mercoledì 15 aprile 2015

It's lust at first sight.

Richleaf, Maracay - Tartagal, 2507


Erano stati passi distratti a portarla lì, senza che davvero sapesse dove la stessero conducendo. Si era tinta i capelli biondi nel bagno dello spazioporto di Sieg, prima di partire, e l'unico colore che costava sufficientemente poco da poterselo permettere con i pochi spiccioli che aveva in tasca era il rosa. Il fugace lampo dello sguardo di disapprovazione della madre le sfarfallò in mente, svelto come il ragazzino che le era sfilato al fianco sfilandole ciò che rimaneva dei soldi.
Jordan Fox, nel guardarsi attorno terrorizzata ma affascinata, mostrava tutta l'ingenuità di chi è cresciuto su un'isola e non crede sia possibile trovare così tante persone ammassate in un luogo.
Maracay sembrava un gigantesco formicaio, brulicante di vita e passanti frettolosi - ben lontani dall'operosità dell'insetto cui si ispirava. Tartagal, uno spicchio di quell'arancia sanguigna, era un calderone di odori e voci, un budello di viottole sterrate, un labirinto in cui era fin troppo facile smarrire se stessi.
E al momento, con i suoi capelli color caramella e la sacca sulla spalla, dopo aver passato fin troppo tempo sdraiata sul pavimento della stazione degli autobus, lei era tutt'altro consapevole di cosa ci facesse in quel posto.
Mento alzato ad osservare, sconfitta ed esausta, l'insegna traballante di una bettola come tante, illuminata fiocamente dalla luce aranciata proveniente dall'interno del locale.
Entrarci e farsi largo a gomitate verso il bancone, incespicando in decine di sconosciuti ubriachi, fu solo questione di scelte - e di sete.

- Que tomo?

La lingua la colse alla sprovvista, liscia come seta ma sporca della stessa polvere rossastra che le aveva imbrattato le scarpe, fin lì. Non riuscì a rispondere nulla di concreto e rimase lì, per qualche secondo buono, a boccheggiare come un pesce rosso senz'acqua, le nocche strette al bordo del bancone - aggrappata all'unica cosa che non pare girarle sotto i piedi.
Il tonfo di qualcuno che si schianta contro il legno lercio del bancone, al suo fianco sinistro, la fece sobbalzare come un animaletto selvatico, spaventata.
Era un ragazzo poco di grande di lei, dagli arruffati capelli biondi e dal sorriso furioso - crudo, come la risata estasiata che gli sgorgò dalle labbra poco dopo, mentre si massaggiava una guancia su cui spiccava il segno rosso delle cinque dita.
Jordan, seguendo la direzione del suo riso, trascinò uno sguardo titubante a seguire la schiena di una bruna piuttosto procace sparire, inghiottita nella folla che si dimenava al ritmo di una musica indiavolata.
Fu il formicolio di un paio di occhi fissi su di lei a farle torcere nuovamente il collo per incontrare lo sguardo del ragazzo spintonato contro il bancone; una morsa le serrò lo stomaco, inchiodata da un paio di occhi blu, lucidi di curiosità e di qualcos'altro, probabilmente - alcol, switch, all'epoca non sapeva ancora nulla di come girava il 'Verse.

- Ehi chica.

Di nuovo quella lingua. La sua ordinazione era un ricordo ormai lontano, accantonato in un angolo remoto del cervello, soppiantato bruscamente dal bisogno di ossigeno.
Non si era neanche accorta di aver smesso di respirare.

- Non parli maraqueño, anh?

L'inglese di quel giovanotto era stentato, gonfio di consonanti, deliziosamente strafottente come quel sorriso che sembrava inciso direttamente contro la sua bocca.
Jordan scosse il capo un paio di volte, scrollando le lunghe ciocche rosa e facendolo ridacchiare nuovamente.

- Vale, cos'è che vuoi?

Chiederle l'età non sembrava neanche nei suoi programmi e una parte di lei si complimentò silenziosamente con se stessa, per l'ottimo lavoro fatto in quel travestimento. Foxie era rimasta sulla spiaggia di Thyatira ad aspettare il traghetto per Sieg, c'era solo Jordan in quel momento.
In quel posto, in quell'istante.

- Scegli tu.

Non voleva essere civettuola, ma a giudicare dall'occhiata che il ragazzo le spinse addosso, da capo a piedi fino ad arrampicarsi nuovamente verso l'alto, qualcosa nel suo accento musicale gli aveva suggerito tutt'altro.

- Tequila.

Ordinò lui, senza neanche guardare il barista ma alzando una mano con la spavalderia di chi, in quel posto, ci ha passato anche fin troppo tempo. Anche Jordan non riusciva a staccargli gli occhi di dosso, quasi fosse magnetico. Era bello in un modo che faceva quasi male, e il paio di nei sul collo, i segni rossi vicini allo scollo stazzonato della maglia bianca - oscenamente consunta - le facevano venire in mente pensieri molto meno innocenti di quelle uscite in barca con Thomas.

- Com'è che ti chiami?

Nuovamente, raschiò un respiro dal fondo della gola, concedendo ai polmoni la tregua di riprendere a respirare normalmente - fumo dolciastro polvere e sudore.

- Jordan.

Lui sogghignò, un guizzo in fondo agli occhi blu - un'onda in quel mare liquido, in cui la pupilla era una barca smarrita in tempesta.

- Io sono Tulio. E se non sei ubriaca .. - le tese lo shot di tequila appena arrivato, raso fino all'orlo - .. sei nel posto sbagliato.

E fu in quel momento, quando il primo shot di tequila le ustionò la gola e la coscienza, che Jordan Fox sentì di essere esattamente dove doveva essere.


martedì 7 aprile 2015

Slow dancing in a burning room.

Roanoke, Carcere di Takoma Springs, 2517


Il rancio sa di segatura e carta vetrata.
Ha lo stesso sapore del mastice che usava il vecchio di Whitmon, della casetta sul molo - aggrappata con tenacia alle assi da anni di salsedine e chiodi - per riparare le crepe della sua barca, della nafta che consumava Raphael per la sua imbarcazione, lo stesso dei baci di Tulio che impastavano la bocca quando la switch era troppa e le masticava il cervello, sciogliendo le articolazioni come burro.
Ogni boccone è un groppo in gola, un mattone di saliva, la stessa angoscia che le rivolta lo stomaco - o forse è solo il fegato, aperto dai perforanti di Russell. Ha i brividi, ma arde di febbre.
Nella jungla di Goldera, l'umidità si attacca alle ossa, si intrufola nei polmoni ad ogni respiro come una cappa di velluto bagnato. Il sudore si aggrappa alla carne come i sospiri di un amante - il sapore di Sid le gratta la lingua ad ogni morso, la sua espressione incredula quando ha abbattuto quella bestia. Ha sparato al cane con la stessa, cieca determinazione di colui che - ormai troppi anni fa - ha sfondato le budella a Tulio con un colpo di shotgun ben preciso, per cercargli dentro le viscere i soldi che gli doveva. Come quel cacciatore di St. Andrew, che ha centrato l'alce direttamente in mezzo agli occhi, dipingendo il candore della neve perenne con schizzi di rosso - porpora carminio scarlatto amaranto vinaccia. Come i capelli di Sharon, una pennellata di corallo sulla tela dei suoi ricordi, sul muro della cella - un mattone sbeccato, ruggine e argilla per inchiostro.
Ha disegnato una galassia di ricordi - di sogni di paure di persone - su quelle pareti, sporcandosi le dita e vomitando bile nel secchio di latta che l'è stato concesso. E' solo il fegato, si ripete; è solo il fegato, non l'essere lasciata sola con se stessa, in silenzio, con tutto ciò che ha fatto.
Jordan pensa e ripensa - attorciglia riflessioni come nastri colorati sotto la brezza.
Sogna i suoi vecchi padroni, uno per uno, amore dopo amore. Sogna un soffitto fatto d'acqua che non smette di gocciolarle addosso, un pavimento che non la pianta di rollare come la barca gialla dal bordo scheggiato e l'odore di pesce. Thomas - finalmente - ha smesso di nascondersi dietro un sorriso accennato, dietro il silenzio, dietro le malelingue degli amici a cui si accompagna. Le ha respirato addosso un'infatuazione adolescenziale - frettolosa impacciata ma dolcissima - sulla pelle, tra i capelli, sotto la gonna. Le ha respirato addosso tutta la lussuria che ha tenuto nascosta dietro le frecciatine di Elija, da quando ha capito che gli occhi rabbiosi di Foxie sapevano anche essere gentili. A volte.
Jordan non lo fa più, non chiede più permesso alla società - a se stessa - se vuole qualcosa; se lo vuole, quel qualcosa o quel qualcuno se lo prende, senza badare alle macerie che si lascia dietro, la sfrontata sfacciataggine di chi è cresciuto come un'erbaccia, contorta e mal voluta, e si è ritagliata il suo posto nel 'Verse in un angolo che le era precluso già di nascita.
Ha finito il verde - per Goldera, per tutti gli occhi in cui si è specchiata - quando ha consumato tutto il sasso bianco - non ha altri colori - che le ha lanciato la sua vicina di cella, una ranchera che hanno arrestato perché l'hanno trovata strafatta di blast, con le tasche gonfie delle bustine che lei stessa - non ricorda neanche quando - le ha venduto. Ha riconosciuto i suoi capelli biondi, forse, o magari il pessimo carattere con cui le ha ringhiato attraverso le sbarre di smettere di fissarla o le avrebbe spaccato il naso.
L'è rimasto solo il rosso - quello che lei utilizza come tale.
Sogna, disegna quella stessa cella in fiamme, e lei che ci balla esattamente in mezzo, stentati passi di danza, incespica nei suoi stessi scarabocchi.
Ha passato tutta la sua vita, fino a quel momento, a ballare - entusiasta e sconsiderata come una bambina - in una stanza che va a fuoco, senza preoccuparsi di uscirne, senza preoccuparsi di cosa sarebbe rimasto attorno a lei una volta che l'incendio avrebbe divorato tutto quanto. Compresa lei.
Ma la porta, per quanto la riguarda, è già crollata nel fuoco alla prima scintilla.
Sarebbe arsa, infine, e sarebbe stato sufficiente.





You try to hit me just to hurt me
So you leave me feeling dirty
Because you can't understand.

domenica 22 marzo 2015

Into - and out of - the woods.

St. Andrew, Black Fen, 2512


Ha lasciato un sentiero di passi inequivocabile, da Black Fen a tuffarsi nella foresta che circonda la palude ghiacciata. Lei, di quelle tradizioni - di quella lingua di quella gente -, non sa assolutamente nulla. La Santissima Muerte è familiare, nera e inquietante. Di quegli dei, gli dei del suo padrone, non vuole neanche conoscere il nome - mormorati urlati invocati come mantra durante sacrifici, preghiere, invocazioni.
Ha bisogno di aiuto, tuttavia, 'ché le donne del villaggio dove vive con Ebwar non la possono aiutare. Non si insultano gli dei rifiutando il dono di un padrone, anche se l'ordine arriva direttamente da lui - 'sì dicono loro, in quell'accento stretto. Jordan Fox ha smesso di credere in qualcosa quando una vecchia di Tartagal le ha letto la mano e ci ha letto rovina - se per lei o per gli altri, non l'ha ancora capito.
E' la Morte a governare questo mondo, e nessun altro.
Ogni nove anni, da tutto St. Andrew, i villaggi valicano le Steep Mountains attraverso l'Eagle Walk, s'inerpicano in strette gole e tumultuosi fiumi per raggiungere quella terra sacra e celebrare il loro credo. E' inevitabile, dunque, trovare in quel brulicante calderone di umanità qualcuno che possa fare al caso suo.
Jordan è sparita da qualche ora, il suo padrone è troppo impegnato a contrattare - schiave terreni alleanze - per badare a lei. Ha smarrito la strada, in quell'intricato labirinto di tronchi bruni che circondano le paludi come una corona, da almeno la metà del tempo. Gratta con un'unghia, distratta, il muschio secco e gelato dal tronco di un albero che dorme sotto le coperte soffici dell'inverno.
Attorno a lei, la foresta è solo rumori rassicuranti e ovattati di rami appesantiti che si scrollano di dosso cumuli di neve e di uccelli che lasciano ricami ordinati di orme sulla neve - quasi fossero i merletti che cuciva Amandine -, sentieri di zampette che si interrompono nel nulla quando le ali si spiegano finalmente nel volo. Uccelli neri che fanno capolino tra alberi bruni, e intorno a lei il bianco accecante che neanche la stella Polaris riesce a riscaldare.
Un corvo gracchia lontano - un soffice frullio di piume d'inchiostro - e improvvisamente si accorge di non essere più sola.
Non ha bisogno di voltarsi e guardare, per capire che il rumore che ha sentito non appartiene a una persona sola; quando ruota su se stessa, ha già il coltello in mano e si allontana velocemente dal tronco per non chiudersi la ritirata alle spalle.
Tre donne vestite di pelli spuntano da dietro la barriera dei tronchi e di alcuni cespugli spogli e irti di spine, apostrofandola in quella lingua che ancora le risulta straniera - ovunque vada, è condannata a non capire ciò che le dicono. Solo Padron Ebwar - e pochi altri - le parla in inglese - le ordina le comanda le impone.
Tiene stretto il coltello da caccia e spinge contro al terzetto di anziane lo sguardo della volpe in trappola, fiera e disperata.
Nessuno parla.
La neve - cristalli sfaccettati dalle mille forme, minuscoli agglomerati di gelo e di luce - le si impiglia soffice tra le ciglia, nella chioma arruffata, nel pelo stropicciato del cappuccio dimenticato sulla schiena.
Serra le nocche - rosse per il freddo - sull'impugnatura per darsi la forza di grattare una richiesta dal fondo della gola, cinta dal collare elettrico.

- Siete voi che potete darmi il Latte di Luna.

La domanda è tremula, graffiata - chi non usa più la voce se non per obbedire - ma non ha sfumatura interrogativa. Ha la fermezza di chi non ha altri a cui rivolgersi, e che non accetterebbe un no come risposta - si sarebbe spezzata anche lei insieme ai rami sottili, sotto il peso della coltre di neve perenne.
Le tre donne si guardano - occhi cerchiati di terra bruna - e Jordan spera con tutta se stessa che abbiano capito la sua richiesta. Si porta una mano al ventre piatto, sopra le pelli cucite, quasi d'istinto - « Liberatene, non mi importa come. »
E' forse quello - quel gesto dettato da chissà quale rimorso o speranza - ad attirare l'attenzione di una delle tre sainter. Ha gli occhi neri come le piume di corvo che nasconde tra i capelli bianchi, e la consapevolezza che colei che si trova di fronte è una schiava, non una donna libera - non ha diritto di scelta.
Parlotta con le altre due anziane per un tempo che le sembra infinito, una stretta d'angoscia allo stomaco e al cuore, così dolorosa che deve sforzarsi per ricacciare un singhiozzo in fondo alla gola - da dove non sarebbe mai dovuto uscire.

- Aye.

Mai avrebbe pensato che un le avesse potuto sollevare tanto il cuore e, nello stesso tempo, affossarlo giù nelle viscere di una indecisione che bussa alle porte solo adesso, quando la parte ancora libera di Jordan si dibatte.
Dentro di lei, c'è qualcuno che potrebbe essere un bastardo o un uomo libero.
E lei sta per sbarazzarsene senza appello.

- Not here.

Sfarfalla le ciglia - non è una lacrima, è il gelo che le brucia i sensi - e torna bruscamente ad osservare le tre donne.
Adesso è l'altra vecchia a parlare, con un cappuccio in testa e i capelli grigi, intrecciati di perline di legno - calca sulle consonanti in un inglese stentato. Brucia la distanza che la separa da Jordan in qualche passo leggero sulla neve, per raggiungerla e afferrarla per il gomito del braccio che regge il coltello.
La esorta a seguirle, mentre già le altre due sono sparite - non ha visto quando - nel folto della foresta innevata. C'è qualcosa di sacro, davvero, e di spirituale nel silenzio che le assorda le orecchie - scricchiolano i suoi passi, incespica sulla neve fresca.
Torce il collo per guardarsi alle spalle, mentre scompare inghiottita dai tronchi e diretta chissà dove. Spera solo di essere di ritorno prima che Padron Ebwar si accorga della sua scomparsa.
La neve, implacabile, cancella il rincorrersi delle loro impronte.

domenica 22 febbraio 2015

Fireflies.

Clackline, Magione dei Deveraux, 2509

Le schiave dei Deveraux dormono nella dépendance, un casotto di legno di fianco alla proprietà principale. Dieci letti in una stanza sola, uno accanto all'altro - l'armadio non serve, i vestiti appartengono ai Termas, che ne donano uno a ciascuna di loro; se ne devono prendere cura: rammendarlo se si consuma, lavarlo quando si sporca. Uno dei doveri delle schiave è essere sempre presentabili, dato che entrano in casa e si mostrano agli occhi della padrona, delle figlie della padrona - a Wanda piace tanto intrecciare i riccioli neri di Amandine.
Jordan ha appena finito di cucire uno strappo nella sottana di cotone - s'è bucata le dita tre volte, masticando imprecazioni sottovoce, per non svegliare nessuno. La luce della luna che filtra dalla piccola finestra, sotto cui è seduta, non è la compagna ideale per un rammendo come si deve. Solleva il semplice abito che appartiene a lei da quasi due anni, rimirandolo con aria corrucciata; sbircia proprio Amandine, placidamente addormentata due letti più in là, pensando che lei avrebbe sicuramente fatto un lavoro migliore.
Sospira, mentre gli occhi verdi scivolano di nuovo fuori, oltre il vetro sottile, indagando la notte che circonda il grande giardino della casa coloniale. Sfarfalla le ciglia - solo un istante.
Improvvisamente, una miriade di faville bianche, luminose in quella notte afosa, danzano leggiadre nel buio. E' un fluttuare così svelto - un respiro stupito - che l'attimo dopo sono già scomparse nel mare di fili d'erba, tra le ombre dei peschi, tra le pannocchie oltre la staccionata.
E' talmente svelto che nemmeno Jordan si accorge di essere uscita incespicando dal capanno - in sottoveste, scalza sulla terra bruna, umida di rugiada - per inseguire alla cieca quelle scintille. Nemmeno il tempo passato - una vita fa, troppe vite fa - le ha fatto dimenticare cosa raccontava sua madre sulle lucciole - quando ancora non era Fox, ai suoi occhi, ma era soltanto Jordan.
Leggenda - mormorava sua madre, tra le sue ciocche bionde - vuole che non siano altro che scintille di esistenze finite, vite stroncate con violenza e ancora irrimediabilmente aggrappate a quell'ombra di essenza che possono chiamare Vita - racconti bisbigliati nella notte dei tempi e, misteriosamente, giunti intatti nei Quaranta Cieli. Sono coloro che hanno preferito bruciare in eterno, piuttosto che spegnersi chissà dove, e il Cielo li ha puniti, poiché le anime ardenti non possono andare lassù.
Jordan alza gli occhi contro il cielo buio, punteggiato di stelle - diamanti su velluto blu scuro - prima di cercare ancora nell'erba i luccichii di quella leggenda.
L'umida estate di Clackline arriccia i capelli sul collo - domani al Mercato di Baton Rounge sarà infernale.
E di nuovo, proprio quando ha quasi rinunciato e gira su se stessa - un fruscio di fili bui - per tornare al capanno, le vede: decine, centinaia di lucciole brillano nel silenzio afoso, sulla terra smossa dell'orto dietro la magione - pietre preziose, ricamate con perizia sulle zolle scure.
Una galassia in miniatura, sentieri che avrebbe potuto seguire con la prima nave per scappare da quella prigione - il collare di cuoio irrita la pelle sudata.
Eppure, resta lì.
Una parte di lei si chiede silenziosamente se tra quelle lucciole non ci sia anche Tulio, arso per un desiderio che gli faceva urlare le vene e l'ha trascinato a fondo con un buco nelle viscere.
Forse - ma solo forse - il suo momento di bruciare non è ancora arrivato.



Roanoke, Takoma Springs, 2517

Non vuole aprire gli occhi.
Non può farlo, non ricorda perché ma sa semplicemente che quel dolore nascosto in fondo al petto - ogni respiro, una coltellata alle costole - tornerebbe, se lo facesse.
L'abbraccio della febbre - qualcuno le ha aperto il fianco e ci ha frugato dentro - non è dissimile da quello di un amante: medesime sfumature di rosa e di abbandono, pellicole di sudore e veli di spossatezza sulle membra riverse; il petto che si alza e si abbassa con affanno, un rantolo superficiale.
Sa cos'è successo - ricorda ogni pugno, ogni parola.
Ricorda che le sue mani, poco tempo prima, l'avevano stretta in ben altro modo.
Sa cos'è successo fin troppo bene, ma gli antidolorifici con cui l'hanno stordita - improvvisamente ha ancora 17 anni e la switch che le mastica i nervi - hanno il potere di annebbiare tutto quanto. Si ritrova a vagare in una foschia densa, il soffitto della stanza del Why Not sembra sciogliersi, a volte, altre volte si agita scosso dal vento gelido che spazzava Flame, su St. Andrew.
Ingoia il fiotto amaro della vergogna, nutrendosi di un veleno che la infetta - un colpo di tosse, una martellata allo sterno - ma di cui non sembra riuscire a fare a meno.
Si stropiccia gli occhi serrati - le ciglia, senza trucco, sono soffici e bionde - e rivede le stesse lucciole che gironzolavano nelle notti di Clackline, pulsare oltre le sue palpebre chiuse.
E' in quel momento che si decide, finalmente, ad aprire gli occhi.
Ci ha letto chissà cosa, in quel sentiero luminoso - qualcosa che sta digitando sul cortex recuperato dal comodino di fianco al letto, a fatica.

« Se ti si rivela illuminante, dovresti prenderle più spesso. »

sabato 31 gennaio 2015

Deep water.

Whitmon, Thyatira, 2503

I sassolini della scogliera su cui è affacciata Jordan Fox le solleticano le dita dei piedi, scalza sul baratro che precipita giù, per venti metri buoni, fino a tuffarsi nelle onde della costa frastagliata di Thyatira. Chi bazzica da quelle parti, conosce quel posto come il Salto degli Sposi; leggenda vuole che due innamorati, tanti anni fa, si siano presi per mano e siano saltati insieme giù dallo strapiombo.
Il perché, non l'ha mai saputo nessuno.
Non guardare giù non guardare giù non guardare.
Gli occhi verdi sono fissi sull'orizzonte, l'aria salmastra le gonfia i polmoni dello stesso respiro accelerato che, ormai, la tormenta da quando ha accettato quella stupida scommessa.

- Scommetto che non ce la fai, Foxie.
- Mangiati la lingua, Welsh.

In quel momento, con le vertigini che le serrano la gola rischiando di farla vomitare, avrebbe tanto voluto ingoiarsela lei, la lingua, e maledirsi per aver accolto l'ennesima provocazione di Elija.
La brezza frusta le corte ciocche bionde - tagliate per rabbia - e la veste di pelle d'oca, 'ché l'abitino azzurro che indossa non è sufficiente a ripararla dall'aria pungente di una mattina di settembre.
L'angoscia fa tutto il resto.

- Prima di domani, magari.

Il ridacchiare sommesso del terzetto che le sta fissando la schiena la fa rabbrividire ancora di più - serra i pugni contro i fianchi, per non doversi girare e usarli contro di loro.
La cattiveria dei dodicenni non ha limiti - se anche avesse voluto, saltare sarebbe stato l'unico modo di andarsene di lì senza un occhio nero.

- Come on, Eli, non vedi che ha paura?

Thomas e la sua preoccupazione - avrebbe dovuto imparare a nasconderla meglio, si disse lei.
Ma Elija non coglie l'urgenza nel tono dell'amico, rigirandolo a suo piacimento.

- Certo che ha paura. Right, Fox?
Silenzio.
- Ammetti di essere una codarda, oltre che una bastarda.

Non c'è nessuna ammissione, per qualcosa che ti ha marchiato alla nascita senza appello.
Jordan, questo, lo sa fin troppo bene.
Chiude gli occhi - infine - e prende un respiro denso, cancellando in un colpo di spugna le risate di Elija e di Nick, il tentativo di Tom di farle fare un passo indietro - farle ingoiare, per non ammazzarsi, la sabbia del fallimento.
No, non l'avrebbe permesso un'altra volta.
Quando muove l'ultimo passo in avanti, nel vuoto, i sogghigni dei suoi aguzzini spariscono davvero.
Si chiede, precipitando in un urlo silenzioso, se anche i due sposi avessero provato la stessa sensazione - l'aria risucchiata dai polmoni in venti metri di nulla.



Clackline, Magione dei Deveraux, 2508

Infrange la superficie dell'acqua quando trattenere il respiro ha cominciato a farle pizzicare i polmoni, appannandole la vista e facendole formicolare le braccia.
Riprende fiato, levandosi le fradicie ciocche rosa - stanno sbiadendo, piano piano - dagli occhi, per poter rimettere a fuoco, in uno sfarfallio delle ciglia chiare, la sagoma seduta nella vasca davanti a lei.

- ..rdan, mi ascolti?
- Anh?
- You stenli? You standerun?

L'Escravit continua a risultarle assolutamente incomprensibile, la maggiorparte delle volte; sembra che il suo cervello non riesca a invertire correttamente le sillabe dell'inglese, e per di più si limita a districare pensieri aggrovigliati per comprendere almeno il senso di ciò che Amandine cerca di dirle.

- Jesus, non puoi parlare in inglese?
- Non lo so molto bene. E tu devi imparare.

Jordan sospira, poggiando la schiena - ancora dolorante - alla superficie in porcellana candida della vasca in cui sono sprofondate fino al collo. Alle schiave dei Deveraux sono concessi ogni due giorni dieci minuti per il bagno, a coppie, e nessuno o quasi vuole perdere tempo con Jordan, scontrosa e intrattabile. La schiava più anziana - la più fedele - che possiedono, Annette, la odia da quando è stata venduta alla tenuta e ci ha messo piede la prima volta. Jordan Fox insulta l'onore della servitù - così le piace definirsi - e rende triste la padrona, se l'è meritate quelle frustate.
L'acqua tiepida è piacevole, sulle ferite in lenta guarigione; è il primo bagno che il dottor Mason le ha permesso di fare, dopo settimane. Barrow l'ha tallonata come un cagnolino, per evitare che le piaghe scavate dalle frustate si riaprissero.

- Ricominciamo.

Alza gli occhi al cielo, scivolando a fissare i tratti ancora acerbi di Amandine - pelle color caramello, zucchero bruciato - e domandandosi chi, in futuro, avrebbe acquistato quel fiore in boccio che promette di diventare splendido.

- Non ne ho voglia.
- Meco on, Jordan, just a tlelit bit.
- What the hell, Amandine, sembra che ti sia annodata la lingua.

La ragazzina ridacchia, alzandosi in piedi per uscire dalla vasca e recuperare gli asciugamani per entrambe. Jordan la segue con lo sguardo, distratta, il mento poggiato al bordo della vasca. Sta pensando a qualcosa, probabilmente, a giudicare dall'espressione assente.
Si tormenta l'incavo dei gomiti - bucherellati come merletti.

- Jordie ..

Amandine la richiama, di nuovo, tendendole un asciugamano di tela - il lino è per la padrona.
Lei sospira, uscendo dalla vasca e strappandole di mano il telo, per avvolgersi - la vergogna di quegli sfregi sulla schiena è più forte del pudore.

- Fine, where were we?

Il sorriso della piccola schiava, e la ripresa dell'elenco di parole che deve imparare, la distolgono dal pensiero fisso di ciò che avrebbe voluto spingersi in vena - ancora, fino a stare male, fino a dimenticare il collare di cuoio che le serra il collo.
Come se davvero la Switch avesse mai funzionato, contro i fantasmi.

mercoledì 21 gennaio 2015

We see that now and I paid my price, but that ain't gonna happen twice.

Greenfield, Oak Town, 2517


Il tonfo ovattato della porta che si chiude alle sue spalle suona lontano.
Si è portato via la bottiglia mezza vuota ma non lo zippo verniciato di blu; Jordan ci sta giocherellando da quando è uscito dalla stanza della bettola di Muller, senza voltarsi, incespicando nell'alcol e nei sensi di colpa.
L'ha visto il segno all'anulare sinistro - dove, secondo le leggende, una minuscola vena arriva dritta al cuore. Ce le ha avute addosso, quelle mani, e non ha sentito nulla - una sensazione talmente definitiva da sembrarle che si stesse muovendo sotto la pelle, contro le ossa.
Lo sguardo è fisso sul soffitto, sdraiata supina in quel letto stropicciato che sa ancora di loro.
Gli occhi azzurri di Drake Russell somigliano tanto a quelli di Tom - si era ritrovata a pensare -, Tom di un passato lontano, di lanterne, aria salmastra e sorrisi tranquilli.
Però quello sguardo, nel buio della stanza - una lapidazione di pietre scheggiate, disperate, non diverse da quelle che tagliano dentro le sue costole ogni volta che pensa di respirare la sua stessa aria - l'aveva ricambiato senza esitazioni. Non aveva abbassato gli occhi neanche di riflesso, mentre lui si levava i vestiti e si stordiva di alcol - quasi avesse bisogno di un'anestesia, per non pensare a cosa aveva appena acconsentito.
Uno scambio equo - o forse no.
La capacità di mantenere una promessa è sempre più rara, questo Jordan lo sa bene, e affondare le unghie nella schiena di Russell le ha dato la prova - dannatamente reale - che esistono ancora persone come lei.
Quasi le scommesse con se stessi non siano le uniche in cui è buona regola non barare - l'avversario animato da un commovente sentimento di dovere, i termini dell'accordo che assumono la consistenza ferrea delle scadenza necessarie.
Barare col mazzo in un solitario - per quelli come loro - non è neanche da prendere in considerazione.
Un accordo è un accordo, del resto, ma mentre accende per la ventesima volta lo zippo, grattandosi il pollice - il pacchetto di Engine dimenticato sul cuscino - si chiede silenziosamente quale prezzo ha pagato davvero lo sceriffo - « Quando l'avrò capito, te lo verrò a dire. » - per percorrere la scorciatoia più breve - direttamente tra le sue cosce, fino a che il bisogno non era diventato pace.
Russell avrebbe dovuto saperlo - si ripete lei - che se ti ostini a vincere, ti ricorderai solo la dannata, unica volta in cui perdi.

lunedì 29 dicembre 2014

It's not a silly little moment.

New London, New London, 2516


L'essenziale ma smaccata ricchezza del salotto di Virginie Saintsimoncieli di cemento, prati di dollariè brulicante di invitati, educatamente ciarlieri - calici e bollicine dorate, tintinnii argentini quanto le risate della padrona di casa. Jordan Fox, eludendo la sorveglianza di Bastienne, è sgattaiolata via alla prima occasione utile, quando tra una costosissima tartina sintetica e l'altra hanno smesso di domandarle com'è vivere su uno Skyplex, come mai conosce Virginie, perché è arrivata in ritardo alla festa per gli auguri di Natale. Lei, che il Natale non sapeva nemmeno esistesse prima che le spiegassero la tradizione cristiana a cui fa riferimento, così rara nei Pianeti Centrali.
La moquette candida è soffice sotto le ginocchia, accovacciata come una bambina sul pavimento della stanza dei giochi di Sophie; il vestito che le hanno fatto indossare - una gonna non sua, un maglioncino non suo - è spiegazzato come se ci avesse dormito sopra. S'è levata le scarpe - anfibi, immancabili - non appena entrata nel regno della pupattola che le sta giocando di fronte, impilando cubi di colorata plastica trasparente. La mano di Jordan sta tracciando qualcosa su un foglio di carta - un blocco da disegno -, alterna occhiate smeraldine tra la bimba bionda e l'immagine che sta prendendo vita sul foglio, schizzo dopo schizzo, tratti nervosi e sicuri.

- Dove altro potevi essere, sweety?

Le consonanti di Virginie le carezzano le orecchie - la coscienza - e le curvano le labbra in un sorriso sornione, senza farle staccare gli occhi dalla sua bambina. Quanto l'è mancata.

- Gli amici di tuo marito mi guardano come fossi un animaletto da compagnia mal addestrato.

Una risata argentina, divertita.

- Ma lo sei, Jordan.
- Shut up, 'Ginie.

L'affetto con cui le dice di stare zitta - parole mormorate contro il cuscino, tempo fa, una vita fa - calca la grafite sul foglio, gonfiandole un respiro dolce dentro il petto.

- Tua figlia è sempre più bella.
- And so are you.

La padrona di quella casa ha sempre avuto il potere, silenzioso, di prenderla in contropiede ogni volta che apre bocca. Ribatte tenendo la palla in gioco, segnando un silenzioso punto nel personalissimo conteggio di Jordan di chi è stato capace di farla, in qualche modo, innamorare. La sbircia da sopra la spalla - arruffate ciocche bionde -, inchiodandola allo stipite dove è poggiata, braccia incrociate. Sembra anche lei una bambina, esattamente come se la ricorda.

- Stop it.
- Or what?
- Virginie ..
- What?
- You know.

Taglia corto, secca come un ramoscello che si spezza. Brusca, arruffa il pelo, tornando a grattare la punta della matita sul foglio, prima che succeda - che voglia far succedere - ciò che aveva promesso non sarebbe più accaduto. Sophie ha intercettato la sagoma di sua madre, sulla porta, e le sta mostrando orgogliosa la costruzione di cubi che sta prendendo forma sotto le sue manine. E' Hall Point, secondo lei, dove lavora JayVirginie sospira, con pazienza.

- Non insegnare alla tua figlioccia a costruire quel luogo infernale.
- Quel luogo infernale mi dà da vivere, honey.
- Avrei potuto comprarti io, ma no ..
Sospira.
- Don't start that again ..
- .. Hai preferito buttarti via da un padrone all'altro e finire quasi ..

Le parole si imbrigliano tra le labbra di 'Ginie e la punta si spezza sul foglio, un boccolo arricciato sulla spalla di Sophie è bucato, sulla carta sottile. La rabbia di Jordan, difficilmente controllabile, sta gorgogliando cupa come il cielo prima del temporale. Sorda, ovattata. Non commenta, ingoia il silenzio guardingo dell'altra bionda senza fissarla, sentendo il suo sguardo chiaro addosso, sulla schiena. Riprende a disegnare come nulla fosse, chiudendosi in un silenzio scontroso.

- Ti trattano bene?

Tace. Relegare in un limbo i suoi pensieri insieme a momenti folli di dubbi e insicurezze, quelli dove l'indistinta, sgradevole sensazione che per lei non ci fosse davvero posto da nessuna parte era stata relegata, dimenticata. Scordata - simile a uno strumento che aveva perso la capacità di scavarle a pugni un buco di malinconia nello stomaco, da quando Ebwar le aveva stretto un collare attorno al collo e l'aveva chiamata sua. Si erano avvicendati tanti padroni, dopo di lui, e l'ultima della lista - padrona, amica, amante - aveva cominciato a chiamarla nella sua cabina sempre più spesso.

- Aye.
- E tu tratti bene gli altri?

Il pensiero delle ossa della falange di Cath Meyer che si spezza sotto le sue dita - deliziosamente crudele - le serpeggia in fondo agli occhi verdi con un crack, affogato in un sorrisetto selvatico, tra le ciglia bistrate di nero che trascina sui ricami floreali del vestitino orientale di Sophia. Una piccola bambolina cinese - porcellana e fili dorati.

- Quando se lo meritano.

Sente solo troppo tardi la presenza di Virginie alle sue spalle - il tappeto fidato su cui nascondere il rumore dei passi. Il fruscio dei pantaloni eleganti in cui è avvolta è seta, velluto alle sue orecchie, mentre si accovaccia di fianco a lei, 'sì da poterla osservare più da vicino. Le si offre, docile, e le permette di frugarle dentro senza problemi, come ha sempre fatto. Non ha bisogno di specificare che è più la terra bruciata che si lascia attorno, piuttosto che la comprensione. Sono le dita affusolate della Saintsimon, quando si poggiano sul suo braccio, a farla sussultare; vorrebbe non ci fosse lana, tra i suoi polpastrelli e la sua pelle.

- Be good.

Mormora, pacata. Nemmeno se l'avesse urlato - ordinato, imposto - avrebbe ottenuto un'annuire così sincero, viscerale, da parte della schiava. Come sempre, la sirenetta ha un potere che molto spesso non si accorge neppure di possedere.

- Per il resto?

Un kaleidoscopio di volti luoghi persone fatti le rimbalza in testa, accecandola per un istante. Smarrisce gli occhi verdi sui cubi di Sophie, sovrappensiero. Sulla Lattina c'è gente che va e gente che viene, gente che parte e gente che non ritorna. Per il resto, ci sono Sharon e Daphne - una che resta - sempre e comunque-, l'altra che sparisce, ritorna, se ne va. Per il resto, c'è Siddartha Beaumont, la Bloom e le caramelle annegate nella vodka. Non sapeva cosa fosse stato più dolce, se le sue mani sulla schiena, tra le ciocche bionde, sulle cosce - dappertutto - o la risata che le aveva gorgogliato sulla bocca. Strafatto, infatuato, ubriaco. Non faceva differenza. Per il resto, c'è Elian Chernenko, a cui avrebbe voluto serrare le mani attorno al collo e stringere, stringere così forte da tatuarle sulla pelle candida della gola il suo nome. Ci ha letto la stessa richiesta, in fondo a quegli occhi chiari, la stessa, furiosa disperazione di chi solo autodistruggendosi può ancora sentire qualcosa. Per il resto, c'è Vivienne Carter che la crede la sua Princess Charming, che la comprende, che le fa venir voglia di regalare origami e fiducia. Ha guardato sotto la scorza dei suoi occhi di cristalli e ci ha visto la stessa vita spezzata; anche in quelli di suo fratello, Virgil, c'è la stessa, vischiosa oscurità che la risucchia senza appello, come una falena attratta dalla luce. Per il resto, c'è State Gallant - all'Ufficio Postale, un'occhiata eloquente -, c'è Cath Meyer - una mela spezzata,' ché l'amore fa questo secondo Jordan, ci spacca in due e ci fotte se colui o colei che s'è staccato se ne va, infine. Perché una delle verità di questo 'Verse, in fondo, è che se ne vanno tutti prima o poi.

- Eddie's gone.

E' l'unica cosa che si lascia sfuggire, dal flusso disordinato di pensieri. Virginie la sbircia, in un silenzio comprensivo, prima di poggiare il capo contro la sua spalla. Sospira. Sophie le osserva e sorride, non capendo fino in fondo, ma fiondandosi verso di loro in una risata divertita per abbraccio collettivo, affondando i boccoli biondi nel maglione grigio perla di Jordan, strofinando il nasino contro la lana con l'entusiasmo che solo i bambini riescono a conservare.

- Merry Christmas, Jay.
- Whatever, 'Ginie.