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sabato 29 agosto 2015

domenica 31 maggio 2015

Did you see the flares in the sky?

The 'Verse, Skyplex Hall Point, 2517

Quella vita l'ha vissuta tanti e tanti momenti.
Ha fissato il tabellone delle partenze da Hall Point, dirette in tutto il 'Verse, centinaia di volte almeno, e almeno metà di quelle centinaia era durante un turno di lavoro.
Quella vita, quella della viaggiatrice per procura, l'ha vissuta negli sguardi della gente frettolosa, negli inseguimenti tra la folla brulicante, negli abbracci e negli addii dei viaggiatori.
Non è questo il caso - non è questo il momento.
Al momento, anche lei ha una valigia in mano - una sacca sulla spalla - e un biglietto in tasca - sola andata, 'che il ritorno è un mistero.
Il 'Verse intero è un mistero, e i mostri nascosti sotto il letto, negli incubi dei bambini - ai confini delle Galassie conosciute - non sono più tanto lontani.


Roanoke, Paris County, 2517

Sono loro ad essere lontani da tutto, sull'ultimo Cielo.
Le sue mani sono viola, secondo Sid - quando gliele tuffa nei capelli, schiantando la bocca contro la sua.
Sono rosse di tutto il sangue che s'è lasciata dietro, rosse della polvere delle strade di Maracay, rosso sbiadito della tinta rosa caramella con cui s'è impiastricciata i capelli.
Le sue mani sono nere di ogni colpa che non è riuscita a lavar via, sono blu come il mare di Whitmon - spelate dalle reti annodate e graffiate dalla salsedine.
Sono verdi dell'erba strappata, dei papaveri lungo il vialetto dei Deveraux, della tintura con cui Madame faceva lavorare lei, Amandine e le altre schiave - tira annoda strizza la stoffa.
Sono bianche della neve di St. Andrew, della farina con cui impastava il pane, della schiuma con cui imbatuffolava le guance di Ebwar per fargli la barba.
Solo un movimento distratto, su quella gola, e sarebbero tornate nuovamente rosse.
Lo stesso rosso che ha immaginato tingere il Latte di Luna, dopo aver ucciso il suo bambino.


The 'Verse, Skyplex Hall Point, 2517

La bambina di Daphne le tira le ciocche arruffate, mentre percorre i corridoi della Stazione.
Ha lasciato la Shouye - è tornata da lei, da Sharon - e questo vuol dire che davvero la fine del 'Verse è vicina.
Forse - si dice, mentre scarrozza in braccio la pupattola verso il Roadhouse - moriranno tutti, o quasi; i sopravvissuti saliranno su altre Arche - come tanti e tanti anni fa - e troveranno nuovi Mondi, nuovi Pianeti, nuovi Cieli vergini da colonizzare.
Gli esseri umani non sono fatti per durare a lungo.
E i confini dell'universo conosciuto, in quel momento, sono solo linee di una mappa stellare tracciata dai piloti che sono stati abbastanza coraggiosi da spingersi nell'ignoto.
Piloti come Edison - uccelli tropicali cuciti sulla camicia stazzonata -, a cui pensa di sfuggita carezzandosi l'interno del gomito.
Spingersi in vena un obbligo, annegati nei neon di Dog Town.


Richleaf, Maracay - Tartagal, 2508

Tulio è collassato sul pavimento lurido della stanza che hanno preso in affitto.
Ha ancora l'ago infilato nel braccio e la siringa tra le dita, ma a giudicare dal respiro pesante - un rantolo, come se un Loa gli si fosse appollaiato tra i polmoni e li strizzasse - ha perso i sensi all'ultima dose, trascinato sul fondo buio e pastoso di Switch.
Jordan lo osserva sdraiata sul divanetto sfondato, il battito che rallenta piano piano; si massaggia in una smorfia dolorante lo zigomo sinistro - diventato viola per la rabbia di colui per cui non ha guadagnato abbastanza pesos.
Più nessuno se la vuole scopare, al Sangre Amaro, dopo che ha piantato un coltello nella schiena dell'ennesimo cliente che non la voleva pagare.
L'amore è una strana cosa, si ritrova a pensare.
L'amore è ciò che la spinge a restare con Hidalgo, ad amarlo e assecondarlo, a bucarsi per sognare con lui un futuro migliore. E' ciò che la spinge ad alzarsi e barcollare fuori, nella sera appena iniziata della brulicante capitale, per cercare qualcosa da mangiare per lei e per l'uomo della sua vita.
Bisbigliano i vicoli, mentre la movida la inghiotte.


Clackline, Magione dei Deveraux, 2509

I sussurri sono troppo alti - fastidiosi, sibilanti -, non può fare a meno di sentirli.
La febbre le sta masticando i nervi, strappandole brandelli di coscienza e infuocandole la schiena massacrata dalla sferza; è quella, probabilmente, ad alterarle tutti i sensi.
Il legno sul tavolaccio su cui è sdraiata prona profuma di fiori - resina e polline -, e l'aria del capanno in cui il dottore ha finito di bendarle la schiena - timo e cotone fradicio - vibra sotto le parole bisbigliate dagli occupanti della stanza.
La credono svenuta, forse.

- .. ncepibile che l'abbiano quasi ammazzata.
- Lo sai come funziona.
- No, Jesus, non lo so.
- Barrow, datti una calmata.
- Finché i termas tratteranno così gli schiavi indisciplinati, non posso calmarmi.

L'accento di Samuel Barrow la culla - una barca sulle paludi fuori Baton Rouge - nell'oblio dell'antidolorifico, fino a perdere nuovamente i sensi.
Sogna di intrecciare margherite tra i capelli di Amandine, che per qualche motivo ha le ciocche bionde di sua madre. E lo stesso cipiglio assente, smarrito, che le ha visto tante e tante volte.
Quello che ha immaginato avrebbe avuto il mattino dopo la sua fuga.


New London, New London, 2517

E' fuggita dallo Skyplex - chiedendo il permesso, come si conviene.
Forse sono le luci dei lampioni a led - bianche come quelle di una sala operatoria, dove tante e tante volte le mani di Eddie l'hanno ricucita - ad illuminare la strada, o forse è il divampare delle esplosioni nel cielo buio, che si tinge di rosso e arancio e giallo e carminio.
Il tramonto di Dorado su Whitmon, rosseggia l'orizzonte come affocato a mare.
O ancora, forse è solo l'istinto - ciò che l'ha sempre guidata - a guidare i suoi passi verso quel grattacielo che buca il cielo di New London, uno dei tanti nella skyline.
Il portiere ha lasciato il suo lavoro per trovarsi un rifugio migliore, 'ché non vuole vedere in faccia un Marauder, 'ché secondo lui saranno i più ricchi del 'Verse a farne per primi le spese. Nessuno ha pensato di dirgli che, probabilmente, li uccideranno prima le radiazioni piuttosto che i barbari delle stelle.
L'ascensore è troppo lento, il corridoio troppo lungo, ma la porta la raggiunge pochi istanti più tardi.

 - Se è l'ennesimo predicatore contro il nucleare o la fine del 'Verse, ne ho già sentiti quattro oggi, quindi può alzare i tacchi.

Sorride, una dolcezza così sottile che le si spezza tra le costole.

- Sono io, Virginie.

Il silenzio attonito dietro la porta e l'armeggiare frenetico con la serratura, per disserrare la porta a scorrimento, le lasciano intendere che quella visita - stavolta - proprio non se l'aspettava.
Rivederla è respirare ossigeno dopo mesi di apnea - è sempre stato così.
Sorride di nuovo, e per una volta Jordan Fox è davvero felice.
Non le lascia neanche aprire bocca per domandare cosa ci faccia lì - perché ha attraversato mezza galassia in subbuglio per bussare alla sua porta.

- Ho deciso che la fine del 'Verse, se davvero deve arrivare, la voglio vedere con te.



You didn't ask for this
Nobody ever would
Caught in the middle of this dysfunction
It's your sad reality
It's your messed up family tree
And all your left with all these questions

Are you gonna be like your father was and his father was?
Do you have to carry what they've handed down?

No, this is not your legacy
This is not your destiny
Yesterday does not define you
No, this is not your legacy
This is not your meant to be
I can break the chains that bind you

I have a dream for you
It's better than where you've been
It's bigger than your imagination
You're gonna find real love
And you're gonna hold your kids
You'll change the course of generations

Cause you're my child
You're my chosen
You are loved
You are loved

And I will restore
All that was broken
You are loved
You are loved

And just like the seasons change
Winter into spring
You're brining new life to your family tree now

martedì 7 aprile 2015

Slow dancing in a burning room.

Roanoke, Carcere di Takoma Springs, 2517


Il rancio sa di segatura e carta vetrata.
Ha lo stesso sapore del mastice che usava il vecchio di Whitmon, della casetta sul molo - aggrappata con tenacia alle assi da anni di salsedine e chiodi - per riparare le crepe della sua barca, della nafta che consumava Raphael per la sua imbarcazione, lo stesso dei baci di Tulio che impastavano la bocca quando la switch era troppa e le masticava il cervello, sciogliendo le articolazioni come burro.
Ogni boccone è un groppo in gola, un mattone di saliva, la stessa angoscia che le rivolta lo stomaco - o forse è solo il fegato, aperto dai perforanti di Russell. Ha i brividi, ma arde di febbre.
Nella jungla di Goldera, l'umidità si attacca alle ossa, si intrufola nei polmoni ad ogni respiro come una cappa di velluto bagnato. Il sudore si aggrappa alla carne come i sospiri di un amante - il sapore di Sid le gratta la lingua ad ogni morso, la sua espressione incredula quando ha abbattuto quella bestia. Ha sparato al cane con la stessa, cieca determinazione di colui che - ormai troppi anni fa - ha sfondato le budella a Tulio con un colpo di shotgun ben preciso, per cercargli dentro le viscere i soldi che gli doveva. Come quel cacciatore di St. Andrew, che ha centrato l'alce direttamente in mezzo agli occhi, dipingendo il candore della neve perenne con schizzi di rosso - porpora carminio scarlatto amaranto vinaccia. Come i capelli di Sharon, una pennellata di corallo sulla tela dei suoi ricordi, sul muro della cella - un mattone sbeccato, ruggine e argilla per inchiostro.
Ha disegnato una galassia di ricordi - di sogni di paure di persone - su quelle pareti, sporcandosi le dita e vomitando bile nel secchio di latta che l'è stato concesso. E' solo il fegato, si ripete; è solo il fegato, non l'essere lasciata sola con se stessa, in silenzio, con tutto ciò che ha fatto.
Jordan pensa e ripensa - attorciglia riflessioni come nastri colorati sotto la brezza.
Sogna i suoi vecchi padroni, uno per uno, amore dopo amore. Sogna un soffitto fatto d'acqua che non smette di gocciolarle addosso, un pavimento che non la pianta di rollare come la barca gialla dal bordo scheggiato e l'odore di pesce. Thomas - finalmente - ha smesso di nascondersi dietro un sorriso accennato, dietro il silenzio, dietro le malelingue degli amici a cui si accompagna. Le ha respirato addosso un'infatuazione adolescenziale - frettolosa impacciata ma dolcissima - sulla pelle, tra i capelli, sotto la gonna. Le ha respirato addosso tutta la lussuria che ha tenuto nascosta dietro le frecciatine di Elija, da quando ha capito che gli occhi rabbiosi di Foxie sapevano anche essere gentili. A volte.
Jordan non lo fa più, non chiede più permesso alla società - a se stessa - se vuole qualcosa; se lo vuole, quel qualcosa o quel qualcuno se lo prende, senza badare alle macerie che si lascia dietro, la sfrontata sfacciataggine di chi è cresciuto come un'erbaccia, contorta e mal voluta, e si è ritagliata il suo posto nel 'Verse in un angolo che le era precluso già di nascita.
Ha finito il verde - per Goldera, per tutti gli occhi in cui si è specchiata - quando ha consumato tutto il sasso bianco - non ha altri colori - che le ha lanciato la sua vicina di cella, una ranchera che hanno arrestato perché l'hanno trovata strafatta di blast, con le tasche gonfie delle bustine che lei stessa - non ricorda neanche quando - le ha venduto. Ha riconosciuto i suoi capelli biondi, forse, o magari il pessimo carattere con cui le ha ringhiato attraverso le sbarre di smettere di fissarla o le avrebbe spaccato il naso.
L'è rimasto solo il rosso - quello che lei utilizza come tale.
Sogna, disegna quella stessa cella in fiamme, e lei che ci balla esattamente in mezzo, stentati passi di danza, incespica nei suoi stessi scarabocchi.
Ha passato tutta la sua vita, fino a quel momento, a ballare - entusiasta e sconsiderata come una bambina - in una stanza che va a fuoco, senza preoccuparsi di uscirne, senza preoccuparsi di cosa sarebbe rimasto attorno a lei una volta che l'incendio avrebbe divorato tutto quanto. Compresa lei.
Ma la porta, per quanto la riguarda, è già crollata nel fuoco alla prima scintilla.
Sarebbe arsa, infine, e sarebbe stato sufficiente.





You try to hit me just to hurt me
So you leave me feeling dirty
Because you can't understand.

mercoledì 21 gennaio 2015

We see that now and I paid my price, but that ain't gonna happen twice.

Greenfield, Oak Town, 2517


Il tonfo ovattato della porta che si chiude alle sue spalle suona lontano.
Si è portato via la bottiglia mezza vuota ma non lo zippo verniciato di blu; Jordan ci sta giocherellando da quando è uscito dalla stanza della bettola di Muller, senza voltarsi, incespicando nell'alcol e nei sensi di colpa.
L'ha visto il segno all'anulare sinistro - dove, secondo le leggende, una minuscola vena arriva dritta al cuore. Ce le ha avute addosso, quelle mani, e non ha sentito nulla - una sensazione talmente definitiva da sembrarle che si stesse muovendo sotto la pelle, contro le ossa.
Lo sguardo è fisso sul soffitto, sdraiata supina in quel letto stropicciato che sa ancora di loro.
Gli occhi azzurri di Drake Russell somigliano tanto a quelli di Tom - si era ritrovata a pensare -, Tom di un passato lontano, di lanterne, aria salmastra e sorrisi tranquilli.
Però quello sguardo, nel buio della stanza - una lapidazione di pietre scheggiate, disperate, non diverse da quelle che tagliano dentro le sue costole ogni volta che pensa di respirare la sua stessa aria - l'aveva ricambiato senza esitazioni. Non aveva abbassato gli occhi neanche di riflesso, mentre lui si levava i vestiti e si stordiva di alcol - quasi avesse bisogno di un'anestesia, per non pensare a cosa aveva appena acconsentito.
Uno scambio equo - o forse no.
La capacità di mantenere una promessa è sempre più rara, questo Jordan lo sa bene, e affondare le unghie nella schiena di Russell le ha dato la prova - dannatamente reale - che esistono ancora persone come lei.
Quasi le scommesse con se stessi non siano le uniche in cui è buona regola non barare - l'avversario animato da un commovente sentimento di dovere, i termini dell'accordo che assumono la consistenza ferrea delle scadenza necessarie.
Barare col mazzo in un solitario - per quelli come loro - non è neanche da prendere in considerazione.
Un accordo è un accordo, del resto, ma mentre accende per la ventesima volta lo zippo, grattandosi il pollice - il pacchetto di Engine dimenticato sul cuscino - si chiede silenziosamente quale prezzo ha pagato davvero lo sceriffo - « Quando l'avrò capito, te lo verrò a dire. » - per percorrere la scorciatoia più breve - direttamente tra le sue cosce, fino a che il bisogno non era diventato pace.
Russell avrebbe dovuto saperlo - si ripete lei - che se ti ostini a vincere, ti ricorderai solo la dannata, unica volta in cui perdi.

lunedì 29 dicembre 2014

It's not a silly little moment.

New London, New London, 2516


L'essenziale ma smaccata ricchezza del salotto di Virginie Saintsimoncieli di cemento, prati di dollariè brulicante di invitati, educatamente ciarlieri - calici e bollicine dorate, tintinnii argentini quanto le risate della padrona di casa. Jordan Fox, eludendo la sorveglianza di Bastienne, è sgattaiolata via alla prima occasione utile, quando tra una costosissima tartina sintetica e l'altra hanno smesso di domandarle com'è vivere su uno Skyplex, come mai conosce Virginie, perché è arrivata in ritardo alla festa per gli auguri di Natale. Lei, che il Natale non sapeva nemmeno esistesse prima che le spiegassero la tradizione cristiana a cui fa riferimento, così rara nei Pianeti Centrali.
La moquette candida è soffice sotto le ginocchia, accovacciata come una bambina sul pavimento della stanza dei giochi di Sophie; il vestito che le hanno fatto indossare - una gonna non sua, un maglioncino non suo - è spiegazzato come se ci avesse dormito sopra. S'è levata le scarpe - anfibi, immancabili - non appena entrata nel regno della pupattola che le sta giocando di fronte, impilando cubi di colorata plastica trasparente. La mano di Jordan sta tracciando qualcosa su un foglio di carta - un blocco da disegno -, alterna occhiate smeraldine tra la bimba bionda e l'immagine che sta prendendo vita sul foglio, schizzo dopo schizzo, tratti nervosi e sicuri.

- Dove altro potevi essere, sweety?

Le consonanti di Virginie le carezzano le orecchie - la coscienza - e le curvano le labbra in un sorriso sornione, senza farle staccare gli occhi dalla sua bambina. Quanto l'è mancata.

- Gli amici di tuo marito mi guardano come fossi un animaletto da compagnia mal addestrato.

Una risata argentina, divertita.

- Ma lo sei, Jordan.
- Shut up, 'Ginie.

L'affetto con cui le dice di stare zitta - parole mormorate contro il cuscino, tempo fa, una vita fa - calca la grafite sul foglio, gonfiandole un respiro dolce dentro il petto.

- Tua figlia è sempre più bella.
- And so are you.

La padrona di quella casa ha sempre avuto il potere, silenzioso, di prenderla in contropiede ogni volta che apre bocca. Ribatte tenendo la palla in gioco, segnando un silenzioso punto nel personalissimo conteggio di Jordan di chi è stato capace di farla, in qualche modo, innamorare. La sbircia da sopra la spalla - arruffate ciocche bionde -, inchiodandola allo stipite dove è poggiata, braccia incrociate. Sembra anche lei una bambina, esattamente come se la ricorda.

- Stop it.
- Or what?
- Virginie ..
- What?
- You know.

Taglia corto, secca come un ramoscello che si spezza. Brusca, arruffa il pelo, tornando a grattare la punta della matita sul foglio, prima che succeda - che voglia far succedere - ciò che aveva promesso non sarebbe più accaduto. Sophie ha intercettato la sagoma di sua madre, sulla porta, e le sta mostrando orgogliosa la costruzione di cubi che sta prendendo forma sotto le sue manine. E' Hall Point, secondo lei, dove lavora JayVirginie sospira, con pazienza.

- Non insegnare alla tua figlioccia a costruire quel luogo infernale.
- Quel luogo infernale mi dà da vivere, honey.
- Avrei potuto comprarti io, ma no ..
Sospira.
- Don't start that again ..
- .. Hai preferito buttarti via da un padrone all'altro e finire quasi ..

Le parole si imbrigliano tra le labbra di 'Ginie e la punta si spezza sul foglio, un boccolo arricciato sulla spalla di Sophie è bucato, sulla carta sottile. La rabbia di Jordan, difficilmente controllabile, sta gorgogliando cupa come il cielo prima del temporale. Sorda, ovattata. Non commenta, ingoia il silenzio guardingo dell'altra bionda senza fissarla, sentendo il suo sguardo chiaro addosso, sulla schiena. Riprende a disegnare come nulla fosse, chiudendosi in un silenzio scontroso.

- Ti trattano bene?

Tace. Relegare in un limbo i suoi pensieri insieme a momenti folli di dubbi e insicurezze, quelli dove l'indistinta, sgradevole sensazione che per lei non ci fosse davvero posto da nessuna parte era stata relegata, dimenticata. Scordata - simile a uno strumento che aveva perso la capacità di scavarle a pugni un buco di malinconia nello stomaco, da quando Ebwar le aveva stretto un collare attorno al collo e l'aveva chiamata sua. Si erano avvicendati tanti padroni, dopo di lui, e l'ultima della lista - padrona, amica, amante - aveva cominciato a chiamarla nella sua cabina sempre più spesso.

- Aye.
- E tu tratti bene gli altri?

Il pensiero delle ossa della falange di Cath Meyer che si spezza sotto le sue dita - deliziosamente crudele - le serpeggia in fondo agli occhi verdi con un crack, affogato in un sorrisetto selvatico, tra le ciglia bistrate di nero che trascina sui ricami floreali del vestitino orientale di Sophia. Una piccola bambolina cinese - porcellana e fili dorati.

- Quando se lo meritano.

Sente solo troppo tardi la presenza di Virginie alle sue spalle - il tappeto fidato su cui nascondere il rumore dei passi. Il fruscio dei pantaloni eleganti in cui è avvolta è seta, velluto alle sue orecchie, mentre si accovaccia di fianco a lei, 'sì da poterla osservare più da vicino. Le si offre, docile, e le permette di frugarle dentro senza problemi, come ha sempre fatto. Non ha bisogno di specificare che è più la terra bruciata che si lascia attorno, piuttosto che la comprensione. Sono le dita affusolate della Saintsimon, quando si poggiano sul suo braccio, a farla sussultare; vorrebbe non ci fosse lana, tra i suoi polpastrelli e la sua pelle.

- Be good.

Mormora, pacata. Nemmeno se l'avesse urlato - ordinato, imposto - avrebbe ottenuto un'annuire così sincero, viscerale, da parte della schiava. Come sempre, la sirenetta ha un potere che molto spesso non si accorge neppure di possedere.

- Per il resto?

Un kaleidoscopio di volti luoghi persone fatti le rimbalza in testa, accecandola per un istante. Smarrisce gli occhi verdi sui cubi di Sophie, sovrappensiero. Sulla Lattina c'è gente che va e gente che viene, gente che parte e gente che non ritorna. Per il resto, ci sono Sharon e Daphne - una che resta - sempre e comunque-, l'altra che sparisce, ritorna, se ne va. Per il resto, c'è Siddartha Beaumont, la Bloom e le caramelle annegate nella vodka. Non sapeva cosa fosse stato più dolce, se le sue mani sulla schiena, tra le ciocche bionde, sulle cosce - dappertutto - o la risata che le aveva gorgogliato sulla bocca. Strafatto, infatuato, ubriaco. Non faceva differenza. Per il resto, c'è Elian Chernenko, a cui avrebbe voluto serrare le mani attorno al collo e stringere, stringere così forte da tatuarle sulla pelle candida della gola il suo nome. Ci ha letto la stessa richiesta, in fondo a quegli occhi chiari, la stessa, furiosa disperazione di chi solo autodistruggendosi può ancora sentire qualcosa. Per il resto, c'è Vivienne Carter che la crede la sua Princess Charming, che la comprende, che le fa venir voglia di regalare origami e fiducia. Ha guardato sotto la scorza dei suoi occhi di cristalli e ci ha visto la stessa vita spezzata; anche in quelli di suo fratello, Virgil, c'è la stessa, vischiosa oscurità che la risucchia senza appello, come una falena attratta dalla luce. Per il resto, c'è State Gallant - all'Ufficio Postale, un'occhiata eloquente -, c'è Cath Meyer - una mela spezzata,' ché l'amore fa questo secondo Jordan, ci spacca in due e ci fotte se colui o colei che s'è staccato se ne va, infine. Perché una delle verità di questo 'Verse, in fondo, è che se ne vanno tutti prima o poi.

- Eddie's gone.

E' l'unica cosa che si lascia sfuggire, dal flusso disordinato di pensieri. Virginie la sbircia, in un silenzio comprensivo, prima di poggiare il capo contro la sua spalla. Sospira. Sophie le osserva e sorride, non capendo fino in fondo, ma fiondandosi verso di loro in una risata divertita per abbraccio collettivo, affondando i boccoli biondi nel maglione grigio perla di Jordan, strofinando il nasino contro la lana con l'entusiasmo che solo i bambini riescono a conservare.

- Merry Christmas, Jay.
- Whatever, 'Ginie.

venerdì 28 novembre 2014

Rapsodia in bianco.

Le lenzuola sono stropicciate, arate dalle unghie di chi vi si è rotolato fino a poco prima.
Fuckin' Princess Charming.
Il metallo della scrivania è freddo - gelido - sotto la sua schiena sfregiata, ma le mani che le stanno imprimendo a fuoco la pelle sono roventi, almeno quanto le minacce di poco prima.
Ti insegno io a scoparti una puttanella qualunque.
Il palo di legno, nella carne di Easton, si è infilato quasi fosse burro - lo scrocchio della cassa toracica, della spina dorsale, alle volte le solletica l'orecchio. Di notte, quando sopprime i fantasmi di chi non sa nemmeno il suo nome ma l'ha guardata negli occhi prima di morire.
Impalatelo.
Il bavero della camicia a scacchi, serrato tra le dita - nocche bianche per la rabbia - è ruvido almeno quanto lo strattone che lo lascia andare, stazzonato. Disgustato.
Fox - il sibilo che le azzanna i nervi, ogni volta.
Che sia in accento meilita o buller, la frustrazione è la stessa, soffocante e vischiosa.
Gli occhi di colui - colei? - che la osserva da un lettino dell'infermeria parlano di una rassegnazione che lei conosce bene, senza l'amarezza che ha avvelenato la sua anima da quella notte su St. Andrew - troppi anni fa. Avrebbe voluto strappare l'arrendevolezza placida - fastidiosa - direttamente dai polmoni di Garcia, quella consapevolezza che qualcosa - Qualcuno - adesso è in pace, perché la fede l'ha riportato sulla giusta strada.
La rotta di Hall Point, nello spazio buio e silenzioso, è lastricata di polvere bianca - polvere nera polvere gialla pilloline e fialette - e cadaveri, che lei ammonticchia uno dopo l'altro, proiettile dopo proiettile, anima dopo anima.
Jordan Fox, la moralità, l'ha smarrita ormai troppe vite fa.


Vieni a fare un giro dentro di me 
o questo fuoco si consumerà da sé.

giovedì 16 ottobre 2014

La descrizione di un (tanti) attimo.

Whitmon, Thyatira, 2503

Jordan Fox sente sua madre scopare nell'altra stanza. Le pareti sono troppo sottili, i gemiti troppo alti - il materasso scricchiola sotto il peso dell'ennesimo sconosciuto raccattato non sa dove - perché non le trapanino le orecchie senza riguardo alcuno. La schiena poggiata contro il muro dipinto di azzurro - l'aveva voluto lei, da piccola - la nuca rovesciata contro una crepa che non vuole saperne di chiudersi. Ci prova sempre, si incrosta le unghie di stucco e ci lavora, ma ogni volta è peggio di prima. Quel dannato materasso scricchiola, e una parte di lei si chiede se non sia il caso di battere contro il muro e urlare diavolo, smettila un po' mamma, se Adam ci sa fare sono affaracci tuoi. Se si concentra attentamente, può quasi sincronizzare il respiro con i cigolii delle molle dell'altra stanza. I capelli corti alle spalle, biondi, le solleticano il collo - ricrescono piano piano. Sta chiusa lì dentro e conta la risacca delle onde che si ode in lontananza, lungo la stradina tortuosa - sassi malamente accoccolati l'uno all'altro - che precipita verso il porto. Conta in silenzio e si immagina di non essere lì in quella cameretta, in quella casetta arroccata sulla brulla scogliera di Thyatira. Finestra socchiusa, la brezza tiepida di una sera d'estate - friniscono i grilli nei campi sparpagliati sulle colline - le solletica la pelle. Su Whitmon, anche l'inverno ha l'aria gentile, come fosse un'eterna primavera - pennellate roventi quando viene luglio. Chissà se questo prossimo luglio tornerà Raphael - contrabbandiere pescatore donnaiolo - e le racconterà una nuova storia. Chissà se questo Adam rimarrà più di un paio di orgasmi giorni e sua madre riuscirà finalmente ad essere felice.


Richleaf, Maracay - Tartagal, 2507

Piedi scalzi sullo sterrato di Maracay - Tartagal e i suoi vicoletti, un budello di bile, preghiere e bestemmie. Piove, è la stagione in cui su Richleaf decide di scaricarsi tutta l'acqua che gli ha succhiato la linfa, fino al midollo, rendendolo sabbia rossastra e baracche. La stessa acqua che si rovescia implacabile su tutto Polaris, sulla jungla di Bullfinch - i soldati, al fronte, annaspano nel fango. Jordan Fox se ne frega della Guerra. Se ne frega della campagna invernale, dei bollettini che arrivano di tanto in tanto, in holovisori gracchianti nascosti come tesori in qualche bar. Jordan, invece, balla un lento sotto la pioggia, allacciata a Tulio - dita callose affondate nelle sue ciocche rosa. La tiene stretta, così stretta da mozzarle il fiato - forse, se allentasse la presa, lei correrebbe via e non tornerebbe più indietro. Ha le nocche contratte contro la stoffa fradicia della schiena di lui, dondola piano, senza un ritmo - chitarra scordata, uno dei tanti gitani che brulicano nei quartieri. Balliamo, le ha detto lui - risate Switch e tequila. Non so ballare Tulio. Tranquilla che t'insegno chica, è facile. Segui me, come la prima sera. E Jordan lo segue, cieca e infatuata; lo segue con così tanta fede e ardore che si trascinerebbe in fondo al pozzo buio dei suoi occhi neri, pur di non lasciarlo andare.

Seven Hills, Port Inverness, 2511

La stoffa del maglione è ruvida sulla pelle nuda. Silenziosamente si chiede se non fosse stato meglio metterci qualcosa, sotto la lana. Ha uno shotgun a tracolla e la schiena dritta - sull'attenti Jordan Fox - mentre osserva padron Ebwar trattare con lo schiavista di turno. Fiato che diventa fumo nell'aria gelida, non sa neanche in che mese sono - non importa sono viva. La guardia del corpo dell'altro uomo, un asiatico dagli occhi grigio scuro, la fissa da quando è entrata in quella tenda improvvisata - spinge uno sguardo affilato quanto le sue lame addosso al suo collare elettrico. Jordan dondola sui talloni e arruffa il pelo, mordendosi silenziosamente la lingua per non chiedergli che cazzo hai da guardare muso giallo. Ci sono alcuni schiavi - dissidenti disertori prigionieri di Guerra - che lavorano nelle miniere di carbone - giacimenti poco fuori la capitale - a cui Ebwar è interessato. È comodo rivenderli, posso guadagnarci, dice lui. Charlie scuote il capo in un sorriso macchiato di nero. Respira carbone come tutti gli altri - viscida e densa polvere che impasta i polmoni - e anche se il suo completo è candido come la neve di St. Andrew, tutto questo bianco non laverà la sua coscienza. Non accetta. Ebwar adocchia Jordan, che raddrizza il capo in attesa di ordini - Eimì obbedisce, Eimì obbedisce sempre. Andiamo via, Jordan. Secco, spiccio. Il tono di Ebwar è così diverso quando sono davanti a tutti - il padrone comanda, il padrone pretende. Nella vasca da bagno - bollente nel rigido inverno di Seven Hill - la sua voce è una carezza, le sue mani sono gentili sulle cicatrici ormai rimarginate - non importa, sono bestie quelle che non hanno visto quanto sei bella. Eimì, mia preziosa Eimì.


The 'Verse, Skyplex Hall Point, 2516

Dopo mesi sulla lattina, non ha ancora capito quale sia il fuso orario. Il buio dello spazio - stelle sparse a manciate su velluto blu scuro - è sempre uguale, freddo e inospitale, arroccato contro i larghi finestroni del corridoio panoramico. Il metallo della panchina è scomodo, la divisa rossa e nera è troppo stretta. Occhi verdi fissi sullo schermo del c-pad, le cui ultime notizie - non sa quando non sa perché - rimbombano silenziose dentro la sua testa, al ritmo della lettura silenziosa con cui le sta spingendo tra i pensieri. Qualcosa le azzanna la gola, stringendo come se un paio di mani invisibili le stessero premendo sulla carotide, soffocandola - fame d'aria. Il Core sotto attacco, è strage - la Centrale Elettrica di Timisoara, il boato delle fondamenta che si accartocciano come carta straccia. Lo scarabocchio confuso delle tante persone che conosce - Eddie Daphne Owen 'Ginie Wolf tutti gli altri - le macchia i polmoni di un respiro affannoso. Come Charlie che respirava carbone, su Seven Hill; come Raphael che si asfaltava il fiato di nicotina - su Victory, diceva lui, Raphael è il patrono dei viaggiatori, perché coi contrabbandieri dovrebbe essere diverso?; come Tulio, che mentre le moriva tra le braccia - uno stillicidio scarlatto dalle labbra, sotto le sue mani - sembrava respirasse solo le sue ciocche rosa, 'che tanto l'aria non gli serviva più. Scivola lungo la seduta fino a poggiare la nuca contro lo schienale, rivoltando uno sguardo contro il soffitto e un respiro spezzato. Jordan Fox, per il momento, altro non può fare.

venerdì 26 settembre 2014

Run fast.

Horyzon, Capital City, 2516


Ad ogni passo sull'asfalto sente rimbombare le suole delle sneakers sfondate nel silenzio dell'Unification Park; l'appartamento di Eddie non è molto lontano, ma questa volta è lei l'insonne.
E' sgattaiolata fuori dopo la loro ultima discussione, e non sembra avere altro posto dove andare.
Corre - luce fredda dei lampioni elettrici, ombre scure sullo sterrato fin troppo ben tenuto - come se fosse inseguita, quando in realtà è solo la sua testa a tormentarla.
Schiena - sfregi sotto la stoffa della maglia - imperlata di sudore, fiato corto ma fisico d'atleta.
Corre e ricorda le mani di Daphne, la sua bocca, su di lei - Love Sugar e dolcissima assurda insensatezza; ricorda anche quelle di Sharon, serrate a strattonare il suo collare come se le volesse mozzare il respiro tra le corde vocali - «Non ti pianto una pallottola in fronte solo perché mi servi.» - e quelle di Shaw che la allontanano fermamente - «Non ti preoccupi per te, perché dovresti farlo per me?».
Scrolla il capo - un cavallo nervoso per le mosche - mentre curva e segue il sentiero, silenzioso quanto i suoi brulicanti pensieri. Si domanda, cupa, cosa sia davvero successo alle Terrazze Verdi - Wolf che lei ha visto sullo schermo di un c-pad con una pistola alla tempia e invece è stato arrestato per intralcio alla giustizia.
Non sono io la bugiarda, Wolfwood.
Ha promesso a Kenzi che non avrebbe più indossato il collare - clausola del nuovo contratto firmato -, ma dopo sette anni con del metallo sulla pelle sentirla nuda - un succhiotto viola, come le adolescenti - è una sensazione che non sembra piacerle granché.
Insetto inchiodato da spilli di schiavitù, una creatura volgare, che acquista un valore soltanto sotto vetro - in virtù della propria prigione.
Jordan Fox non ha mai amato i cambiamenti, eppure pare che la sua vita, per un motivo o per l'altro, sia sempre stata mutevole come il vento.
Si ferma.
Inchioda coi talloni sullo serrato e si china in avanti, poggiando le mani sulle ginocchia per riprendere fiato - ampie boccate d'aria, 'ché qua è vera e non riciclata come sulla Lattina.
Si è fermata, senza neanche accorgersene, davanti al palazzo di Virginie.
Alza gli occhi al cielo buio - le tre, le quattro forse - per arrampicare lo sguardo su per la parete di vetro e acciaio, fino a trovare il finestrone che le interessa.
La luce dell'appartamento è spenta, ovviamente - chissà se ci sono ancora i suoi disegni appesi alle pareti.
Chissà se si ricorda ancora di me, tra prati di dollari e cieli di cemento.
Chissà se tutti quelli che si è lasciata indietro - tante vite fa - pensano ancora a lei, qualche volta.
Del che si sente in colpa, Baker che la odia, Nanà che se n'è andata.
Saren e Sylene che tormentano il sonno di Eddie e lo fanno vivere coi fantasmi.
La piastrina con la mano insanguinata, nascosta sotto la stoffa, non è mai stata così pesante.
Probabilmente è nostalgia quella che le afferra lo stomaco - e morde, morde -, ma qualcuno le ha sempre raccontato che le cose esistono solo se hai le parole per definirle.
E Jordan, con le parole, non è mai stata brava.
Non può fare altro che girarsi e ricominciare a correre.

sabato 20 settembre 2014

Walking Disasters.


She used to get her kicks from a fall to the floor,
but now she's always wasted
A total looker, but she's jaded.
The kind of shivering wreck that I adore.



venerdì 15 agosto 2014

The Devil's Knot.

Whitmon, Ilida, luglio 2516

Il sole brucia la pelle candida, un sole a cui non era più abituata - lentiggini brune su pelle ambrata.
Jordan Fox lavora - schiena curva e mani rovinate. Annoda fili, rammenda reti, pulisce barche.
Non è Thyatira, troppi bisbigli, troppi volti; Ilida è un paesello arroccato nell'isoletta a fianco: più brullo, più povero, più assolato.
Jordan vorrebbe smettere di pensare - un brusio continuo e persistente - e ascoltare solo gli strilli dei gabbiani che reclamano la loro parte - gambe a penzoloni oltre le assi del molo.
Infila gira annoda.
Infila gira annoda, ancora.
Lo sguardo è perso sulle onde dello sterminato mare che copre tutto Whitmon, come un mantello blu scuro, e si chiede silenziosamente cosa succederebbe se prendesse una barca e semplicemente sparisse, prendesse il largo senza più tornare indietro.
Il primo nodo che termina - o il ventesimo, ha perso il conto - lo regala a Wolf.
Lars Wolfwood a cui ha tirato un pugno - ti odio ti odio ti odio -, Lars che l'ha ceduta senza neanche avvisarla, Lars che afferma la falsità della sua obbedienza - del suo affetto.
Le sue nocche, quelle stesse nocche spelate che maneggiano la ruvida rete incrostata di salsedine, si sono schiantate contro le sue ossa - e contro quelle di Serafel.

« Voglio solo che smetta tutto questo. »

Anch'io, urla silenziosamente Jordan Fox, anch'io voglio che smetta tutto quanto.
Si sveglia la notte - spartana cuccetta, stanza in affitto vicino al porto - e urla, urla senza neanche accorgersene, finché uno dei coinquilini non lancia una scarpa contro la porta e le sbraita di smettere, 'che se ha problemi vada da uno strizzacervelli e lasci dormire loro.
Il secondo nodo - stretto stretto - è per Lucifero.
Ezra Crane che la disprezza, Ezra che la guarda con sufficienza, rabbia, supponenza. Che le ha permesso di scegliere la sua punizione, una volta diventata sua proprietà, e le ha messo una pistola in mano. Si è sparata, per Lucifero, e l'arma si è rivelata scarica. Avrebbe voluto urlare di nuovo, invece si è ritrovata carponi sul pavimento a vomitare bile - la paura di una morte mancata che le ha rivoltato lo stomaco.
Il lapidario messaggio - minaccia - con cui l'ha liberata le ha gelato il sangue nelle vene.

Su Whitmon è nata Jordan Fox, venticinque anni fa. Senza collare.
Su Whitmon ci è tornata, quasi dieci anni dopo. Senza più un collare.


The 'Verse, Skyplex Hall Point, Agosto 2516

Su ogni Skyplex, l'aria è riciclata; profuma di disinfettante - un vago retrogusto di limone - o forse è semplicemente lei che sta impazzendo del tutto.
Il suo alloggio su Hall Point è una stanza piuttosto piccola: un bagno, un letto, una scrivania.
Ha già incollato qualche disegno sulle pareti - metallo della Lattina -, non ha neanche disfatto i bagagli; ha una sacca di tela rovinata, vestiti appallottolati, due pistole.
La divisa dello Staff è appesa all'armadio a muro, minuscolo, 'che le hanno raccomandato di tenerla da conto, di non rovinarla. E Jordan, si sa, obbedisce.
Quasi sempre.
Si sta rigirando tra le mani, assorta, un cerchietto di metallo levigato, sottile e leggero, eleganti incisioni dalla parte della chiusura - il nodo, il quarto nodo, per Daphne.
Daphne Kim che ha ordito trame alle sue spalle per comprarla, usando il suo terzo nodo - un collare spartano, di acciaio lucido, tondo -, Sharon Mackenzie. Daphne che l'ha scambiata come fosse un giocattolo, acquistandola senza neanche avere il coraggio di esporsi in prima persona e reclamandola alla Head dello Skyplex. Roba sua.

« Davvero non capisci, Jordan? »

No, davvero non capisce Jordan Fox perché la vita ha fatto i giri che ha fatto; perché ha rivisto Abigail - Catìra - dopo quasi otto anni, dall'ultima volta a Las Rosas. Abigail che l'ha guardata e le ha parlato di responsabilità, di prendersele e vivere davvero la vita. Abigail che non l'ha riconosciuta subito, che la ricordava coi capelli rosa e un sorriso vero, feroce - quando non era annebbiata dalla Switch.
Non capisce perché dal Bazaar - banco di Olson - e da Joe Black sia ritornata lì, dall'altra parte della barricata. E' come se la vita fosse andata troppo veloce - troppo in fretta, troppo dolore - e non le abbia chiesto il permesso prima di fermarsi.
Disorientata.
Jordan ha il collo nudo, in quella stanza, mentre silenziosamente riflette sul quarto padrone che le regala un collare - padroni diversi, gusti diversi.
Jordan pensa a Eddie - Shaw che non si fa più sentire, arrabbiato o semplicemente esasperato - e Virginie - bionda sirenetta a cui ha detto che sarebbe tornata e invece non l'ha fatto.
Quando non riesce più - non vuole più - a pensare perché le scoppia la testa, si infila il collare allacciandolo dietro la nuca in un fruscio definitivo.
Forse.
Con i suoi padroni, ultimamente, non c'è molto da star sicuri.

domenica 13 luglio 2014

Strade che si lasciano dimenticare.

Ha tappezzato la parete della camera di Virginie con fogli e disegni, schizzi e scarabocchi.
Ha scombinato l'ordine che solitamente regna sovrano nella stanza spaziosa - finestroni a picco sullo skyline di Capital City.

« You didn't replay. »

Non sopportava più quel bianco abbacinante - intonaco candido su cui ancora rimangono confitte alcune di quelle puntine che nessuna di loro è riuscita a levare dopo quella notte.

« I don't want to be on my own. »
« Virginie, what the fuck is goin' on? »
« Jordan, I don't wanna them here. »

Un grottesco collage di articoli di giornale - quelli ancora cartacei che resistono per i corers troppo snob per volere solo la versione digitale -, foto, parole, macchie rosse di pennarello.
Loss, Death, End, Hell, Voices. 
Un airone blu - origami in carta di caramella - spillato di fianco ad una Jordan immortalata in foto, più o meno al centro della scena, collegata ad un assembramento di volti a lei tutti noti - crocifissi contro il muro dalle ossessioni di una mente terrorizzata.
Nella penombra di una stanza con una parete di vetro - gli acquari delle Terrazze Verdi ormai esplosi -, i sussurri che tormentano la coscienza della reporter rannicchiata sotto il letto li ha sentiti anche lei.
Altri mostri, altri fantasmi - mani avide in un seminterrato a Gokinai, sul polveroso Boros.
Non toccarmi non toccarmi non toccarmi non toccarmi.
Crepitano sotto la pelle, viscidi e silenziosi, e non importa quante volte si è pizzicata la pelle candida fino a farla illividire.
L'ha tirata fuori da lì, le ha fatto il bagno e l'ha messa a letto.
E' rimasta a fissarla troppo a lungo, accovacciata sul pavimento, il mento appoggiato al materasso, e qualcosa - paura stanchezza sensi di colpa - l'ha fatta restare a contare i suoi respiri, come un mantra, prima di addormentarsi esattamente lì dove si trovava.
Adesso pensa alla camera di Eddie, mentre contempla il lavoro che ha fatto sulla parete, e si chiede silenziosamente se il medico - sguardi silenziosi e gelidi - sia ancora arrabbiato con lei.

« Dovresti smettere di fare la bambina e crescere un po', Jordan. »

Pensa a lui in una casa vuota - no, non è vuota, c'è Tac -, pensa a lui a cui non ha risposto, pensa al braccialetto nascosto in fondo ad una sacca.
Pensa che se non gli passa stavolta - non odiarmi, l'hai promesso, non odiarmi -, non gli passerà mai più.
Ha uno sbaffo di quella che sembra grafite - carboncino matita sanguigna - sul naso spolverato di lentiggini. Jordan Fox non è mai cresciuta davvero, è semplicemente diventata grande perché il tempo è passato.
Pensa a Daphne, nascosta in una grotta diventata rifugio - bambini persi e confessioni -, pensa alle sue dita tra i capelli umidi intrecciare ciocche solitamente arruffate.
Pensa a Serafel - occhi di vetro e parole profonde - e alla treccia che lei stessa le ha fatto, ribaltando i ruoli.
Trascina un'occhiata verde lungo tutto il muro ricoperto di fogli, seguendo distrattamente la messa su carta dei suoi pensieri.
Principesse cigno - candide e immacolate, fatte di neve - che diventano tali solo una notte al mese, soffici piume sotto le dita, Sirenette blu cobalto, fiamme gialle - Maracay, la testa del Gemelo che scoppia come un pomodoro sotto il suo fucile -, occhi grigi, occhi azzurri, occhi bianchi - « Ma tu ce li hai, gli occhi? » - mani nere, macchie rosse.
Svuotarsi la mente e inchiodarla alla parete per poter tracciare uno schema, anche solo un sentiero tortuoso, che la conduca fuori dalla palude in cui sente di essere affondata fino alla gola.
Pensa a Wolf, alla sua delusione - « Non te lo posso perdonare. » - all'ennesimo errore che ha deluso qualcuno.
No, non qualcuno: il suo padrone.
Pensa a Dragan, per la prima volta dopo tanto tempo, e pensa a come sarebbe stata diversa la sua vita se l'avesse tenuta con lui - se l'avesse amata, almeno un pochino.
Si accorge di qualcosa che le solletica la guancia solo in ritardo, quando raggiunge le labbra.
Chissà per quale strana alchimia le lacrime dei bambini diventano sale, quando crescono.
Un ringhio frustrato, da animale braccato, le solletica rabbioso la gola.
Barcolla verso il bagno - troppe caramelle troppa tequila troppi pensieri - e si schianta nella doccia, vestita, sotto un getto bollente.
Neanche così, probabilmente, riuscirà a lavarsi di dosso tutto quanto.

sabato 14 giugno 2014

Never enough.

Clackline, Magione dei Deveraux, 2508

« Again. »
La voce di Amandine le buca le orecchie, ovattata - terrorizzata.
Non urlare ragazzina, cristo santo non urlare.
« Again. »
Il sole di Dorado brucia la pelle pallida, si aggrappa ai vestiti già madidi di sudore in una cappa soffocante, appiccicosa e malsana.
Non guardare giù Jordan, non guardare giù.
Qualcuno, forse il vecchio Byron, aveva tagliato l'erba da poco - profumava di papaveri e peschi in fiore.
« Again. »
Se avesse abbassato lo sguardo oltre la staccionata - stringere il legno così forte da piantarsi le schegge sotto le unghie - non ci avrebbe trovato altro che schizzi di sangue, lo stesso che le imbratta, ferroso, le labbra - affondare i denti nella bocca, torturarla, per non urlare il suo dolore il suo disprezzo.
« Again. »
Ormai ha perso il conto alla quarta, o forse alla quinta scudisciata. La pelle della frusta le azzanna implacabile la schiena, in un groviglio ormai irriconoscibile di sangue, scapole e stoffa lacerata - « Te li ho pagati io i vestiti che indossi, posso levarteli allo stesso modo. »
Forse non avrei dovuto sputargli in faccia.
Quando una voce urla Basta! - un ordine stavolta, non una supplica -, lo sguardo smeraldino di Jordan è ancora fisso davanti a lei, inchiodato alla corteccia della quercia secolare del giardino; i polsi sono strettamente assicurati alla prima sbarra dello steccato contro cui, ormai, si è accasciata.
Qualcosa le serra lo stomaco in una morsa crudele - bile rabbia dolore -, il sudore le incolla i capelli tinti di rosa alla nuca -corti alle spalle, 'che una schiava non può concedersi il lusso avere ciocche color delle peonie.
Dei passi, un fruscio sull'erba, delle risate - latrati di figli di cagna.
Un paio di mani piccole e gentili - Amandine? - si affaccendano svelte, in un tremito incontrollato, attorno al nodo della corda, mormorando un mantra in quello che non tarda a riconoscere come Escravit - « I
t's rightall, it's rightall. »
No, non va affatto bene, vorrebbe risponderle.
Invece, l'ultima cosa che riesce a fare in uno sprazzo di coscienza è piegarsi in avanti e perdere i sensi, nell'ennesimo scossa di dolore che le mastica i nervi.
Non fa in tempo a sentire di nuovo le urla di Amandine - 
« Ma non potete, l'avete già punita! » - mentre la trascinano via.
Alla fine, purtroppo, ha guardato giù.

~

Quando riapre gli occhi - non sa nemmeno più dopo quanto tempo - sta fissando una parete di legno, la guancia premuta contro una superficie rigida e la bocca arida, impastata di sangue.
Il collare di cuoio rovinato le scotta sul collo, bollente.
La schiena fa talmente male che si rende conto già dopo il primo respiro spezzato che non riesce a gonfiare i polmoni come vorrebbe.
Fa per rivoltarsi, come un animale selvatico ferito da una tagliola - istinto, puro e semplice -, ma un paio di solide mani glielo impediscono, stringendole le spalle.
« Tienila ferma Barrow, maledizione. »
Un altro paio di mani la inchiodano al tavolo, con la stessa urgenza che ha sentito nella voce di prima - solo un tremito inesperto, ma risoluto, nell'affondarle le dita nella pelle dei polpacci.
« Ma se tenta di muoversi? »
« Non se, quando. E la risposta è sempre, cercherà di muoversi da adesso in avanti, quindi tienila ferma. »
Solo la voce di Amandine, in quel chiasso diffuso, suona come una melodia rassicurante.
« Non fatele male. »
« Stiamo cercando di rattopparla, signorina, ma non è messa bene. »
Parole che una Jordan sdraiata mezza nuda su un tavolo, con la schiena massacrata, non vorrebbe mai sentire.
« Dovevi portarcela prima, ha la febbre. Rischia di portarsela via l'infezione. »
« Vin non mi faceva andare via. L'ha tenuta legata lì sotto il sole per tutto il pomeriggio. »
Lo spavento e la preoccupazione, nell'inglese titubante di Amandine, sono freschi e sinceri come acqua di fonte - la stessa che c'era a Thyatira, quando doveva sciacquarsi il sale di dosso.
Prova nuovamente a divincolarsi, in una fitta che le strappa un ringhio selvatico e le annebbia i pensieri - non svenire, non di nuovo cazzo Jordan.
« Ci proviamo bambina. Ci proviamo. »
« Grazie dottor Mason. »
L'ago di un hypospray le pizzica il collo - switch, vi prego, datemi della switch - e non fa nemmeno in tempo a capire cosa sta per succedere che dell'acqua - profuma di timo, o forse sta impazzendo - le viene rovesciata sulla schiena. Piano.
Non può non urlare, fino a sfinirsi le corde vocali - mani sagge e dolcemente crudeli la tengono ferma, su quel tavolo, finché le ossa del bacino non cominciano a farle male per quanto si divincola.
Non sente più nulla se non il suo dolore - il timo, l'odore di fieno, i sussurri di Amandine - e un blando tranquillante che comincia a fare effetto - « Ho finito l'antidolorifico, dovrò fare in altro modo. ».
Apre bocca per replicare per respirare - uccidetemi e basta - ma di nuovo la carne devastata della schiena trascina a fondo la sua coscienza, spedendole scosse lungo la spina dorsale.
Samuel Barrow e il suo accento strascicato da 'liner cullano il suo ultimo sfarfallio di ciglia.

« Stop fightin', Jordan. It's 'nough for today. 
»

It's never enough, you dumbass.