sabato 31 gennaio 2015

Deep water.

Whitmon, Thyatira, 2503

I sassolini della scogliera su cui è affacciata Jordan Fox le solleticano le dita dei piedi, scalza sul baratro che precipita giù, per venti metri buoni, fino a tuffarsi nelle onde della costa frastagliata di Thyatira. Chi bazzica da quelle parti, conosce quel posto come il Salto degli Sposi; leggenda vuole che due innamorati, tanti anni fa, si siano presi per mano e siano saltati insieme giù dallo strapiombo.
Il perché, non l'ha mai saputo nessuno.
Non guardare giù non guardare giù non guardare.
Gli occhi verdi sono fissi sull'orizzonte, l'aria salmastra le gonfia i polmoni dello stesso respiro accelerato che, ormai, la tormenta da quando ha accettato quella stupida scommessa.

- Scommetto che non ce la fai, Foxie.
- Mangiati la lingua, Welsh.

In quel momento, con le vertigini che le serrano la gola rischiando di farla vomitare, avrebbe tanto voluto ingoiarsela lei, la lingua, e maledirsi per aver accolto l'ennesima provocazione di Elija.
La brezza frusta le corte ciocche bionde - tagliate per rabbia - e la veste di pelle d'oca, 'ché l'abitino azzurro che indossa non è sufficiente a ripararla dall'aria pungente di una mattina di settembre.
L'angoscia fa tutto il resto.

- Prima di domani, magari.

Il ridacchiare sommesso del terzetto che le sta fissando la schiena la fa rabbrividire ancora di più - serra i pugni contro i fianchi, per non doversi girare e usarli contro di loro.
La cattiveria dei dodicenni non ha limiti - se anche avesse voluto, saltare sarebbe stato l'unico modo di andarsene di lì senza un occhio nero.

- Come on, Eli, non vedi che ha paura?

Thomas e la sua preoccupazione - avrebbe dovuto imparare a nasconderla meglio, si disse lei.
Ma Elija non coglie l'urgenza nel tono dell'amico, rigirandolo a suo piacimento.

- Certo che ha paura. Right, Fox?
Silenzio.
- Ammetti di essere una codarda, oltre che una bastarda.

Non c'è nessuna ammissione, per qualcosa che ti ha marchiato alla nascita senza appello.
Jordan, questo, lo sa fin troppo bene.
Chiude gli occhi - infine - e prende un respiro denso, cancellando in un colpo di spugna le risate di Elija e di Nick, il tentativo di Tom di farle fare un passo indietro - farle ingoiare, per non ammazzarsi, la sabbia del fallimento.
No, non l'avrebbe permesso un'altra volta.
Quando muove l'ultimo passo in avanti, nel vuoto, i sogghigni dei suoi aguzzini spariscono davvero.
Si chiede, precipitando in un urlo silenzioso, se anche i due sposi avessero provato la stessa sensazione - l'aria risucchiata dai polmoni in venti metri di nulla.



Clackline, Magione dei Deveraux, 2508

Infrange la superficie dell'acqua quando trattenere il respiro ha cominciato a farle pizzicare i polmoni, appannandole la vista e facendole formicolare le braccia.
Riprende fiato, levandosi le fradicie ciocche rosa - stanno sbiadendo, piano piano - dagli occhi, per poter rimettere a fuoco, in uno sfarfallio delle ciglia chiare, la sagoma seduta nella vasca davanti a lei.

- ..rdan, mi ascolti?
- Anh?
- You stenli? You standerun?

L'Escravit continua a risultarle assolutamente incomprensibile, la maggiorparte delle volte; sembra che il suo cervello non riesca a invertire correttamente le sillabe dell'inglese, e per di più si limita a districare pensieri aggrovigliati per comprendere almeno il senso di ciò che Amandine cerca di dirle.

- Jesus, non puoi parlare in inglese?
- Non lo so molto bene. E tu devi imparare.

Jordan sospira, poggiando la schiena - ancora dolorante - alla superficie in porcellana candida della vasca in cui sono sprofondate fino al collo. Alle schiave dei Deveraux sono concessi ogni due giorni dieci minuti per il bagno, a coppie, e nessuno o quasi vuole perdere tempo con Jordan, scontrosa e intrattabile. La schiava più anziana - la più fedele - che possiedono, Annette, la odia da quando è stata venduta alla tenuta e ci ha messo piede la prima volta. Jordan Fox insulta l'onore della servitù - così le piace definirsi - e rende triste la padrona, se l'è meritate quelle frustate.
L'acqua tiepida è piacevole, sulle ferite in lenta guarigione; è il primo bagno che il dottor Mason le ha permesso di fare, dopo settimane. Barrow l'ha tallonata come un cagnolino, per evitare che le piaghe scavate dalle frustate si riaprissero.

- Ricominciamo.

Alza gli occhi al cielo, scivolando a fissare i tratti ancora acerbi di Amandine - pelle color caramello, zucchero bruciato - e domandandosi chi, in futuro, avrebbe acquistato quel fiore in boccio che promette di diventare splendido.

- Non ne ho voglia.
- Meco on, Jordan, just a tlelit bit.
- What the hell, Amandine, sembra che ti sia annodata la lingua.

La ragazzina ridacchia, alzandosi in piedi per uscire dalla vasca e recuperare gli asciugamani per entrambe. Jordan la segue con lo sguardo, distratta, il mento poggiato al bordo della vasca. Sta pensando a qualcosa, probabilmente, a giudicare dall'espressione assente.
Si tormenta l'incavo dei gomiti - bucherellati come merletti.

- Jordie ..

Amandine la richiama, di nuovo, tendendole un asciugamano di tela - il lino è per la padrona.
Lei sospira, uscendo dalla vasca e strappandole di mano il telo, per avvolgersi - la vergogna di quegli sfregi sulla schiena è più forte del pudore.

- Fine, where were we?

Il sorriso della piccola schiava, e la ripresa dell'elenco di parole che deve imparare, la distolgono dal pensiero fisso di ciò che avrebbe voluto spingersi in vena - ancora, fino a stare male, fino a dimenticare il collare di cuoio che le serra il collo.
Come se davvero la Switch avesse mai funzionato, contro i fantasmi.

mercoledì 21 gennaio 2015

We see that now and I paid my price, but that ain't gonna happen twice.

Greenfield, Oak Town, 2517


Il tonfo ovattato della porta che si chiude alle sue spalle suona lontano.
Si è portato via la bottiglia mezza vuota ma non lo zippo verniciato di blu; Jordan ci sta giocherellando da quando è uscito dalla stanza della bettola di Muller, senza voltarsi, incespicando nell'alcol e nei sensi di colpa.
L'ha visto il segno all'anulare sinistro - dove, secondo le leggende, una minuscola vena arriva dritta al cuore. Ce le ha avute addosso, quelle mani, e non ha sentito nulla - una sensazione talmente definitiva da sembrarle che si stesse muovendo sotto la pelle, contro le ossa.
Lo sguardo è fisso sul soffitto, sdraiata supina in quel letto stropicciato che sa ancora di loro.
Gli occhi azzurri di Drake Russell somigliano tanto a quelli di Tom - si era ritrovata a pensare -, Tom di un passato lontano, di lanterne, aria salmastra e sorrisi tranquilli.
Però quello sguardo, nel buio della stanza - una lapidazione di pietre scheggiate, disperate, non diverse da quelle che tagliano dentro le sue costole ogni volta che pensa di respirare la sua stessa aria - l'aveva ricambiato senza esitazioni. Non aveva abbassato gli occhi neanche di riflesso, mentre lui si levava i vestiti e si stordiva di alcol - quasi avesse bisogno di un'anestesia, per non pensare a cosa aveva appena acconsentito.
Uno scambio equo - o forse no.
La capacità di mantenere una promessa è sempre più rara, questo Jordan lo sa bene, e affondare le unghie nella schiena di Russell le ha dato la prova - dannatamente reale - che esistono ancora persone come lei.
Quasi le scommesse con se stessi non siano le uniche in cui è buona regola non barare - l'avversario animato da un commovente sentimento di dovere, i termini dell'accordo che assumono la consistenza ferrea delle scadenza necessarie.
Barare col mazzo in un solitario - per quelli come loro - non è neanche da prendere in considerazione.
Un accordo è un accordo, del resto, ma mentre accende per la ventesima volta lo zippo, grattandosi il pollice - il pacchetto di Engine dimenticato sul cuscino - si chiede silenziosamente quale prezzo ha pagato davvero lo sceriffo - « Quando l'avrò capito, te lo verrò a dire. » - per percorrere la scorciatoia più breve - direttamente tra le sue cosce, fino a che il bisogno non era diventato pace.
Russell avrebbe dovuto saperlo - si ripete lei - che se ti ostini a vincere, ti ricorderai solo la dannata, unica volta in cui perdi.

lunedì 29 dicembre 2014

It's not a silly little moment.

New London, New London, 2516


L'essenziale ma smaccata ricchezza del salotto di Virginie Saintsimoncieli di cemento, prati di dollariè brulicante di invitati, educatamente ciarlieri - calici e bollicine dorate, tintinnii argentini quanto le risate della padrona di casa. Jordan Fox, eludendo la sorveglianza di Bastienne, è sgattaiolata via alla prima occasione utile, quando tra una costosissima tartina sintetica e l'altra hanno smesso di domandarle com'è vivere su uno Skyplex, come mai conosce Virginie, perché è arrivata in ritardo alla festa per gli auguri di Natale. Lei, che il Natale non sapeva nemmeno esistesse prima che le spiegassero la tradizione cristiana a cui fa riferimento, così rara nei Pianeti Centrali.
La moquette candida è soffice sotto le ginocchia, accovacciata come una bambina sul pavimento della stanza dei giochi di Sophie; il vestito che le hanno fatto indossare - una gonna non sua, un maglioncino non suo - è spiegazzato come se ci avesse dormito sopra. S'è levata le scarpe - anfibi, immancabili - non appena entrata nel regno della pupattola che le sta giocando di fronte, impilando cubi di colorata plastica trasparente. La mano di Jordan sta tracciando qualcosa su un foglio di carta - un blocco da disegno -, alterna occhiate smeraldine tra la bimba bionda e l'immagine che sta prendendo vita sul foglio, schizzo dopo schizzo, tratti nervosi e sicuri.

- Dove altro potevi essere, sweety?

Le consonanti di Virginie le carezzano le orecchie - la coscienza - e le curvano le labbra in un sorriso sornione, senza farle staccare gli occhi dalla sua bambina. Quanto l'è mancata.

- Gli amici di tuo marito mi guardano come fossi un animaletto da compagnia mal addestrato.

Una risata argentina, divertita.

- Ma lo sei, Jordan.
- Shut up, 'Ginie.

L'affetto con cui le dice di stare zitta - parole mormorate contro il cuscino, tempo fa, una vita fa - calca la grafite sul foglio, gonfiandole un respiro dolce dentro il petto.

- Tua figlia è sempre più bella.
- And so are you.

La padrona di quella casa ha sempre avuto il potere, silenzioso, di prenderla in contropiede ogni volta che apre bocca. Ribatte tenendo la palla in gioco, segnando un silenzioso punto nel personalissimo conteggio di Jordan di chi è stato capace di farla, in qualche modo, innamorare. La sbircia da sopra la spalla - arruffate ciocche bionde -, inchiodandola allo stipite dove è poggiata, braccia incrociate. Sembra anche lei una bambina, esattamente come se la ricorda.

- Stop it.
- Or what?
- Virginie ..
- What?
- You know.

Taglia corto, secca come un ramoscello che si spezza. Brusca, arruffa il pelo, tornando a grattare la punta della matita sul foglio, prima che succeda - che voglia far succedere - ciò che aveva promesso non sarebbe più accaduto. Sophie ha intercettato la sagoma di sua madre, sulla porta, e le sta mostrando orgogliosa la costruzione di cubi che sta prendendo forma sotto le sue manine. E' Hall Point, secondo lei, dove lavora JayVirginie sospira, con pazienza.

- Non insegnare alla tua figlioccia a costruire quel luogo infernale.
- Quel luogo infernale mi dà da vivere, honey.
- Avrei potuto comprarti io, ma no ..
Sospira.
- Don't start that again ..
- .. Hai preferito buttarti via da un padrone all'altro e finire quasi ..

Le parole si imbrigliano tra le labbra di 'Ginie e la punta si spezza sul foglio, un boccolo arricciato sulla spalla di Sophie è bucato, sulla carta sottile. La rabbia di Jordan, difficilmente controllabile, sta gorgogliando cupa come il cielo prima del temporale. Sorda, ovattata. Non commenta, ingoia il silenzio guardingo dell'altra bionda senza fissarla, sentendo il suo sguardo chiaro addosso, sulla schiena. Riprende a disegnare come nulla fosse, chiudendosi in un silenzio scontroso.

- Ti trattano bene?

Tace. Relegare in un limbo i suoi pensieri insieme a momenti folli di dubbi e insicurezze, quelli dove l'indistinta, sgradevole sensazione che per lei non ci fosse davvero posto da nessuna parte era stata relegata, dimenticata. Scordata - simile a uno strumento che aveva perso la capacità di scavarle a pugni un buco di malinconia nello stomaco, da quando Ebwar le aveva stretto un collare attorno al collo e l'aveva chiamata sua. Si erano avvicendati tanti padroni, dopo di lui, e l'ultima della lista - padrona, amica, amante - aveva cominciato a chiamarla nella sua cabina sempre più spesso.

- Aye.
- E tu tratti bene gli altri?

Il pensiero delle ossa della falange di Cath Meyer che si spezza sotto le sue dita - deliziosamente crudele - le serpeggia in fondo agli occhi verdi con un crack, affogato in un sorrisetto selvatico, tra le ciglia bistrate di nero che trascina sui ricami floreali del vestitino orientale di Sophia. Una piccola bambolina cinese - porcellana e fili dorati.

- Quando se lo meritano.

Sente solo troppo tardi la presenza di Virginie alle sue spalle - il tappeto fidato su cui nascondere il rumore dei passi. Il fruscio dei pantaloni eleganti in cui è avvolta è seta, velluto alle sue orecchie, mentre si accovaccia di fianco a lei, 'sì da poterla osservare più da vicino. Le si offre, docile, e le permette di frugarle dentro senza problemi, come ha sempre fatto. Non ha bisogno di specificare che è più la terra bruciata che si lascia attorno, piuttosto che la comprensione. Sono le dita affusolate della Saintsimon, quando si poggiano sul suo braccio, a farla sussultare; vorrebbe non ci fosse lana, tra i suoi polpastrelli e la sua pelle.

- Be good.

Mormora, pacata. Nemmeno se l'avesse urlato - ordinato, imposto - avrebbe ottenuto un'annuire così sincero, viscerale, da parte della schiava. Come sempre, la sirenetta ha un potere che molto spesso non si accorge neppure di possedere.

- Per il resto?

Un kaleidoscopio di volti luoghi persone fatti le rimbalza in testa, accecandola per un istante. Smarrisce gli occhi verdi sui cubi di Sophie, sovrappensiero. Sulla Lattina c'è gente che va e gente che viene, gente che parte e gente che non ritorna. Per il resto, ci sono Sharon e Daphne - una che resta - sempre e comunque-, l'altra che sparisce, ritorna, se ne va. Per il resto, c'è Siddartha Beaumont, la Bloom e le caramelle annegate nella vodka. Non sapeva cosa fosse stato più dolce, se le sue mani sulla schiena, tra le ciocche bionde, sulle cosce - dappertutto - o la risata che le aveva gorgogliato sulla bocca. Strafatto, infatuato, ubriaco. Non faceva differenza. Per il resto, c'è Elian Chernenko, a cui avrebbe voluto serrare le mani attorno al collo e stringere, stringere così forte da tatuarle sulla pelle candida della gola il suo nome. Ci ha letto la stessa richiesta, in fondo a quegli occhi chiari, la stessa, furiosa disperazione di chi solo autodistruggendosi può ancora sentire qualcosa. Per il resto, c'è Vivienne Carter che la crede la sua Princess Charming, che la comprende, che le fa venir voglia di regalare origami e fiducia. Ha guardato sotto la scorza dei suoi occhi di cristalli e ci ha visto la stessa vita spezzata; anche in quelli di suo fratello, Virgil, c'è la stessa, vischiosa oscurità che la risucchia senza appello, come una falena attratta dalla luce. Per il resto, c'è State Gallant - all'Ufficio Postale, un'occhiata eloquente -, c'è Cath Meyer - una mela spezzata,' ché l'amore fa questo secondo Jordan, ci spacca in due e ci fotte se colui o colei che s'è staccato se ne va, infine. Perché una delle verità di questo 'Verse, in fondo, è che se ne vanno tutti prima o poi.

- Eddie's gone.

E' l'unica cosa che si lascia sfuggire, dal flusso disordinato di pensieri. Virginie la sbircia, in un silenzio comprensivo, prima di poggiare il capo contro la sua spalla. Sospira. Sophie le osserva e sorride, non capendo fino in fondo, ma fiondandosi verso di loro in una risata divertita per abbraccio collettivo, affondando i boccoli biondi nel maglione grigio perla di Jordan, strofinando il nasino contro la lana con l'entusiasmo che solo i bambini riescono a conservare.

- Merry Christmas, Jay.
- Whatever, 'Ginie.

venerdì 28 novembre 2014

Rapsodia in bianco.

Le lenzuola sono stropicciate, arate dalle unghie di chi vi si è rotolato fino a poco prima.
Fuckin' Princess Charming.
Il metallo della scrivania è freddo - gelido - sotto la sua schiena sfregiata, ma le mani che le stanno imprimendo a fuoco la pelle sono roventi, almeno quanto le minacce di poco prima.
Ti insegno io a scoparti una puttanella qualunque.
Il palo di legno, nella carne di Easton, si è infilato quasi fosse burro - lo scrocchio della cassa toracica, della spina dorsale, alle volte le solletica l'orecchio. Di notte, quando sopprime i fantasmi di chi non sa nemmeno il suo nome ma l'ha guardata negli occhi prima di morire.
Impalatelo.
Il bavero della camicia a scacchi, serrato tra le dita - nocche bianche per la rabbia - è ruvido almeno quanto lo strattone che lo lascia andare, stazzonato. Disgustato.
Fox - il sibilo che le azzanna i nervi, ogni volta.
Che sia in accento meilita o buller, la frustrazione è la stessa, soffocante e vischiosa.
Gli occhi di colui - colei? - che la osserva da un lettino dell'infermeria parlano di una rassegnazione che lei conosce bene, senza l'amarezza che ha avvelenato la sua anima da quella notte su St. Andrew - troppi anni fa. Avrebbe voluto strappare l'arrendevolezza placida - fastidiosa - direttamente dai polmoni di Garcia, quella consapevolezza che qualcosa - Qualcuno - adesso è in pace, perché la fede l'ha riportato sulla giusta strada.
La rotta di Hall Point, nello spazio buio e silenzioso, è lastricata di polvere bianca - polvere nera polvere gialla pilloline e fialette - e cadaveri, che lei ammonticchia uno dopo l'altro, proiettile dopo proiettile, anima dopo anima.
Jordan Fox, la moralità, l'ha smarrita ormai troppe vite fa.


Vieni a fare un giro dentro di me 
o questo fuoco si consumerà da sé.

giovedì 16 ottobre 2014

La descrizione di un (tanti) attimo.

Whitmon, Thyatira, 2503

Jordan Fox sente sua madre scopare nell'altra stanza. Le pareti sono troppo sottili, i gemiti troppo alti - il materasso scricchiola sotto il peso dell'ennesimo sconosciuto raccattato non sa dove - perché non le trapanino le orecchie senza riguardo alcuno. La schiena poggiata contro il muro dipinto di azzurro - l'aveva voluto lei, da piccola - la nuca rovesciata contro una crepa che non vuole saperne di chiudersi. Ci prova sempre, si incrosta le unghie di stucco e ci lavora, ma ogni volta è peggio di prima. Quel dannato materasso scricchiola, e una parte di lei si chiede se non sia il caso di battere contro il muro e urlare diavolo, smettila un po' mamma, se Adam ci sa fare sono affaracci tuoi. Se si concentra attentamente, può quasi sincronizzare il respiro con i cigolii delle molle dell'altra stanza. I capelli corti alle spalle, biondi, le solleticano il collo - ricrescono piano piano. Sta chiusa lì dentro e conta la risacca delle onde che si ode in lontananza, lungo la stradina tortuosa - sassi malamente accoccolati l'uno all'altro - che precipita verso il porto. Conta in silenzio e si immagina di non essere lì in quella cameretta, in quella casetta arroccata sulla brulla scogliera di Thyatira. Finestra socchiusa, la brezza tiepida di una sera d'estate - friniscono i grilli nei campi sparpagliati sulle colline - le solletica la pelle. Su Whitmon, anche l'inverno ha l'aria gentile, come fosse un'eterna primavera - pennellate roventi quando viene luglio. Chissà se questo prossimo luglio tornerà Raphael - contrabbandiere pescatore donnaiolo - e le racconterà una nuova storia. Chissà se questo Adam rimarrà più di un paio di orgasmi giorni e sua madre riuscirà finalmente ad essere felice.


Richleaf, Maracay - Tartagal, 2507

Piedi scalzi sullo sterrato di Maracay - Tartagal e i suoi vicoletti, un budello di bile, preghiere e bestemmie. Piove, è la stagione in cui su Richleaf decide di scaricarsi tutta l'acqua che gli ha succhiato la linfa, fino al midollo, rendendolo sabbia rossastra e baracche. La stessa acqua che si rovescia implacabile su tutto Polaris, sulla jungla di Bullfinch - i soldati, al fronte, annaspano nel fango. Jordan Fox se ne frega della Guerra. Se ne frega della campagna invernale, dei bollettini che arrivano di tanto in tanto, in holovisori gracchianti nascosti come tesori in qualche bar. Jordan, invece, balla un lento sotto la pioggia, allacciata a Tulio - dita callose affondate nelle sue ciocche rosa. La tiene stretta, così stretta da mozzarle il fiato - forse, se allentasse la presa, lei correrebbe via e non tornerebbe più indietro. Ha le nocche contratte contro la stoffa fradicia della schiena di lui, dondola piano, senza un ritmo - chitarra scordata, uno dei tanti gitani che brulicano nei quartieri. Balliamo, le ha detto lui - risate Switch e tequila. Non so ballare Tulio. Tranquilla che t'insegno chica, è facile. Segui me, come la prima sera. E Jordan lo segue, cieca e infatuata; lo segue con così tanta fede e ardore che si trascinerebbe in fondo al pozzo buio dei suoi occhi neri, pur di non lasciarlo andare.

Seven Hills, Port Inverness, 2511

La stoffa del maglione è ruvida sulla pelle nuda. Silenziosamente si chiede se non fosse stato meglio metterci qualcosa, sotto la lana. Ha uno shotgun a tracolla e la schiena dritta - sull'attenti Jordan Fox - mentre osserva padron Ebwar trattare con lo schiavista di turno. Fiato che diventa fumo nell'aria gelida, non sa neanche in che mese sono - non importa sono viva. La guardia del corpo dell'altro uomo, un asiatico dagli occhi grigio scuro, la fissa da quando è entrata in quella tenda improvvisata - spinge uno sguardo affilato quanto le sue lame addosso al suo collare elettrico. Jordan dondola sui talloni e arruffa il pelo, mordendosi silenziosamente la lingua per non chiedergli che cazzo hai da guardare muso giallo. Ci sono alcuni schiavi - dissidenti disertori prigionieri di Guerra - che lavorano nelle miniere di carbone - giacimenti poco fuori la capitale - a cui Ebwar è interessato. È comodo rivenderli, posso guadagnarci, dice lui. Charlie scuote il capo in un sorriso macchiato di nero. Respira carbone come tutti gli altri - viscida e densa polvere che impasta i polmoni - e anche se il suo completo è candido come la neve di St. Andrew, tutto questo bianco non laverà la sua coscienza. Non accetta. Ebwar adocchia Jordan, che raddrizza il capo in attesa di ordini - Eimì obbedisce, Eimì obbedisce sempre. Andiamo via, Jordan. Secco, spiccio. Il tono di Ebwar è così diverso quando sono davanti a tutti - il padrone comanda, il padrone pretende. Nella vasca da bagno - bollente nel rigido inverno di Seven Hill - la sua voce è una carezza, le sue mani sono gentili sulle cicatrici ormai rimarginate - non importa, sono bestie quelle che non hanno visto quanto sei bella. Eimì, mia preziosa Eimì.


The 'Verse, Skyplex Hall Point, 2516

Dopo mesi sulla lattina, non ha ancora capito quale sia il fuso orario. Il buio dello spazio - stelle sparse a manciate su velluto blu scuro - è sempre uguale, freddo e inospitale, arroccato contro i larghi finestroni del corridoio panoramico. Il metallo della panchina è scomodo, la divisa rossa e nera è troppo stretta. Occhi verdi fissi sullo schermo del c-pad, le cui ultime notizie - non sa quando non sa perché - rimbombano silenziose dentro la sua testa, al ritmo della lettura silenziosa con cui le sta spingendo tra i pensieri. Qualcosa le azzanna la gola, stringendo come se un paio di mani invisibili le stessero premendo sulla carotide, soffocandola - fame d'aria. Il Core sotto attacco, è strage - la Centrale Elettrica di Timisoara, il boato delle fondamenta che si accartocciano come carta straccia. Lo scarabocchio confuso delle tante persone che conosce - Eddie Daphne Owen 'Ginie Wolf tutti gli altri - le macchia i polmoni di un respiro affannoso. Come Charlie che respirava carbone, su Seven Hill; come Raphael che si asfaltava il fiato di nicotina - su Victory, diceva lui, Raphael è il patrono dei viaggiatori, perché coi contrabbandieri dovrebbe essere diverso?; come Tulio, che mentre le moriva tra le braccia - uno stillicidio scarlatto dalle labbra, sotto le sue mani - sembrava respirasse solo le sue ciocche rosa, 'che tanto l'aria non gli serviva più. Scivola lungo la seduta fino a poggiare la nuca contro lo schienale, rivoltando uno sguardo contro il soffitto e un respiro spezzato. Jordan Fox, per il momento, altro non può fare.

venerdì 26 settembre 2014

Run fast.

Horyzon, Capital City, 2516


Ad ogni passo sull'asfalto sente rimbombare le suole delle sneakers sfondate nel silenzio dell'Unification Park; l'appartamento di Eddie non è molto lontano, ma questa volta è lei l'insonne.
E' sgattaiolata fuori dopo la loro ultima discussione, e non sembra avere altro posto dove andare.
Corre - luce fredda dei lampioni elettrici, ombre scure sullo sterrato fin troppo ben tenuto - come se fosse inseguita, quando in realtà è solo la sua testa a tormentarla.
Schiena - sfregi sotto la stoffa della maglia - imperlata di sudore, fiato corto ma fisico d'atleta.
Corre e ricorda le mani di Daphne, la sua bocca, su di lei - Love Sugar e dolcissima assurda insensatezza; ricorda anche quelle di Sharon, serrate a strattonare il suo collare come se le volesse mozzare il respiro tra le corde vocali - «Non ti pianto una pallottola in fronte solo perché mi servi.» - e quelle di Shaw che la allontanano fermamente - «Non ti preoccupi per te, perché dovresti farlo per me?».
Scrolla il capo - un cavallo nervoso per le mosche - mentre curva e segue il sentiero, silenzioso quanto i suoi brulicanti pensieri. Si domanda, cupa, cosa sia davvero successo alle Terrazze Verdi - Wolf che lei ha visto sullo schermo di un c-pad con una pistola alla tempia e invece è stato arrestato per intralcio alla giustizia.
Non sono io la bugiarda, Wolfwood.
Ha promesso a Kenzi che non avrebbe più indossato il collare - clausola del nuovo contratto firmato -, ma dopo sette anni con del metallo sulla pelle sentirla nuda - un succhiotto viola, come le adolescenti - è una sensazione che non sembra piacerle granché.
Insetto inchiodato da spilli di schiavitù, una creatura volgare, che acquista un valore soltanto sotto vetro - in virtù della propria prigione.
Jordan Fox non ha mai amato i cambiamenti, eppure pare che la sua vita, per un motivo o per l'altro, sia sempre stata mutevole come il vento.
Si ferma.
Inchioda coi talloni sullo serrato e si china in avanti, poggiando le mani sulle ginocchia per riprendere fiato - ampie boccate d'aria, 'ché qua è vera e non riciclata come sulla Lattina.
Si è fermata, senza neanche accorgersene, davanti al palazzo di Virginie.
Alza gli occhi al cielo buio - le tre, le quattro forse - per arrampicare lo sguardo su per la parete di vetro e acciaio, fino a trovare il finestrone che le interessa.
La luce dell'appartamento è spenta, ovviamente - chissà se ci sono ancora i suoi disegni appesi alle pareti.
Chissà se si ricorda ancora di me, tra prati di dollari e cieli di cemento.
Chissà se tutti quelli che si è lasciata indietro - tante vite fa - pensano ancora a lei, qualche volta.
Del che si sente in colpa, Baker che la odia, Nanà che se n'è andata.
Saren e Sylene che tormentano il sonno di Eddie e lo fanno vivere coi fantasmi.
La piastrina con la mano insanguinata, nascosta sotto la stoffa, non è mai stata così pesante.
Probabilmente è nostalgia quella che le afferra lo stomaco - e morde, morde -, ma qualcuno le ha sempre raccontato che le cose esistono solo se hai le parole per definirle.
E Jordan, con le parole, non è mai stata brava.
Non può fare altro che girarsi e ricominciare a correre.

sabato 20 settembre 2014

Walking Disasters.


She used to get her kicks from a fall to the floor,
but now she's always wasted
A total looker, but she's jaded.
The kind of shivering wreck that I adore.