guardare giù Jordan, non guardare giù.
Qualcuno, forse il vecchio Byron, aveva tagliato l'erba da poco - profumava di papaveri e peschi in fiore.
« Again. »
Se avesse abbassato lo sguardo oltre la staccionata - stringere il legno così forte da piantarsi le schegge sotto le unghie - non ci avrebbe trovato altro che schizzi di sangue, lo stesso che le imbratta, ferroso, le labbra - affondare i denti nella bocca, torturarla, per non urlare il suo dolore il suo disprezzo.
« Again. »
Ormai ha perso il conto alla quarta, o forse alla quinta scudisciata. La pelle della frusta le azzanna implacabile la schiena, in un groviglio ormai irriconoscibile di sangue, scapole e stoffa lacerata - « Te li ho pagati io i vestiti che indossi, posso levarteli allo stesso modo. »
Forse non avrei dovuto sputargli in faccia.
Quando una voce urla Basta! - un ordine stavolta, non una supplica -, lo sguardo smeraldino di Jordan è ancora fisso davanti a lei, inchiodato alla corteccia della quercia secolare del giardino; i polsi sono strettamente assicurati alla prima sbarra dello steccato contro cui, ormai, si è accasciata.
Qualcosa le serra lo stomaco in una morsa crudele - bile rabbia dolore -, il sudore le incolla i capelli tinti di rosa alla nuca -corti alle spalle, 'che una schiava non può concedersi il lusso avere ciocche color delle peonie.
Dei passi, un fruscio sull'erba, delle risate - latrati di figli di cagna.
Un paio di mani piccole e gentili - Amandine? - si affaccendano svelte, in un tremito incontrollato, attorno al nodo della corda, mormorando un mantra in quello che non tarda a riconoscere come Escravit - « I
t's rightall, it's rightall. »
No, non va affatto bene, vorrebbe risponderle.
Invece, l'ultima cosa che riesce a fare in uno sprazzo di coscienza è piegarsi in avanti e perdere i sensi, nell'ennesimo scossa di dolore che le mastica i nervi.
Non fa in tempo a sentire di nuovo le urla di Amandine - 
« Ma non potete, l'avete già punita! » - mentre la trascinano via.
Alla fine, purtroppo, ha guardato giù.

~

Quando riapre gli occhi - non sa nemmeno più dopo quanto tempo - sta fissando una parete di legno, la guancia premuta contro una superficie rigida e la bocca arida, impastata di sangue.
Il collare di cuoio rovinato le scotta sul collo, bollente.
La schiena fa talmente male che si rende conto già dopo il primo respiro spezzato che non riesce a gonfiare i polmoni come vorrebbe.
Fa per rivoltarsi, come un animale selvatico ferito da una tagliola - istinto, puro e semplice -, ma un paio di solide mani glielo impediscono, stringendole le spalle.
« Tienila ferma Barrow, maledizione. »
Un altro paio di mani la inchiodano al tavolo, con la stessa urgenza che ha sentito nella voce di prima - solo un tremito inesperto, ma risoluto, nell'affondarle le dita nella pelle dei polpacci.
« Ma se tenta di muoversi? »
« Non se, quando. E la risposta è sempre, cercherà di muoversi da adesso in avanti, quindi tienila ferma. »
Solo la voce di Amandine, in quel chiasso diffuso, suona come una melodia rassicurante.
« Non fatele male. »
« Stiamo cercando di rattopparla, signorina, ma non è messa bene. »
Parole che una Jordan sdraiata mezza nuda su un tavolo, con la schiena massacrata, non vorrebbe mai sentire.
« Dovevi portarcela prima, ha la febbre. Rischia di portarsela via l'infezione. »
« Vin non mi faceva andare via. L'ha tenuta legata lì sotto il sole per tutto il pomeriggio. »
Lo spavento e la preoccupazione, nell'inglese titubante di Amandine, sono freschi e sinceri come acqua di fonte - la stessa che c'era a Thyatira, quando doveva sciacquarsi il sale di dosso.
Prova nuovamente a divincolarsi, in una fitta che le strappa un ringhio selvatico e le annebbia i pensieri - non svenire, non di nuovo cazzo Jordan.
« Ci proviamo bambina. Ci proviamo. »
« Grazie dottor Mason. »
L'ago di un hypospray le pizzica il collo - switch, vi prego, datemi della switch - e non fa nemmeno in tempo a capire cosa sta per succedere che dell'acqua - profuma di timo, o forse sta impazzendo - le viene rovesciata sulla schiena. Piano.
Non può non urlare, fino a sfinirsi le corde vocali - mani sagge e dolcemente crudeli la tengono ferma, su quel tavolo, finché le ossa del bacino non cominciano a farle male per quanto si divincola.
Non sente più nulla se non il suo dolore - il timo, l'odore di fieno, i sussurri di Amandine - e un blando tranquillante che comincia a fare effetto - « Ho finito l'antidolorifico, dovrò fare in altro modo. ».
Apre bocca per replicare per respirare - uccidetemi e basta - ma di nuovo la carne devastata della schiena trascina a fondo la sua coscienza, spedendole scosse lungo la spina dorsale.
Samuel Barrow e il suo accento strascicato da 'liner cullano il suo ultimo sfarfallio di ciglia.

« Stop fightin', Jordan. It's 'nough for today. 
»

It's never enough, you dumbass.