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domenica 31 maggio 2015

Did you see the flares in the sky?

The 'Verse, Skyplex Hall Point, 2517

Quella vita l'ha vissuta tanti e tanti momenti.
Ha fissato il tabellone delle partenze da Hall Point, dirette in tutto il 'Verse, centinaia di volte almeno, e almeno metà di quelle centinaia era durante un turno di lavoro.
Quella vita, quella della viaggiatrice per procura, l'ha vissuta negli sguardi della gente frettolosa, negli inseguimenti tra la folla brulicante, negli abbracci e negli addii dei viaggiatori.
Non è questo il caso - non è questo il momento.
Al momento, anche lei ha una valigia in mano - una sacca sulla spalla - e un biglietto in tasca - sola andata, 'che il ritorno è un mistero.
Il 'Verse intero è un mistero, e i mostri nascosti sotto il letto, negli incubi dei bambini - ai confini delle Galassie conosciute - non sono più tanto lontani.


Roanoke, Paris County, 2517

Sono loro ad essere lontani da tutto, sull'ultimo Cielo.
Le sue mani sono viola, secondo Sid - quando gliele tuffa nei capelli, schiantando la bocca contro la sua.
Sono rosse di tutto il sangue che s'è lasciata dietro, rosse della polvere delle strade di Maracay, rosso sbiadito della tinta rosa caramella con cui s'è impiastricciata i capelli.
Le sue mani sono nere di ogni colpa che non è riuscita a lavar via, sono blu come il mare di Whitmon - spelate dalle reti annodate e graffiate dalla salsedine.
Sono verdi dell'erba strappata, dei papaveri lungo il vialetto dei Deveraux, della tintura con cui Madame faceva lavorare lei, Amandine e le altre schiave - tira annoda strizza la stoffa.
Sono bianche della neve di St. Andrew, della farina con cui impastava il pane, della schiuma con cui imbatuffolava le guance di Ebwar per fargli la barba.
Solo un movimento distratto, su quella gola, e sarebbero tornate nuovamente rosse.
Lo stesso rosso che ha immaginato tingere il Latte di Luna, dopo aver ucciso il suo bambino.


The 'Verse, Skyplex Hall Point, 2517

La bambina di Daphne le tira le ciocche arruffate, mentre percorre i corridoi della Stazione.
Ha lasciato la Shouye - è tornata da lei, da Sharon - e questo vuol dire che davvero la fine del 'Verse è vicina.
Forse - si dice, mentre scarrozza in braccio la pupattola verso il Roadhouse - moriranno tutti, o quasi; i sopravvissuti saliranno su altre Arche - come tanti e tanti anni fa - e troveranno nuovi Mondi, nuovi Pianeti, nuovi Cieli vergini da colonizzare.
Gli esseri umani non sono fatti per durare a lungo.
E i confini dell'universo conosciuto, in quel momento, sono solo linee di una mappa stellare tracciata dai piloti che sono stati abbastanza coraggiosi da spingersi nell'ignoto.
Piloti come Edison - uccelli tropicali cuciti sulla camicia stazzonata -, a cui pensa di sfuggita carezzandosi l'interno del gomito.
Spingersi in vena un obbligo, annegati nei neon di Dog Town.


Richleaf, Maracay - Tartagal, 2508

Tulio è collassato sul pavimento lurido della stanza che hanno preso in affitto.
Ha ancora l'ago infilato nel braccio e la siringa tra le dita, ma a giudicare dal respiro pesante - un rantolo, come se un Loa gli si fosse appollaiato tra i polmoni e li strizzasse - ha perso i sensi all'ultima dose, trascinato sul fondo buio e pastoso di Switch.
Jordan lo osserva sdraiata sul divanetto sfondato, il battito che rallenta piano piano; si massaggia in una smorfia dolorante lo zigomo sinistro - diventato viola per la rabbia di colui per cui non ha guadagnato abbastanza pesos.
Più nessuno se la vuole scopare, al Sangre Amaro, dopo che ha piantato un coltello nella schiena dell'ennesimo cliente che non la voleva pagare.
L'amore è una strana cosa, si ritrova a pensare.
L'amore è ciò che la spinge a restare con Hidalgo, ad amarlo e assecondarlo, a bucarsi per sognare con lui un futuro migliore. E' ciò che la spinge ad alzarsi e barcollare fuori, nella sera appena iniziata della brulicante capitale, per cercare qualcosa da mangiare per lei e per l'uomo della sua vita.
Bisbigliano i vicoli, mentre la movida la inghiotte.


Clackline, Magione dei Deveraux, 2509

I sussurri sono troppo alti - fastidiosi, sibilanti -, non può fare a meno di sentirli.
La febbre le sta masticando i nervi, strappandole brandelli di coscienza e infuocandole la schiena massacrata dalla sferza; è quella, probabilmente, ad alterarle tutti i sensi.
Il legno sul tavolaccio su cui è sdraiata prona profuma di fiori - resina e polline -, e l'aria del capanno in cui il dottore ha finito di bendarle la schiena - timo e cotone fradicio - vibra sotto le parole bisbigliate dagli occupanti della stanza.
La credono svenuta, forse.

- .. ncepibile che l'abbiano quasi ammazzata.
- Lo sai come funziona.
- No, Jesus, non lo so.
- Barrow, datti una calmata.
- Finché i termas tratteranno così gli schiavi indisciplinati, non posso calmarmi.

L'accento di Samuel Barrow la culla - una barca sulle paludi fuori Baton Rouge - nell'oblio dell'antidolorifico, fino a perdere nuovamente i sensi.
Sogna di intrecciare margherite tra i capelli di Amandine, che per qualche motivo ha le ciocche bionde di sua madre. E lo stesso cipiglio assente, smarrito, che le ha visto tante e tante volte.
Quello che ha immaginato avrebbe avuto il mattino dopo la sua fuga.


New London, New London, 2517

E' fuggita dallo Skyplex - chiedendo il permesso, come si conviene.
Forse sono le luci dei lampioni a led - bianche come quelle di una sala operatoria, dove tante e tante volte le mani di Eddie l'hanno ricucita - ad illuminare la strada, o forse è il divampare delle esplosioni nel cielo buio, che si tinge di rosso e arancio e giallo e carminio.
Il tramonto di Dorado su Whitmon, rosseggia l'orizzonte come affocato a mare.
O ancora, forse è solo l'istinto - ciò che l'ha sempre guidata - a guidare i suoi passi verso quel grattacielo che buca il cielo di New London, uno dei tanti nella skyline.
Il portiere ha lasciato il suo lavoro per trovarsi un rifugio migliore, 'ché non vuole vedere in faccia un Marauder, 'ché secondo lui saranno i più ricchi del 'Verse a farne per primi le spese. Nessuno ha pensato di dirgli che, probabilmente, li uccideranno prima le radiazioni piuttosto che i barbari delle stelle.
L'ascensore è troppo lento, il corridoio troppo lungo, ma la porta la raggiunge pochi istanti più tardi.

 - Se è l'ennesimo predicatore contro il nucleare o la fine del 'Verse, ne ho già sentiti quattro oggi, quindi può alzare i tacchi.

Sorride, una dolcezza così sottile che le si spezza tra le costole.

- Sono io, Virginie.

Il silenzio attonito dietro la porta e l'armeggiare frenetico con la serratura, per disserrare la porta a scorrimento, le lasciano intendere che quella visita - stavolta - proprio non se l'aspettava.
Rivederla è respirare ossigeno dopo mesi di apnea - è sempre stato così.
Sorride di nuovo, e per una volta Jordan Fox è davvero felice.
Non le lascia neanche aprire bocca per domandare cosa ci faccia lì - perché ha attraversato mezza galassia in subbuglio per bussare alla sua porta.

- Ho deciso che la fine del 'Verse, se davvero deve arrivare, la voglio vedere con te.



You didn't ask for this
Nobody ever would
Caught in the middle of this dysfunction
It's your sad reality
It's your messed up family tree
And all your left with all these questions

Are you gonna be like your father was and his father was?
Do you have to carry what they've handed down?

No, this is not your legacy
This is not your destiny
Yesterday does not define you
No, this is not your legacy
This is not your meant to be
I can break the chains that bind you

I have a dream for you
It's better than where you've been
It's bigger than your imagination
You're gonna find real love
And you're gonna hold your kids
You'll change the course of generations

Cause you're my child
You're my chosen
You are loved
You are loved

And I will restore
All that was broken
You are loved
You are loved

And just like the seasons change
Winter into spring
You're brining new life to your family tree now

sabato 31 gennaio 2015

Deep water.

Whitmon, Thyatira, 2503

I sassolini della scogliera su cui è affacciata Jordan Fox le solleticano le dita dei piedi, scalza sul baratro che precipita giù, per venti metri buoni, fino a tuffarsi nelle onde della costa frastagliata di Thyatira. Chi bazzica da quelle parti, conosce quel posto come il Salto degli Sposi; leggenda vuole che due innamorati, tanti anni fa, si siano presi per mano e siano saltati insieme giù dallo strapiombo.
Il perché, non l'ha mai saputo nessuno.
Non guardare giù non guardare giù non guardare.
Gli occhi verdi sono fissi sull'orizzonte, l'aria salmastra le gonfia i polmoni dello stesso respiro accelerato che, ormai, la tormenta da quando ha accettato quella stupida scommessa.

- Scommetto che non ce la fai, Foxie.
- Mangiati la lingua, Welsh.

In quel momento, con le vertigini che le serrano la gola rischiando di farla vomitare, avrebbe tanto voluto ingoiarsela lei, la lingua, e maledirsi per aver accolto l'ennesima provocazione di Elija.
La brezza frusta le corte ciocche bionde - tagliate per rabbia - e la veste di pelle d'oca, 'ché l'abitino azzurro che indossa non è sufficiente a ripararla dall'aria pungente di una mattina di settembre.
L'angoscia fa tutto il resto.

- Prima di domani, magari.

Il ridacchiare sommesso del terzetto che le sta fissando la schiena la fa rabbrividire ancora di più - serra i pugni contro i fianchi, per non doversi girare e usarli contro di loro.
La cattiveria dei dodicenni non ha limiti - se anche avesse voluto, saltare sarebbe stato l'unico modo di andarsene di lì senza un occhio nero.

- Come on, Eli, non vedi che ha paura?

Thomas e la sua preoccupazione - avrebbe dovuto imparare a nasconderla meglio, si disse lei.
Ma Elija non coglie l'urgenza nel tono dell'amico, rigirandolo a suo piacimento.

- Certo che ha paura. Right, Fox?
Silenzio.
- Ammetti di essere una codarda, oltre che una bastarda.

Non c'è nessuna ammissione, per qualcosa che ti ha marchiato alla nascita senza appello.
Jordan, questo, lo sa fin troppo bene.
Chiude gli occhi - infine - e prende un respiro denso, cancellando in un colpo di spugna le risate di Elija e di Nick, il tentativo di Tom di farle fare un passo indietro - farle ingoiare, per non ammazzarsi, la sabbia del fallimento.
No, non l'avrebbe permesso un'altra volta.
Quando muove l'ultimo passo in avanti, nel vuoto, i sogghigni dei suoi aguzzini spariscono davvero.
Si chiede, precipitando in un urlo silenzioso, se anche i due sposi avessero provato la stessa sensazione - l'aria risucchiata dai polmoni in venti metri di nulla.



Clackline, Magione dei Deveraux, 2508

Infrange la superficie dell'acqua quando trattenere il respiro ha cominciato a farle pizzicare i polmoni, appannandole la vista e facendole formicolare le braccia.
Riprende fiato, levandosi le fradicie ciocche rosa - stanno sbiadendo, piano piano - dagli occhi, per poter rimettere a fuoco, in uno sfarfallio delle ciglia chiare, la sagoma seduta nella vasca davanti a lei.

- ..rdan, mi ascolti?
- Anh?
- You stenli? You standerun?

L'Escravit continua a risultarle assolutamente incomprensibile, la maggiorparte delle volte; sembra che il suo cervello non riesca a invertire correttamente le sillabe dell'inglese, e per di più si limita a districare pensieri aggrovigliati per comprendere almeno il senso di ciò che Amandine cerca di dirle.

- Jesus, non puoi parlare in inglese?
- Non lo so molto bene. E tu devi imparare.

Jordan sospira, poggiando la schiena - ancora dolorante - alla superficie in porcellana candida della vasca in cui sono sprofondate fino al collo. Alle schiave dei Deveraux sono concessi ogni due giorni dieci minuti per il bagno, a coppie, e nessuno o quasi vuole perdere tempo con Jordan, scontrosa e intrattabile. La schiava più anziana - la più fedele - che possiedono, Annette, la odia da quando è stata venduta alla tenuta e ci ha messo piede la prima volta. Jordan Fox insulta l'onore della servitù - così le piace definirsi - e rende triste la padrona, se l'è meritate quelle frustate.
L'acqua tiepida è piacevole, sulle ferite in lenta guarigione; è il primo bagno che il dottor Mason le ha permesso di fare, dopo settimane. Barrow l'ha tallonata come un cagnolino, per evitare che le piaghe scavate dalle frustate si riaprissero.

- Ricominciamo.

Alza gli occhi al cielo, scivolando a fissare i tratti ancora acerbi di Amandine - pelle color caramello, zucchero bruciato - e domandandosi chi, in futuro, avrebbe acquistato quel fiore in boccio che promette di diventare splendido.

- Non ne ho voglia.
- Meco on, Jordan, just a tlelit bit.
- What the hell, Amandine, sembra che ti sia annodata la lingua.

La ragazzina ridacchia, alzandosi in piedi per uscire dalla vasca e recuperare gli asciugamani per entrambe. Jordan la segue con lo sguardo, distratta, il mento poggiato al bordo della vasca. Sta pensando a qualcosa, probabilmente, a giudicare dall'espressione assente.
Si tormenta l'incavo dei gomiti - bucherellati come merletti.

- Jordie ..

Amandine la richiama, di nuovo, tendendole un asciugamano di tela - il lino è per la padrona.
Lei sospira, uscendo dalla vasca e strappandole di mano il telo, per avvolgersi - la vergogna di quegli sfregi sulla schiena è più forte del pudore.

- Fine, where were we?

Il sorriso della piccola schiava, e la ripresa dell'elenco di parole che deve imparare, la distolgono dal pensiero fisso di ciò che avrebbe voluto spingersi in vena - ancora, fino a stare male, fino a dimenticare il collare di cuoio che le serra il collo.
Come se davvero la Switch avesse mai funzionato, contro i fantasmi.

giovedì 16 ottobre 2014

La descrizione di un (tanti) attimo.

Whitmon, Thyatira, 2503

Jordan Fox sente sua madre scopare nell'altra stanza. Le pareti sono troppo sottili, i gemiti troppo alti - il materasso scricchiola sotto il peso dell'ennesimo sconosciuto raccattato non sa dove - perché non le trapanino le orecchie senza riguardo alcuno. La schiena poggiata contro il muro dipinto di azzurro - l'aveva voluto lei, da piccola - la nuca rovesciata contro una crepa che non vuole saperne di chiudersi. Ci prova sempre, si incrosta le unghie di stucco e ci lavora, ma ogni volta è peggio di prima. Quel dannato materasso scricchiola, e una parte di lei si chiede se non sia il caso di battere contro il muro e urlare diavolo, smettila un po' mamma, se Adam ci sa fare sono affaracci tuoi. Se si concentra attentamente, può quasi sincronizzare il respiro con i cigolii delle molle dell'altra stanza. I capelli corti alle spalle, biondi, le solleticano il collo - ricrescono piano piano. Sta chiusa lì dentro e conta la risacca delle onde che si ode in lontananza, lungo la stradina tortuosa - sassi malamente accoccolati l'uno all'altro - che precipita verso il porto. Conta in silenzio e si immagina di non essere lì in quella cameretta, in quella casetta arroccata sulla brulla scogliera di Thyatira. Finestra socchiusa, la brezza tiepida di una sera d'estate - friniscono i grilli nei campi sparpagliati sulle colline - le solletica la pelle. Su Whitmon, anche l'inverno ha l'aria gentile, come fosse un'eterna primavera - pennellate roventi quando viene luglio. Chissà se questo prossimo luglio tornerà Raphael - contrabbandiere pescatore donnaiolo - e le racconterà una nuova storia. Chissà se questo Adam rimarrà più di un paio di orgasmi giorni e sua madre riuscirà finalmente ad essere felice.


Richleaf, Maracay - Tartagal, 2507

Piedi scalzi sullo sterrato di Maracay - Tartagal e i suoi vicoletti, un budello di bile, preghiere e bestemmie. Piove, è la stagione in cui su Richleaf decide di scaricarsi tutta l'acqua che gli ha succhiato la linfa, fino al midollo, rendendolo sabbia rossastra e baracche. La stessa acqua che si rovescia implacabile su tutto Polaris, sulla jungla di Bullfinch - i soldati, al fronte, annaspano nel fango. Jordan Fox se ne frega della Guerra. Se ne frega della campagna invernale, dei bollettini che arrivano di tanto in tanto, in holovisori gracchianti nascosti come tesori in qualche bar. Jordan, invece, balla un lento sotto la pioggia, allacciata a Tulio - dita callose affondate nelle sue ciocche rosa. La tiene stretta, così stretta da mozzarle il fiato - forse, se allentasse la presa, lei correrebbe via e non tornerebbe più indietro. Ha le nocche contratte contro la stoffa fradicia della schiena di lui, dondola piano, senza un ritmo - chitarra scordata, uno dei tanti gitani che brulicano nei quartieri. Balliamo, le ha detto lui - risate Switch e tequila. Non so ballare Tulio. Tranquilla che t'insegno chica, è facile. Segui me, come la prima sera. E Jordan lo segue, cieca e infatuata; lo segue con così tanta fede e ardore che si trascinerebbe in fondo al pozzo buio dei suoi occhi neri, pur di non lasciarlo andare.

Seven Hills, Port Inverness, 2511

La stoffa del maglione è ruvida sulla pelle nuda. Silenziosamente si chiede se non fosse stato meglio metterci qualcosa, sotto la lana. Ha uno shotgun a tracolla e la schiena dritta - sull'attenti Jordan Fox - mentre osserva padron Ebwar trattare con lo schiavista di turno. Fiato che diventa fumo nell'aria gelida, non sa neanche in che mese sono - non importa sono viva. La guardia del corpo dell'altro uomo, un asiatico dagli occhi grigio scuro, la fissa da quando è entrata in quella tenda improvvisata - spinge uno sguardo affilato quanto le sue lame addosso al suo collare elettrico. Jordan dondola sui talloni e arruffa il pelo, mordendosi silenziosamente la lingua per non chiedergli che cazzo hai da guardare muso giallo. Ci sono alcuni schiavi - dissidenti disertori prigionieri di Guerra - che lavorano nelle miniere di carbone - giacimenti poco fuori la capitale - a cui Ebwar è interessato. È comodo rivenderli, posso guadagnarci, dice lui. Charlie scuote il capo in un sorriso macchiato di nero. Respira carbone come tutti gli altri - viscida e densa polvere che impasta i polmoni - e anche se il suo completo è candido come la neve di St. Andrew, tutto questo bianco non laverà la sua coscienza. Non accetta. Ebwar adocchia Jordan, che raddrizza il capo in attesa di ordini - Eimì obbedisce, Eimì obbedisce sempre. Andiamo via, Jordan. Secco, spiccio. Il tono di Ebwar è così diverso quando sono davanti a tutti - il padrone comanda, il padrone pretende. Nella vasca da bagno - bollente nel rigido inverno di Seven Hill - la sua voce è una carezza, le sue mani sono gentili sulle cicatrici ormai rimarginate - non importa, sono bestie quelle che non hanno visto quanto sei bella. Eimì, mia preziosa Eimì.


The 'Verse, Skyplex Hall Point, 2516

Dopo mesi sulla lattina, non ha ancora capito quale sia il fuso orario. Il buio dello spazio - stelle sparse a manciate su velluto blu scuro - è sempre uguale, freddo e inospitale, arroccato contro i larghi finestroni del corridoio panoramico. Il metallo della panchina è scomodo, la divisa rossa e nera è troppo stretta. Occhi verdi fissi sullo schermo del c-pad, le cui ultime notizie - non sa quando non sa perché - rimbombano silenziose dentro la sua testa, al ritmo della lettura silenziosa con cui le sta spingendo tra i pensieri. Qualcosa le azzanna la gola, stringendo come se un paio di mani invisibili le stessero premendo sulla carotide, soffocandola - fame d'aria. Il Core sotto attacco, è strage - la Centrale Elettrica di Timisoara, il boato delle fondamenta che si accartocciano come carta straccia. Lo scarabocchio confuso delle tante persone che conosce - Eddie Daphne Owen 'Ginie Wolf tutti gli altri - le macchia i polmoni di un respiro affannoso. Come Charlie che respirava carbone, su Seven Hill; come Raphael che si asfaltava il fiato di nicotina - su Victory, diceva lui, Raphael è il patrono dei viaggiatori, perché coi contrabbandieri dovrebbe essere diverso?; come Tulio, che mentre le moriva tra le braccia - uno stillicidio scarlatto dalle labbra, sotto le sue mani - sembrava respirasse solo le sue ciocche rosa, 'che tanto l'aria non gli serviva più. Scivola lungo la seduta fino a poggiare la nuca contro lo schienale, rivoltando uno sguardo contro il soffitto e un respiro spezzato. Jordan Fox, per il momento, altro non può fare.

venerdì 15 agosto 2014

The Devil's Knot.

Whitmon, Ilida, luglio 2516

Il sole brucia la pelle candida, un sole a cui non era più abituata - lentiggini brune su pelle ambrata.
Jordan Fox lavora - schiena curva e mani rovinate. Annoda fili, rammenda reti, pulisce barche.
Non è Thyatira, troppi bisbigli, troppi volti; Ilida è un paesello arroccato nell'isoletta a fianco: più brullo, più povero, più assolato.
Jordan vorrebbe smettere di pensare - un brusio continuo e persistente - e ascoltare solo gli strilli dei gabbiani che reclamano la loro parte - gambe a penzoloni oltre le assi del molo.
Infila gira annoda.
Infila gira annoda, ancora.
Lo sguardo è perso sulle onde dello sterminato mare che copre tutto Whitmon, come un mantello blu scuro, e si chiede silenziosamente cosa succederebbe se prendesse una barca e semplicemente sparisse, prendesse il largo senza più tornare indietro.
Il primo nodo che termina - o il ventesimo, ha perso il conto - lo regala a Wolf.
Lars Wolfwood a cui ha tirato un pugno - ti odio ti odio ti odio -, Lars che l'ha ceduta senza neanche avvisarla, Lars che afferma la falsità della sua obbedienza - del suo affetto.
Le sue nocche, quelle stesse nocche spelate che maneggiano la ruvida rete incrostata di salsedine, si sono schiantate contro le sue ossa - e contro quelle di Serafel.

« Voglio solo che smetta tutto questo. »

Anch'io, urla silenziosamente Jordan Fox, anch'io voglio che smetta tutto quanto.
Si sveglia la notte - spartana cuccetta, stanza in affitto vicino al porto - e urla, urla senza neanche accorgersene, finché uno dei coinquilini non lancia una scarpa contro la porta e le sbraita di smettere, 'che se ha problemi vada da uno strizzacervelli e lasci dormire loro.
Il secondo nodo - stretto stretto - è per Lucifero.
Ezra Crane che la disprezza, Ezra che la guarda con sufficienza, rabbia, supponenza. Che le ha permesso di scegliere la sua punizione, una volta diventata sua proprietà, e le ha messo una pistola in mano. Si è sparata, per Lucifero, e l'arma si è rivelata scarica. Avrebbe voluto urlare di nuovo, invece si è ritrovata carponi sul pavimento a vomitare bile - la paura di una morte mancata che le ha rivoltato lo stomaco.
Il lapidario messaggio - minaccia - con cui l'ha liberata le ha gelato il sangue nelle vene.

Su Whitmon è nata Jordan Fox, venticinque anni fa. Senza collare.
Su Whitmon ci è tornata, quasi dieci anni dopo. Senza più un collare.


The 'Verse, Skyplex Hall Point, Agosto 2516

Su ogni Skyplex, l'aria è riciclata; profuma di disinfettante - un vago retrogusto di limone - o forse è semplicemente lei che sta impazzendo del tutto.
Il suo alloggio su Hall Point è una stanza piuttosto piccola: un bagno, un letto, una scrivania.
Ha già incollato qualche disegno sulle pareti - metallo della Lattina -, non ha neanche disfatto i bagagli; ha una sacca di tela rovinata, vestiti appallottolati, due pistole.
La divisa dello Staff è appesa all'armadio a muro, minuscolo, 'che le hanno raccomandato di tenerla da conto, di non rovinarla. E Jordan, si sa, obbedisce.
Quasi sempre.
Si sta rigirando tra le mani, assorta, un cerchietto di metallo levigato, sottile e leggero, eleganti incisioni dalla parte della chiusura - il nodo, il quarto nodo, per Daphne.
Daphne Kim che ha ordito trame alle sue spalle per comprarla, usando il suo terzo nodo - un collare spartano, di acciaio lucido, tondo -, Sharon Mackenzie. Daphne che l'ha scambiata come fosse un giocattolo, acquistandola senza neanche avere il coraggio di esporsi in prima persona e reclamandola alla Head dello Skyplex. Roba sua.

« Davvero non capisci, Jordan? »

No, davvero non capisce Jordan Fox perché la vita ha fatto i giri che ha fatto; perché ha rivisto Abigail - Catìra - dopo quasi otto anni, dall'ultima volta a Las Rosas. Abigail che l'ha guardata e le ha parlato di responsabilità, di prendersele e vivere davvero la vita. Abigail che non l'ha riconosciuta subito, che la ricordava coi capelli rosa e un sorriso vero, feroce - quando non era annebbiata dalla Switch.
Non capisce perché dal Bazaar - banco di Olson - e da Joe Black sia ritornata lì, dall'altra parte della barricata. E' come se la vita fosse andata troppo veloce - troppo in fretta, troppo dolore - e non le abbia chiesto il permesso prima di fermarsi.
Disorientata.
Jordan ha il collo nudo, in quella stanza, mentre silenziosamente riflette sul quarto padrone che le regala un collare - padroni diversi, gusti diversi.
Jordan pensa a Eddie - Shaw che non si fa più sentire, arrabbiato o semplicemente esasperato - e Virginie - bionda sirenetta a cui ha detto che sarebbe tornata e invece non l'ha fatto.
Quando non riesce più - non vuole più - a pensare perché le scoppia la testa, si infila il collare allacciandolo dietro la nuca in un fruscio definitivo.
Forse.
Con i suoi padroni, ultimamente, non c'è molto da star sicuri.

mercoledì 7 maggio 2014

Deep in the back of her mind.

Jordan chiude gli occhi e improvvisamente è di nuovo bambina.
Ha undici anni, un vestitino blu e le ginocchia sbucciate. E' la festa di Thyatira, le barche dei pescatori escono in processione, una dopo l'altra, sul vasto mare buio punteggiato dalla luce delle lanterne di carta. Quando sono al largo, guarda le luci librarsi leggere nell'aria fresca di una sera d'estate, un ringraziamento vecchio come il 'Verse ai primi Coloni, quelli sbarcati su Whitmon dopo il Terraforming, quelli che hanno cominciato a spargere casette come sassolini sulla terra brulla di quell'isoletta.
Nik, il solito Nik, l'ha spinta giù dai gradini lastricati che dalla piazza principale si tuffano per i vicoletti del paesino fino al molo di legno, unico porto dell'isola; l'ha spinta per arrivare primo, e solo Thomas si è guardato alle spalle per controllare che non si fosse fatta troppo male. Thomas dagli occhi blu e i capelli neri, Thomas che la chiama per nome e alza le spalle ai suoi capelli corti - « Non stai male, comunque. ».
Una zazzera bionda e spettinata - gli scherzi di Elija, le risate e una gomma da masticare impigliata tra le ciocche color miele - che si era tagliata da sola, senza nemmeno guardarsi allo specchio.
Jordan osserva le lanterne finché non sono sparite nella manciata di stelle sparse sul cielo, velluto blu scuro, prima di far scivolare apparentemente distratta gli occhi verdi nella folla gremita sul molo di legno - sua madre in un angolo flirta con uno sconosciuto che non la guarda nemmeno -, cercando la sagoma di Tom, da qualche parte. Forse è molto più interessante lui, rispetto alle lanterne.

Jordan chiude gli occhi e improvvisamente è di nuovo ragazzina.
Ha diciassette anni, i capelli rosa e le braccia traforate di buchi. Switch fino a perdere i soldi - il senno il rispetto il controllo. La dignità, quella l'ha già smarrita da qualche parte quando ha accettato di far marchette per Tulio - « Sono per tutti e due, chica, per tutti e due. » -, che si mangia ogni soldo che lei riesce a tirare su scopando con chi decide che vale qualche pesos, al Sangre Amaro in quel di Tartagal.
E' ferma in un vicolo, la schiena nuda contro il muro di lamiera di una delle baracche, le mani strette contro il seno acerbo, il tessuto di una canottiera che una volta aveva tutta la stoffa al punto giusto - non tutti quelli che la pagano sono gentili. Ha uno zigomo pesto - le donne le trattano a ceffoni, al Sangre Amaro - e le banconote stropicciate infilate tra le dita, quasi qualcuno dovesse strappargliele di dosso. Sta cercando di riprendere fiato - inspira espira ispira espira - per andarsene a casa. Non prima di essersi infilata qualche soldo nelle scarpe, dove Tulio non guarda mai. Se per comprarsi altra Switch senza di lui o per farci altro, non è dato sapere.

Jordan chiude gli occhi e improvvisamente è di nuovo ragazza.
Ha ventun'anni, un collare al collo e tanta paura. E' sdraiata su un letto di pellicce, circondata da tre donne anziane che parlano un dialetto stretto di St. Andrew, qualcosa pieno di consonanti e dalle vocali particolarmente aperte. Le piazzano in mano una ciotola di legno colma una bevanda bianca, piuttosto pastosa e dal profumo di latte - « Latte di Luna. » -, ordinandole di berla tutta, fino all'ultima goccia. Farà morire il bambino, riesce a capire a stento, mentre una delle donne le piazza una mano sulla pancia ancora piatta e strofina un paio di volte, recitando una preghiera a lei sconosciuta.
Non è del tutto sicura di volerlo fare, di voler tagliare via quel qualcosa che il suo padrone - Ebwar - le ha piantato nel ventre. Non ha mai riflettuto sulla questione, sull'avere un bambino.
Non lo voglio un bastardo come me.
Svuota la ciotola in un paio di sorsi, storcendo la bocca per l'amaro che le gratta la lingua. Si beve svelta ogni rimpianto di cancellare una vita, spalleggiata dall'egoistica rassicurazione che, comunque, il liberarsi del bambino era un ordine diretto dell'Orso suo Padrone. E per una schiava, questo è già abbastanza.

Jordan chiude gli occhi e improvvisamente è di nuovo lei.
Ha venticinque anni, la pelle dorata dal sole e un lampadario di conchiglie sospeso sul soffitto. Le labbra di Eddie sulla spina dorsale - schiena intrecciata di cicatrici e lentiggini - sgranano le vertebre come grani di un rosario, e le preghiere sono le fusa che sta facendo lei - capelli arruffati e profumati delle lenzuola di lino. La conchiglia bianca che gli ha regalato penzola da un cordino di cuoio, solleticandole la pelle nuda. Whitmon è un angolo di paradiso, lontano da tutti e da tutto quanto anche se solo per una settimana - troppo poco per la pace, troppo senza risposte al suo cortex.
Il silenzio di Lars Wolfwood è l'unica cosa che incrina la sua serenità, ma la bocca del medico che l'è sdraiato addosso torna a reclamare la sua più completa attenzione. C'erano state volte in cui si erano strappati gli abiti di dosso come se fossero stati imbevuti di acido corrosivo e volte in cui non erano nemmeno arrivati a spogliarsi; volte in cui il sesso era stato come un regolamento di conti, la richiesta di una resa - « Non te ne andare. »; c'erano state volte - molte volte - in cui lui le aveva ceduto il controllo, imposto con la tenerezza e la passione, e volte in cui aveva combattuto e la gioia era stata identica sia nella sconfitta che nella vittoria.
Quella particolare mattina, tuttavia, è ben lieta di arrendersi subito e baciargli sulle labbra l'ultimo respiro.

Jordan riapre gli occhi e ciò che vede davanti a sé è la parete screpolata di una cella dei sotterranei di Hall Point.
E' seduta per terra, ha la nuca spalmata contro il muro che confina con la cella di fianco, il naso rotto e una costola incrinata. La canottiera blu stinta ha il bavero macchiato di sangue rappreso che l'ennesima testata di Marshall Lee ha deciso di regalarle.
Tende stancamente una mano verso le sbarre - tintinna un braccialetto d'argento al polso sinistro -, senza volerci davvero arrivare. Lancia una tazza, invece, per far rimbombare metallo contro metallo e svegliare l'occupante della "stanza" accanto - acqua che avrebbe dovuto bere finisce sul pavimento.

« Sveglia Lee, brutto cazzone, dormi da morto. »

Per lo meno, questa volta ha qualcuno con cui parlare. O a cui dare fastidio.

venerdì 21 febbraio 2014

Are you gonna hit me?

Whitmon, Thyatira, 2498

Era stato Nik a cominciare per primo.
Era stato lui assieme agli altri amichetti che si portava sempre dietro - la sottile e ingenua cattiveria che non ha età -, vent'anni in tre ma bastavano per dieci.
Era stato lui, aveva ripetuto ad una madre esasperata quando per l'ennesima volta era tornata a casa piena di lividi, con i capelli arruffati e intrecciati di rametti e foglie, con le nocche escoriate.
Non capisci mamà, non capisci che sono loro, non capisci che è colpa tua.
Era stata Liz ad innamorarsi di qualcuno, quando c'era già un marito dentro il suo letto; era stata lei a non badare alle conseguenze e metterla al mondo, senza che lei avesse voluto nascere.
Per far cosa, poi? Prendere insulti in un paesino - più piccoli i vicoli più la gente mormora - che non sa guardare al di là del proprio naso ed etichetta i bastardi con un cognome fasullo.

Fox.
Cosa sei, Fox?
Chi ti vuole, Fox?

La canzoncina che cantavano in coro Nik e gli altri bambini aveva cominciato a darle sui nervi più del solito, un pomeriggio assolato dei suoi sette anni, quando stava raccogliendo conchiglie sulla spiaggia di Thyatira.
Da lì ad arrivare alla zuffa, selvatica e intrattabile come sempre, il passo era stato molto breve.
Aveva spaccato il naso a Elija, facendolo scoppiare in lacrime; si era guardata le nocche della manina insanguinata e non aveva capito più nulla, spaventata almeno quanto lui. Era corsa via - sabbia sotto i piedi scalzi -, lasciando dietro di sé una scia di conchiglie - tesoro stipato nelle tasche di un vestitino estivo.
Si era rifugiata nella sua caletta privata, un tratto di spiaggia nascosto ai più e a chi non sa osservare, una lingua dorata che da una macchia di arbusti si tuffa nel mare cristallino di Whitmon.
Aveva pianto lontana dagli occhi di sua madre - Jordan Fox non piange -, aveva contato tutte le conchiglie che aveva già raccolto e nascosto, sotto un sasso ricoperto di alghe incrostate, tra le radici di un alberello marittimo - una due tre sette dieci trentacinque.
Il labbro rotto bruciava nell'aria salmastra, ma non le importava.
Un giorno, si diceva - mantra da recitare ad occhi chiusi esprimendo un desiderio -, sarebbe fuggita da lì, si sarebbe lasciata il cognome - bastarda - alle spalle e non avrebbe più fatto ritorno. Non sapeva che quel momento, solo ipotizzato da una bambina spaventata e arrabbiata, sarebbe accaduto prima di quanto avesse pensato.


Greenfield, El Paso - Dalhart, 2516

Jordan ha imparato a tirare pugni come si deve.
Ha imparato a rispondere alle provocazioni - a provocare - e a non rompersi le nocche ogni volta che impatta sulla mascella di qualcuno.
Ha imparato che a certe cose - "Foxey" - si risponde solo in un certo modo, ed è quello che fa più male all'altro che non a lei.
Marshall Lee, Ufficiale Medico dell'Esercito Indipendentista. Prima Guerra.
Le piastrine di Lee tintinnano nelle tasche, mentre lo trascina in un affittacamere a caso, aiutata da un tizio a caso, per non lasciarlo lì in strada a morire congelato dopo averlo steso.
Jordan ha imparato che prima stende chi ha davanti e poi fa domande; o, in questo caso, fa entrambe le cose e solo ad una ottiene un risultato soddisfacente.