domenica 29 giugno 2014

Holding hands while the walls come tumbling down.

Richleaf, Maracay - Tartagal, 2507

Era una dura, si ripeteva sempre.
Era una da cui guardarsi, a cui stare attenti, che non si faceva problemi a prenderti a pugni se pensava l'avessi fissata in un modo che non le piaceva.
In realtà, aveva solo l'aria randagia di una creaturina affamata - come sei mesi lontana da casa possono consumare la carne e l'esistenza.
Lì, riflessa nella sporca vetrina di un bar, dimostrava più anni di quelli che indicava il suo idn chip nel polso destro e aveva gli occhi - verde bistrato di nero, gatta selvatica - di chi è pronta davvero a qualsiasi cosa pur di mangiare.

« Che cazzo fai, Jor? »

La voce musicale di Tulio - inglese masticato dal maraqueno, sporco e confuso - la fa sussultare. Allontana svelta i polpastrelli dal vetro rovinato; sotto il sole bollente della stella Polaris, le strade sono deserte e insolitamente tranquille - la sacra ora della siesta.
Le cicale gracchiano un gran fracasso tra le lamiere delle baracche, sapientemente mescolate a palazzi alti e raffinati, rari e sporadici - frutti rimasti di un albero che è stato spremuto di ogni linfa da insetti affamati.

« Niente. »

Si sente improvvisamente stupida, sotto gli occhi scuri di Tulio - torbidi e neri un burrone dietro le ciglia -, in quella constatazione colpevole della bimba colta con le mani nella marmellata, che urla tutti i suoi sedici anni - tutta la sua ingenuità.
Il ragazzo ride, piuttosto sguaiato, prima di afferrarla per un gomito e trascinarla via dalla vetrina, scuotendo rassegnato il capo.

« Ahi querida, non fare la cagna che mendica un osso. Ti ci porto io a mangiare. »

Jordan non sa ancora se fidarsi fino in fondo di lui - una diffidenza che comincia a nascere, crescere, piantar radici profonde -, conosciuto solo due mesi prima in una bettola come tante.
La sua prima volta, la sua prima sbornia.

« Stai con me e vedi che Maracay ti offrirà tutto quanto. »

Forse è la fame, forse una sciocca infatuazione - forse 'ché non ha nessun altro, su quel Pianeta sperduto nel 'Rim. Non ha ancora capito, dopo tutti questi anni, cosa effettivamente le fece serrare le dita affusolate attorno a quelle ruvide di Hidalgo, seguendolo ovunque lui volesse, facendo qualsiasi cosa comandasse.
Intercetta nuovamente il suo riflesso nella vetrina del locale - dentro, una vecchia partita di Pyramid su un holotelevisore traballante di interferenze.
Si accorge - uno sfarfallio allo stomaco - di non riuscire
a ricordare chi è per almeno quindici, assurdi secondi. Non ha paura; è semplicemente qualcun altro, una sconosciuta, e tutta la sua vita era una vita stregata, la vita di un fantasma - capelli rosa tinti nello Spazioporto di Sieg prima di prendere un Wyoming e non voltarsi più indietro.
Era a metà strada fra una stella e l'altra del 'Verse, al confine tra il Border della sua giovinezza e il 'Rim del suo futuro.
Sparendo con Tulio lungo uno dei tanti vicoletti di Tartagal, uno dei mocciosi della Regina del Voodoo la fissa nascosto tra due cassoni dietro quello stesso bar, frugando tra gli avanzi se c'è qualche briciola per lui.
Jordan prega, prega la Santissima Muerte di non dover mai guardare qualcuno con quegli occhi.



Richleaf, Maracay - Tartagal, 2516

Forse è in quello stesso bar di quasi dieci anni fa - non ricorda, ci è arrivata a tentoni - quando rovescia l'ennesimo shot di tequila sul legno lercio del bancone.
Il proprietario ha tenuto lo stesso holotelevisore traballante, ma le immagini piene di interferenze che trasmette sono di tutt'altro tipo.
Giunge come un tam tam impazzito la notizia di un'esplosione nel cuore della città, tardo pomeriggio circa verso le 18.30, ad essere stato colpito è il palazzo delle Terrazze verdi.
Tra il caos dei soccorsi, dei feriti, dei curiosi, l'immensa colonna di fumo sollevatasi dal punto del fragore è ancora visibile nel cielo di Capital City per almeno due ore dopo l'accaduto.
Chiunque nel raggio di km sembra aver potuto ascoltare il suono prodotto dallo scoppio, non ci sono fonti certe che si tratti di un attentato, ma dati i danni strutturali evidentissimi, si suppone non fosse un problema di progettazione. Le fiamme scaturite dalla probabile esplosione lambiscono da fondo il palazzo e si snoderanno verso i piani superiori per almeno tutta la serata, rendendo i tentativi di recuperare i numerosissimi visitatori, ancora più ardui.
L'esplosione dei commenti in maraqueno stretto - imprecazioni chiamate confusione - arriva lontana, distante, esattamente come il fruscio umido dello strofinaccio che asciuga il bancone sotto le sue dita, minacciandola nella stessa lingua che comunque quello lo deve pagare lo stesso.
Jordan non capisce - non lo ascolta: non riesce a staccare gli occhi verdi dallo schermo, ipnotizzata - terrorizzata.
Sente il vischioso rosso del sangue sulle sue mani - Semtex al Black Market di Safeport - e non può nemmeno prendersela con qualcuno - anonime istruzioni, fotografie che non la fanno dormire di notte.
Qualcuno l'ha fatta diventare un'assassina e non sa neanche per quale motivo; le hanno messo in mano una pistola e le hanno fatto premere il grilletto tenendole inchiodato il polso.
Wolf, Shaw, Virginie - pistole, promesse, vernici blu fosforescenti.
Non può chiamare nessuno di loro - nessuno nessuno nessuno - il suo cortex è irraggiungibile da settimane, da quando è sparita per seguire le minacce di qualcuno che la guida come se sapesse esattamente dove si trova in ogni momento.
Non può chiamare nessuno per accertarsi che non ci sia anche il loro, di sangue, sulle sue mani.
L'Angelo della Morte, puntuale, le fa vibrare il nuovo c-pad che l'è stato regalato e appuntato al cinturone.
Un'ora e altri tre shots dopo, sta per varcare la soglia della dimora della Regina del Voodoo, in cerca di ciò che il nuovo messaggio chiedeva.
La preoccupazione per aver di nuovo fatto saltare in aria un edificio - la Centrale Elettrica di Timisoara, tanto tempo fa - l'ha seppellita da qualche parte, dove non può nuocerle.
Non adesso.

In quella vetrina, fuori dal bar, è rimasta una Jordan ragazzina che la fissa malinconica mentre corre via, nei vicoletti, nella direzione opposta rispetto a quella di dieci anni prima.
Come se questo la portasse comunque da qualche parte.

sabato 14 giugno 2014

Never enough.

Clackline, Magione dei Deveraux, 2508

« Again. »
La voce di Amandine le buca le orecchie, ovattata - terrorizzata.
Non urlare ragazzina, cristo santo non urlare.
« Again. »
Il sole di Dorado brucia la pelle pallida, si aggrappa ai vestiti già madidi di sudore in una cappa soffocante, appiccicosa e malsana.
Non guardare giù Jordan, non guardare giù.
Qualcuno, forse il vecchio Byron, aveva tagliato l'erba da poco - profumava di papaveri e peschi in fiore.
« Again. »
Se avesse abbassato lo sguardo oltre la staccionata - stringere il legno così forte da piantarsi le schegge sotto le unghie - non ci avrebbe trovato altro che schizzi di sangue, lo stesso che le imbratta, ferroso, le labbra - affondare i denti nella bocca, torturarla, per non urlare il suo dolore il suo disprezzo.
« Again. »
Ormai ha perso il conto alla quarta, o forse alla quinta scudisciata. La pelle della frusta le azzanna implacabile la schiena, in un groviglio ormai irriconoscibile di sangue, scapole e stoffa lacerata - « Te li ho pagati io i vestiti che indossi, posso levarteli allo stesso modo. »
Forse non avrei dovuto sputargli in faccia.
Quando una voce urla Basta! - un ordine stavolta, non una supplica -, lo sguardo smeraldino di Jordan è ancora fisso davanti a lei, inchiodato alla corteccia della quercia secolare del giardino; i polsi sono strettamente assicurati alla prima sbarra dello steccato contro cui, ormai, si è accasciata.
Qualcosa le serra lo stomaco in una morsa crudele - bile rabbia dolore -, il sudore le incolla i capelli tinti di rosa alla nuca -corti alle spalle, 'che una schiava non può concedersi il lusso avere ciocche color delle peonie.
Dei passi, un fruscio sull'erba, delle risate - latrati di figli di cagna.
Un paio di mani piccole e gentili - Amandine? - si affaccendano svelte, in un tremito incontrollato, attorno al nodo della corda, mormorando un mantra in quello che non tarda a riconoscere come Escravit - « I
t's rightall, it's rightall. »
No, non va affatto bene, vorrebbe risponderle.
Invece, l'ultima cosa che riesce a fare in uno sprazzo di coscienza è piegarsi in avanti e perdere i sensi, nell'ennesimo scossa di dolore che le mastica i nervi.
Non fa in tempo a sentire di nuovo le urla di Amandine - 
« Ma non potete, l'avete già punita! » - mentre la trascinano via.
Alla fine, purtroppo, ha guardato giù.

~

Quando riapre gli occhi - non sa nemmeno più dopo quanto tempo - sta fissando una parete di legno, la guancia premuta contro una superficie rigida e la bocca arida, impastata di sangue.
Il collare di cuoio rovinato le scotta sul collo, bollente.
La schiena fa talmente male che si rende conto già dopo il primo respiro spezzato che non riesce a gonfiare i polmoni come vorrebbe.
Fa per rivoltarsi, come un animale selvatico ferito da una tagliola - istinto, puro e semplice -, ma un paio di solide mani glielo impediscono, stringendole le spalle.
« Tienila ferma Barrow, maledizione. »
Un altro paio di mani la inchiodano al tavolo, con la stessa urgenza che ha sentito nella voce di prima - solo un tremito inesperto, ma risoluto, nell'affondarle le dita nella pelle dei polpacci.
« Ma se tenta di muoversi? »
« Non se, quando. E la risposta è sempre, cercherà di muoversi da adesso in avanti, quindi tienila ferma. »
Solo la voce di Amandine, in quel chiasso diffuso, suona come una melodia rassicurante.
« Non fatele male. »
« Stiamo cercando di rattopparla, signorina, ma non è messa bene. »
Parole che una Jordan sdraiata mezza nuda su un tavolo, con la schiena massacrata, non vorrebbe mai sentire.
« Dovevi portarcela prima, ha la febbre. Rischia di portarsela via l'infezione. »
« Vin non mi faceva andare via. L'ha tenuta legata lì sotto il sole per tutto il pomeriggio. »
Lo spavento e la preoccupazione, nell'inglese titubante di Amandine, sono freschi e sinceri come acqua di fonte - la stessa che c'era a Thyatira, quando doveva sciacquarsi il sale di dosso.
Prova nuovamente a divincolarsi, in una fitta che le strappa un ringhio selvatico e le annebbia i pensieri - non svenire, non di nuovo cazzo Jordan.
« Ci proviamo bambina. Ci proviamo. »
« Grazie dottor Mason. »
L'ago di un hypospray le pizzica il collo - switch, vi prego, datemi della switch - e non fa nemmeno in tempo a capire cosa sta per succedere che dell'acqua - profuma di timo, o forse sta impazzendo - le viene rovesciata sulla schiena. Piano.
Non può non urlare, fino a sfinirsi le corde vocali - mani sagge e dolcemente crudeli la tengono ferma, su quel tavolo, finché le ossa del bacino non cominciano a farle male per quanto si divincola.
Non sente più nulla se non il suo dolore - il timo, l'odore di fieno, i sussurri di Amandine - e un blando tranquillante che comincia a fare effetto - « Ho finito l'antidolorifico, dovrò fare in altro modo. ».
Apre bocca per replicare per respirare - uccidetemi e basta - ma di nuovo la carne devastata della schiena trascina a fondo la sua coscienza, spedendole scosse lungo la spina dorsale.
Samuel Barrow e il suo accento strascicato da 'liner cullano il suo ultimo sfarfallio di ciglia.

« Stop fightin', Jordan. It's 'nough for today. 
»

It's never enough, you dumbass.

venerdì 30 maggio 2014

Just dreaming like we're animals.

Ha sognato una sirenetta, intrappolata nelle profondità di un lago ghiacciato - nei sobborghi di Capital City. Batteva contro il ghiaccio trasparente con mani sottili - troppo fragili - urlando tante bollicine, una sinuosa coda blu scuro guizzante di scaglie nella cristallina acqua della vasca. Capelli biondi come un'aureola, fluttuanti attorno a lei, una collana di conchiglie bianche - tesori conservati di una lei bambina - a serrarle il collo.

Ha sognato una gatta dal manto nero e gli occhi verdi, appostata famelica ai piedi di una voliera piena di tanti uccellini colorati; faceva dondolare la coda avanti e indietro, indispettita dalle sbarre; un sorriso gelido, sornione, che non arriva nemmeno ai baffi - agli zigomi, labbra scarlatte.

Ha sognato un grosso cane da caccia, pelo ispido e sguardo fiero; la rincorreva nel sottobosco, abbaiando e ringhiando come un'intera muta. Lei si intrufolava in una tana spessa, profonda - un fruscio di foglie verdi e arbusti sotto i polpastrelli -, la coda fulva gonfia di paura. Il cuore un tamburo da Guerra - quella che non ha mai combattuto.

Ha sognato un coniglietto bianco, orecchie lunghe e coda soffice, che aveva così tanto coraggio da avvicinarsi a lei e non aver timore di essere mangiato - di ciò che ha fatto in passato. Le dispensava consigli - cioccolatini - e le permetteva di riposare all'ombra del suo albero preferito - nel suo studio alla Blue Sun -, fremendo contro il suo collare come se non capisse fino in fondo perché una come lei dovesse avere quello a rovinarle la pelliccia.

Ha sognato un cerbiatto dagli occhi azzurri - grandi e selvaggi -, placido nel folto di quella stessa foresta, che la guardava da lontano e non si faceva avvicinare, guizzando via da una lama sbucata da chissà dove in un secco suono di ramoscelli. Lasciava ciocche di pelliccia tra i rovi. Lei lo seguiva, senza mai raggiungerlo davvero - nei vicoli di Maracay.

Ha sognato un lupo dal pelo scuro, gli occhi grigi - diverse sfumature - e l'aria solenne; lei abbassava le piccole orecchie contro il capo, intimorita, prima di affondare piano il naso contro la sua pelliccia del collo; nettamente più grosso di lei, ne riceveva in cambio uno sbuffo pigro - quasi volesse insegnarle come ci si comporta. Non poteva far altro che trotterellargli dietro, incuriosita - grata.

Ha sognato una volpe - uno un po' come lei -, pelo fulvo e aria saccente. Le girava attorno e le regalava un fiore - un braccialetto -, prima di spingerla con delicatezza a seguirlo: su per la collina, oltre il ruscello, fino ad un campo di papaveri rossi. E per la prima volta in tutta la sua vita, ha pensato che non ci fosse nulla di male a rotolarsi lì in mezzo assieme a lui e dimenticarsi di tutto il resto - di tutto il 'Verse.

Ha sognato una pantera, occhi neri e denti aguzzi - un Bronwcoat sulle spalle. La fissava dal folto della foresta, appostato nel buio, in attesa di una sua mossa falsa - un accordo e una promessa. Lei non era una volpe molto furba. Non ha avuto nessuno, purtroppo, che le insegnato che non si fanno patti con le pantere - un sentiero lastricato di sabbia e strane intenzioni. Il freddo cipiglio sul muso del felino le faceva arruffare il pelo.

Quando si risveglia di scatto in un letto a lei ormai noto, con qualcuno al fianco - il respiro tranquillo e regolare di chi ha un sonno chimico e non naturale -, si stupisce di non sentire sotto le dita la terra umida, i petali sgualciti dei papaveri, le foglie secche e gli aghi di pino del sottobosco. Ci mette giusto un istante a mettere a fuoco il soffitto candido della camera, nel buio solo di poco rischiarato dallo skyline notturno della capitale di Horyzon allineata fuori dalla finestra.
Silenzio. Respira.
Si accoccola contro la schiena di colui che ancora dorme e chiude di nuovo gli occhi.

lunedì 26 maggio 2014

Behind Blue Eyes.

La chiave nella toppa gratta leggermente verso sinistra quando la inserisce e gira per spingere la porta - barcolla appena, e questa volta non è la tequila.
Solo lo scodinzolare silenzioso di Tallio e i passi felpati di Tac sul pavimento la accolgono in una casa altrimenti vuota - « Vado su New London dai miei. Torno presto. »
Un vago ricordo del suo messaggio le formicola la mente, ancora distratta - stranita incredula - dall'ultimo e casuale incontro nei corridoi dell'Ospedale - non ricordarsi l'appuntamento e trovare tutt'altro.
Uno spettro in vestaglia seduto al bar, il fantasma della bionda e sorridente ragazza che ha conosciuto solo poco tempo prima in un parco - un ritratto e un sorriso, ditate di rosso sotto le lentiggini.
Gli occhi azzurri di Virginie sembravano aver prosciugato ogni traccia di colore dal suo viso - divorato da un terrore che nemmeno lei vuole sentir raccontare.

« Non te lo posso dire. Ma credo che lo verrai a sapere presto. »

Se li è sentiti addosso, brulicanti sulla pelle, e altri due paia le hanno fulminato la mente, nello spazio di un respiro trattenuto e un battito di ciglia.

Gli occhi azzurri di Andres - « Ispida bellezza di St. Andrew. » - che la guardano, tempestosi e preoccupati, nell'odore soffocante di umanità de La Bamba - nei vicoletti di Maracay.
Puttane, piume e papponi.
Il rumore delle percussioni, quella musica così sgraziatamente allegra in sottofondo ad una scena che di allegro non ha assolutamente nulla - i suoi capelli sparsi sul tappeto, il trambusto delle guardie, il dolore alla mano destra.
Gli occhi azzurri di Eddie - i suoi capelli rossi in cui passare le dita - che la fulminano in un ricordo sbiadito, prima che prendesse a pugni Ryan, prima che la piastrina di Nancy tintinnasse ai suoi piedi - assordante almeno quanto le sue stesse parole.
Gli aveva voltato le spalle ed era corsa fuori - ancora una volta - per non leggergli in fondo allo sguardo qualcosa che le avrebbe fatto troppo male.
Troppo, per chi ha semplicemente eseguito degli ordini.

In quell'istante in cui ha spezzato l'equilibrio - lei urla lui resta impassibile -, c'era un sentimento così intenso nei suoi occhi che l'è parso leggerle dentro capitoli di anima che lei non riusciva nemmeno a individuare, intere frasi scritte dalla sua mente, cancellate con mano ferma per non doverle riscoprire un giorno, per caso.
Era tornata perché stare lontana da lui, semplicemente, non riusciva a farlo - a costo di sentirsi la sua rabbia addosso.

« Usa quella cazzo di chiave, Jordan. »

Raggiunge la camera da letto tormentata da questi pensieri, forse per dormire, forse perché ha finito la superficie calpestabile e deve ricominciare da capo.
Sulla sedia alla scrivania, una camicia azzurra - E.B.S. sotto il taschino -, una felpa, tracce di qualcuno che è partito lasciandosi dietro una tranquilla quotidianità, di cui lei ha ricominciato da poco a far parte.
Il polpastrello traccia distrattamente le lettere ricamate sulla stoffa - allineare caramelle sulla mano di Virginie, quasi volesse aggiustarla. Pensa al candido palmo della reporter - mappe indiscrete dei sentieri di una parte dell'anima che doveva restare inesplorata da tutti.
La vecchia di Tartagal che le ha letto la mano anni fa - « Spirito feroce dagli occhi verdi. » - lo sapeva bene, quando le ha bisbigliato all'orecchio il suo futuro. Sapeva che certe strade, anche a conoscerle in anticipo, sono troppo tortuose, troppo difficili da percorrere.
Le labbra della donna sulle sue nocche, la sua silenziosa gratitudine - un passato a Baton Rouge che non racconta mai a nessuno.
Il turbamento di lei all'arrivo di Lars, che sembrava sapere qualcosa riguardo ciò che l'è successo - nuvole torbide dietro i suoi occhi azzurri.
In un impeto istintivo, recupera il suo blocco e inizia a disegnare - grafite su carta ruvida, dita macchiate di polvere grigia.
Disegna ciò che ricorda, disegna ciò che ha visto, disegna ciò che ha sentito a fuoco sulla pelle.
Finirà alle prime luci dell'alba, foglio dopo foglio, finché non sarà soddisfatta.
Eddie, al suo ritorno quel mattino stesso, troverà Jordan appisolata sul tappeto del salotto, circondata da fogli strappati e l'armadio completamente sottosopra, come se qualcuno avesse dormito lì dentro.

mercoledì 7 maggio 2014

Deep in the back of her mind.

Jordan chiude gli occhi e improvvisamente è di nuovo bambina.
Ha undici anni, un vestitino blu e le ginocchia sbucciate. E' la festa di Thyatira, le barche dei pescatori escono in processione, una dopo l'altra, sul vasto mare buio punteggiato dalla luce delle lanterne di carta. Quando sono al largo, guarda le luci librarsi leggere nell'aria fresca di una sera d'estate, un ringraziamento vecchio come il 'Verse ai primi Coloni, quelli sbarcati su Whitmon dopo il Terraforming, quelli che hanno cominciato a spargere casette come sassolini sulla terra brulla di quell'isoletta.
Nik, il solito Nik, l'ha spinta giù dai gradini lastricati che dalla piazza principale si tuffano per i vicoletti del paesino fino al molo di legno, unico porto dell'isola; l'ha spinta per arrivare primo, e solo Thomas si è guardato alle spalle per controllare che non si fosse fatta troppo male. Thomas dagli occhi blu e i capelli neri, Thomas che la chiama per nome e alza le spalle ai suoi capelli corti - « Non stai male, comunque. ».
Una zazzera bionda e spettinata - gli scherzi di Elija, le risate e una gomma da masticare impigliata tra le ciocche color miele - che si era tagliata da sola, senza nemmeno guardarsi allo specchio.
Jordan osserva le lanterne finché non sono sparite nella manciata di stelle sparse sul cielo, velluto blu scuro, prima di far scivolare apparentemente distratta gli occhi verdi nella folla gremita sul molo di legno - sua madre in un angolo flirta con uno sconosciuto che non la guarda nemmeno -, cercando la sagoma di Tom, da qualche parte. Forse è molto più interessante lui, rispetto alle lanterne.

Jordan chiude gli occhi e improvvisamente è di nuovo ragazzina.
Ha diciassette anni, i capelli rosa e le braccia traforate di buchi. Switch fino a perdere i soldi - il senno il rispetto il controllo. La dignità, quella l'ha già smarrita da qualche parte quando ha accettato di far marchette per Tulio - « Sono per tutti e due, chica, per tutti e due. » -, che si mangia ogni soldo che lei riesce a tirare su scopando con chi decide che vale qualche pesos, al Sangre Amaro in quel di Tartagal.
E' ferma in un vicolo, la schiena nuda contro il muro di lamiera di una delle baracche, le mani strette contro il seno acerbo, il tessuto di una canottiera che una volta aveva tutta la stoffa al punto giusto - non tutti quelli che la pagano sono gentili. Ha uno zigomo pesto - le donne le trattano a ceffoni, al Sangre Amaro - e le banconote stropicciate infilate tra le dita, quasi qualcuno dovesse strappargliele di dosso. Sta cercando di riprendere fiato - inspira espira ispira espira - per andarsene a casa. Non prima di essersi infilata qualche soldo nelle scarpe, dove Tulio non guarda mai. Se per comprarsi altra Switch senza di lui o per farci altro, non è dato sapere.

Jordan chiude gli occhi e improvvisamente è di nuovo ragazza.
Ha ventun'anni, un collare al collo e tanta paura. E' sdraiata su un letto di pellicce, circondata da tre donne anziane che parlano un dialetto stretto di St. Andrew, qualcosa pieno di consonanti e dalle vocali particolarmente aperte. Le piazzano in mano una ciotola di legno colma una bevanda bianca, piuttosto pastosa e dal profumo di latte - « Latte di Luna. » -, ordinandole di berla tutta, fino all'ultima goccia. Farà morire il bambino, riesce a capire a stento, mentre una delle donne le piazza una mano sulla pancia ancora piatta e strofina un paio di volte, recitando una preghiera a lei sconosciuta.
Non è del tutto sicura di volerlo fare, di voler tagliare via quel qualcosa che il suo padrone - Ebwar - le ha piantato nel ventre. Non ha mai riflettuto sulla questione, sull'avere un bambino.
Non lo voglio un bastardo come me.
Svuota la ciotola in un paio di sorsi, storcendo la bocca per l'amaro che le gratta la lingua. Si beve svelta ogni rimpianto di cancellare una vita, spalleggiata dall'egoistica rassicurazione che, comunque, il liberarsi del bambino era un ordine diretto dell'Orso suo Padrone. E per una schiava, questo è già abbastanza.

Jordan chiude gli occhi e improvvisamente è di nuovo lei.
Ha venticinque anni, la pelle dorata dal sole e un lampadario di conchiglie sospeso sul soffitto. Le labbra di Eddie sulla spina dorsale - schiena intrecciata di cicatrici e lentiggini - sgranano le vertebre come grani di un rosario, e le preghiere sono le fusa che sta facendo lei - capelli arruffati e profumati delle lenzuola di lino. La conchiglia bianca che gli ha regalato penzola da un cordino di cuoio, solleticandole la pelle nuda. Whitmon è un angolo di paradiso, lontano da tutti e da tutto quanto anche se solo per una settimana - troppo poco per la pace, troppo senza risposte al suo cortex.
Il silenzio di Lars Wolfwood è l'unica cosa che incrina la sua serenità, ma la bocca del medico che l'è sdraiato addosso torna a reclamare la sua più completa attenzione. C'erano state volte in cui si erano strappati gli abiti di dosso come se fossero stati imbevuti di acido corrosivo e volte in cui non erano nemmeno arrivati a spogliarsi; volte in cui il sesso era stato come un regolamento di conti, la richiesta di una resa - « Non te ne andare. »; c'erano state volte - molte volte - in cui lui le aveva ceduto il controllo, imposto con la tenerezza e la passione, e volte in cui aveva combattuto e la gioia era stata identica sia nella sconfitta che nella vittoria.
Quella particolare mattina, tuttavia, è ben lieta di arrendersi subito e baciargli sulle labbra l'ultimo respiro.

Jordan riapre gli occhi e ciò che vede davanti a sé è la parete screpolata di una cella dei sotterranei di Hall Point.
E' seduta per terra, ha la nuca spalmata contro il muro che confina con la cella di fianco, il naso rotto e una costola incrinata. La canottiera blu stinta ha il bavero macchiato di sangue rappreso che l'ennesima testata di Marshall Lee ha deciso di regalarle.
Tende stancamente una mano verso le sbarre - tintinna un braccialetto d'argento al polso sinistro -, senza volerci davvero arrivare. Lancia una tazza, invece, per far rimbombare metallo contro metallo e svegliare l'occupante della "stanza" accanto - acqua che avrebbe dovuto bere finisce sul pavimento.

« Sveglia Lee, brutto cazzone, dormi da morto. »

Per lo meno, questa volta ha qualcuno con cui parlare. O a cui dare fastidio.

mercoledì 30 aprile 2014

Bones.

Chernenko.
In bocca a Jordan, l'aspro suono che dovrebbe avere quel cognome - figlia di Koroleva - suona molto più dolce, una sinfonia di vocali nel silenzio del Tempio di Hanshan.
Grani di ematite sgranati tra dita sottili, grilli e preghiere nel giardino silenzioso.
Il capriccio di strapparle quella mala di dosso e portarsela via, un guizzo dispettoso per uno sfizio casuale - il prezzo di volere qualcosa e non avere filtri, e il Rosso ne sa qualcosa.
Glissare negare non parlare.
L'ossario che secondo Elian nasconde Lars Wolfwood comprende di sicuro meno scheletri di quello della schiava - gli occhi di bronzo dei Buddha nella Sala dei Re Celesti la fissano senza vederla.
Jordan Fox non si sottrae al giudizio di nessuno, ma non sopporta quello della reporter che le sta davanti scalza e le impedisce di estrarre una pistola con la sua arma migliore: la lingua - parlantina che lei non avrà mai, da qua ad un milione di anni.
La tentazione - selvatica e predatoria - di seguirla fino a ovunque abiti per avere quel braccialetto.
Elian Chernenko crede di sapere chi sia il suo padrone - quella che mette insieme i pezzi -, ma anche se è certa di essere ad un passo dalla verità, nessuno può sapere davvero chi sia. Nessuno.
Guardare negli occhi di Wolf è fissare a lungo nel buio e attendere pazientemente una qualunque scintilla.
E lei, in numerosi sospiri, l'ha vista.


« Puoi mettere insieme tutti i pezzi che vuoi, farti tutte le ipotesi di questo 'Verse e affondarci fino al gomito in qualunque storia tu stia cercando, dolcezza. Si dice che chi alza troppo la testa dove non dovrebbe, rischia di vedersela tagliata via. »

« Se cadranno delle teste, Layla, di sicuro non sarà la mia. »



domenica 6 aprile 2014

I wish that we could lay right here.

Safeport, Sunset Tower, 2516


Jordan Fox guardò la schiena di Eddie Shaw allontanarsi a bordo del Wyoming, allo spazioporto su Sunset Tower, sparire inghiottito dall'Airlock dopo averle rivolto un ultimo cenno, e pensò ad un numero indefinito, morbido, aggrappato ai polpastrelli.
Solo qualche ora prima, contava lentiggini su quella schiena e tracciava linee invisibili con i polpastrelli per disegnare costellazioni, simboli, seguendo i sottili graffi che lei stessa gli ha inciso nella pelle - brucerebbero di più se non ci fossero, probabilmente.
Solo qualche ora prima, seguiva in silenzio quel "quattro" inciso nella scapola - angherie da collegio maschile -, altri segni sottili e più discreti rispetto all'intreccio che solca la sua, di schiena - una schiava rovinata porta meno guadagni.
Guardò la sua schiena e pensò a Saren - morto morto morto -, pensò al maglione verde scuro che nasconde nella sacca e che mette più spesso di quanto vorrebbe.
Pensò che non era giusto guardarlo soffrire così, in silenzio, ora dopo ora strappata a Morfeo. Lui che anche tra le sue braccia aveva voluto aspettare un giorno per poter toccare un'altra insonnia e vedere se fosse meno dura di quella a cui era abituato. Lui che aveva attraversato l'ennesima notte come una strada, smarrita da qualche parte - tra i suoi baci e i suoi sospiri - per arrivare al mattino.
Pensò che fosse dannatamente ingiusto che Saren fosse morto e avesse lasciato il medico - loro - a dannarsi per ingoiare qualcosa che non voleva saperne di andare giù - né con la Blast né con l'insonnia.
In quella stanza malmessa nell'Affittacamere vicino al Black Market non c'erano finestre abbastanza grandi da cui cercare stelle da seguire nella mappa del cielo - non c'era un cielo, oltre la nebbia di Sunset Tower -, così lui era rimasto a guardare nel buio, ricordandosi che intorno non c’era il vuoto e non stava davvero galleggiando nel nulla.
C'era Jordan, addosso a lui - un respiro placido sul collo, fusa sommesse, sonno senza sogni.
Si erano rotolati nelle lenzuola per un paio di giorni - un bozzolo ruvido - senza pensare ai problemi - lui che non dorme lei che non mangia - o a cosa sarebbe successo domani.
Guardò la sua schiena e pensò a come lo aveva accolto, solo quarantotto ore prima, dopo due anni in cui l'ultima parola che le aveva sentito dire era stata "Ci vediamo" - inghiottita dalle Prigioni di Safeport, senza dirgli nulla.

« Promettimi che non mi odierai, qualunque cosa accada. »

Jordan non lo sa, forse, ma la capacità di strappare promesse simili a qualcuno è un dono raro - faccia da schiaffi. Ed è ancora più raro trovare qualcuno che le mantenga davvero.
Avrebbe avuto tutti i diritti di odiarla quando gli ha sputato in faccia la verità, quella scomoda, quella che Eddie ha seppellito giù, da qualche parte, in un cassetto buio che non lo fa dormire - non dormo, non perdo il controllo.

« Sono morti, Shaw. Crepati, andati, sono fottutamente morti. »

Ferirsi - e sapeva, con l'infallibile istinto della vittima di se stessa, che sarebbe successo - equivaleva a lasciare che il veleno di quelle parole - la tristezza - le contaminasse le vene. 
Senza speranza d'antidoto, sarebbe morta piano nell'intervallo infinito tra quella notte e il suo sguardo addosso o nello spazio tra l’inizio e la fine del sospiro spezzato che le aveva ringhiato contro.
Non era successo - non era morta: l'aveva abbracciata, invece, esausto e rabbioso - uno spintone e l'ennesimo insulto - prima di chiederle dove potesse stare - non dormire - dopo tutta quella strada.
Jordan Fox guardò la schiena di Eddie Shaw allontanarsi e pensò che gli aveva spento con un bacio tutte le parole che avrebbe voluto dirle - stai zitto stai zitto stai zitto - per non dover rispondere a qualcosa che nemmeno lei era certa di voler sentire.
E infine, pensò a quanto avrebbe voluto che fosse rimasto ancora, con lei, sdraiato in quel letto a contarsi storie e cicatrici.



« Se tu vuoi un amico addomesticami. » 
« Che cosa bisogna fare? » domandò il piccolo principe. 
« Bisogna essere molto pazienti. », rispose la volpe. « In principio tu ti sederai un po' lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino. » 
Il piccolo principe ritornò l'indomani. 
« Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora. », disse la volpe. 
« Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità. Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore. Ci vogliono i riti. » 
« Che cos'è un rito? » disse il piccolo principe. 
« Anche questa è una cosa da tempo dimenticata. », disse la volpe. « E' quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore. C'e' un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza. » 

Così il piccolo principe addomesticò la volpe.