venerdì 30 maggio 2014

Just dreaming like we're animals.

Ha sognato una sirenetta, intrappolata nelle profondità di un lago ghiacciato - nei sobborghi di Capital City. Batteva contro il ghiaccio trasparente con mani sottili - troppo fragili - urlando tante bollicine, una sinuosa coda blu scuro guizzante di scaglie nella cristallina acqua della vasca. Capelli biondi come un'aureola, fluttuanti attorno a lei, una collana di conchiglie bianche - tesori conservati di una lei bambina - a serrarle il collo.

Ha sognato una gatta dal manto nero e gli occhi verdi, appostata famelica ai piedi di una voliera piena di tanti uccellini colorati; faceva dondolare la coda avanti e indietro, indispettita dalle sbarre; un sorriso gelido, sornione, che non arriva nemmeno ai baffi - agli zigomi, labbra scarlatte.

Ha sognato un grosso cane da caccia, pelo ispido e sguardo fiero; la rincorreva nel sottobosco, abbaiando e ringhiando come un'intera muta. Lei si intrufolava in una tana spessa, profonda - un fruscio di foglie verdi e arbusti sotto i polpastrelli -, la coda fulva gonfia di paura. Il cuore un tamburo da Guerra - quella che non ha mai combattuto.

Ha sognato un coniglietto bianco, orecchie lunghe e coda soffice, che aveva così tanto coraggio da avvicinarsi a lei e non aver timore di essere mangiato - di ciò che ha fatto in passato. Le dispensava consigli - cioccolatini - e le permetteva di riposare all'ombra del suo albero preferito - nel suo studio alla Blue Sun -, fremendo contro il suo collare come se non capisse fino in fondo perché una come lei dovesse avere quello a rovinarle la pelliccia.

Ha sognato un cerbiatto dagli occhi azzurri - grandi e selvaggi -, placido nel folto di quella stessa foresta, che la guardava da lontano e non si faceva avvicinare, guizzando via da una lama sbucata da chissà dove in un secco suono di ramoscelli. Lasciava ciocche di pelliccia tra i rovi. Lei lo seguiva, senza mai raggiungerlo davvero - nei vicoli di Maracay.

Ha sognato un lupo dal pelo scuro, gli occhi grigi - diverse sfumature - e l'aria solenne; lei abbassava le piccole orecchie contro il capo, intimorita, prima di affondare piano il naso contro la sua pelliccia del collo; nettamente più grosso di lei, ne riceveva in cambio uno sbuffo pigro - quasi volesse insegnarle come ci si comporta. Non poteva far altro che trotterellargli dietro, incuriosita - grata.

Ha sognato una volpe - uno un po' come lei -, pelo fulvo e aria saccente. Le girava attorno e le regalava un fiore - un braccialetto -, prima di spingerla con delicatezza a seguirlo: su per la collina, oltre il ruscello, fino ad un campo di papaveri rossi. E per la prima volta in tutta la sua vita, ha pensato che non ci fosse nulla di male a rotolarsi lì in mezzo assieme a lui e dimenticarsi di tutto il resto - di tutto il 'Verse.

Ha sognato una pantera, occhi neri e denti aguzzi - un Bronwcoat sulle spalle. La fissava dal folto della foresta, appostato nel buio, in attesa di una sua mossa falsa - un accordo e una promessa. Lei non era una volpe molto furba. Non ha avuto nessuno, purtroppo, che le insegnato che non si fanno patti con le pantere - un sentiero lastricato di sabbia e strane intenzioni. Il freddo cipiglio sul muso del felino le faceva arruffare il pelo.

Quando si risveglia di scatto in un letto a lei ormai noto, con qualcuno al fianco - il respiro tranquillo e regolare di chi ha un sonno chimico e non naturale -, si stupisce di non sentire sotto le dita la terra umida, i petali sgualciti dei papaveri, le foglie secche e gli aghi di pino del sottobosco. Ci mette giusto un istante a mettere a fuoco il soffitto candido della camera, nel buio solo di poco rischiarato dallo skyline notturno della capitale di Horyzon allineata fuori dalla finestra.
Silenzio. Respira.
Si accoccola contro la schiena di colui che ancora dorme e chiude di nuovo gli occhi.

lunedì 26 maggio 2014

Behind Blue Eyes.

La chiave nella toppa gratta leggermente verso sinistra quando la inserisce e gira per spingere la porta - barcolla appena, e questa volta non è la tequila.
Solo lo scodinzolare silenzioso di Tallio e i passi felpati di Tac sul pavimento la accolgono in una casa altrimenti vuota - « Vado su New London dai miei. Torno presto. »
Un vago ricordo del suo messaggio le formicola la mente, ancora distratta - stranita incredula - dall'ultimo e casuale incontro nei corridoi dell'Ospedale - non ricordarsi l'appuntamento e trovare tutt'altro.
Uno spettro in vestaglia seduto al bar, il fantasma della bionda e sorridente ragazza che ha conosciuto solo poco tempo prima in un parco - un ritratto e un sorriso, ditate di rosso sotto le lentiggini.
Gli occhi azzurri di Virginie sembravano aver prosciugato ogni traccia di colore dal suo viso - divorato da un terrore che nemmeno lei vuole sentir raccontare.

« Non te lo posso dire. Ma credo che lo verrai a sapere presto. »

Se li è sentiti addosso, brulicanti sulla pelle, e altri due paia le hanno fulminato la mente, nello spazio di un respiro trattenuto e un battito di ciglia.

Gli occhi azzurri di Andres - « Ispida bellezza di St. Andrew. » - che la guardano, tempestosi e preoccupati, nell'odore soffocante di umanità de La Bamba - nei vicoletti di Maracay.
Puttane, piume e papponi.
Il rumore delle percussioni, quella musica così sgraziatamente allegra in sottofondo ad una scena che di allegro non ha assolutamente nulla - i suoi capelli sparsi sul tappeto, il trambusto delle guardie, il dolore alla mano destra.
Gli occhi azzurri di Eddie - i suoi capelli rossi in cui passare le dita - che la fulminano in un ricordo sbiadito, prima che prendesse a pugni Ryan, prima che la piastrina di Nancy tintinnasse ai suoi piedi - assordante almeno quanto le sue stesse parole.
Gli aveva voltato le spalle ed era corsa fuori - ancora una volta - per non leggergli in fondo allo sguardo qualcosa che le avrebbe fatto troppo male.
Troppo, per chi ha semplicemente eseguito degli ordini.

In quell'istante in cui ha spezzato l'equilibrio - lei urla lui resta impassibile -, c'era un sentimento così intenso nei suoi occhi che l'è parso leggerle dentro capitoli di anima che lei non riusciva nemmeno a individuare, intere frasi scritte dalla sua mente, cancellate con mano ferma per non doverle riscoprire un giorno, per caso.
Era tornata perché stare lontana da lui, semplicemente, non riusciva a farlo - a costo di sentirsi la sua rabbia addosso.

« Usa quella cazzo di chiave, Jordan. »

Raggiunge la camera da letto tormentata da questi pensieri, forse per dormire, forse perché ha finito la superficie calpestabile e deve ricominciare da capo.
Sulla sedia alla scrivania, una camicia azzurra - E.B.S. sotto il taschino -, una felpa, tracce di qualcuno che è partito lasciandosi dietro una tranquilla quotidianità, di cui lei ha ricominciato da poco a far parte.
Il polpastrello traccia distrattamente le lettere ricamate sulla stoffa - allineare caramelle sulla mano di Virginie, quasi volesse aggiustarla. Pensa al candido palmo della reporter - mappe indiscrete dei sentieri di una parte dell'anima che doveva restare inesplorata da tutti.
La vecchia di Tartagal che le ha letto la mano anni fa - « Spirito feroce dagli occhi verdi. » - lo sapeva bene, quando le ha bisbigliato all'orecchio il suo futuro. Sapeva che certe strade, anche a conoscerle in anticipo, sono troppo tortuose, troppo difficili da percorrere.
Le labbra della donna sulle sue nocche, la sua silenziosa gratitudine - un passato a Baton Rouge che non racconta mai a nessuno.
Il turbamento di lei all'arrivo di Lars, che sembrava sapere qualcosa riguardo ciò che l'è successo - nuvole torbide dietro i suoi occhi azzurri.
In un impeto istintivo, recupera il suo blocco e inizia a disegnare - grafite su carta ruvida, dita macchiate di polvere grigia.
Disegna ciò che ricorda, disegna ciò che ha visto, disegna ciò che ha sentito a fuoco sulla pelle.
Finirà alle prime luci dell'alba, foglio dopo foglio, finché non sarà soddisfatta.
Eddie, al suo ritorno quel mattino stesso, troverà Jordan appisolata sul tappeto del salotto, circondata da fogli strappati e l'armadio completamente sottosopra, come se qualcuno avesse dormito lì dentro.

mercoledì 7 maggio 2014

Deep in the back of her mind.

Jordan chiude gli occhi e improvvisamente è di nuovo bambina.
Ha undici anni, un vestitino blu e le ginocchia sbucciate. E' la festa di Thyatira, le barche dei pescatori escono in processione, una dopo l'altra, sul vasto mare buio punteggiato dalla luce delle lanterne di carta. Quando sono al largo, guarda le luci librarsi leggere nell'aria fresca di una sera d'estate, un ringraziamento vecchio come il 'Verse ai primi Coloni, quelli sbarcati su Whitmon dopo il Terraforming, quelli che hanno cominciato a spargere casette come sassolini sulla terra brulla di quell'isoletta.
Nik, il solito Nik, l'ha spinta giù dai gradini lastricati che dalla piazza principale si tuffano per i vicoletti del paesino fino al molo di legno, unico porto dell'isola; l'ha spinta per arrivare primo, e solo Thomas si è guardato alle spalle per controllare che non si fosse fatta troppo male. Thomas dagli occhi blu e i capelli neri, Thomas che la chiama per nome e alza le spalle ai suoi capelli corti - « Non stai male, comunque. ».
Una zazzera bionda e spettinata - gli scherzi di Elija, le risate e una gomma da masticare impigliata tra le ciocche color miele - che si era tagliata da sola, senza nemmeno guardarsi allo specchio.
Jordan osserva le lanterne finché non sono sparite nella manciata di stelle sparse sul cielo, velluto blu scuro, prima di far scivolare apparentemente distratta gli occhi verdi nella folla gremita sul molo di legno - sua madre in un angolo flirta con uno sconosciuto che non la guarda nemmeno -, cercando la sagoma di Tom, da qualche parte. Forse è molto più interessante lui, rispetto alle lanterne.

Jordan chiude gli occhi e improvvisamente è di nuovo ragazzina.
Ha diciassette anni, i capelli rosa e le braccia traforate di buchi. Switch fino a perdere i soldi - il senno il rispetto il controllo. La dignità, quella l'ha già smarrita da qualche parte quando ha accettato di far marchette per Tulio - « Sono per tutti e due, chica, per tutti e due. » -, che si mangia ogni soldo che lei riesce a tirare su scopando con chi decide che vale qualche pesos, al Sangre Amaro in quel di Tartagal.
E' ferma in un vicolo, la schiena nuda contro il muro di lamiera di una delle baracche, le mani strette contro il seno acerbo, il tessuto di una canottiera che una volta aveva tutta la stoffa al punto giusto - non tutti quelli che la pagano sono gentili. Ha uno zigomo pesto - le donne le trattano a ceffoni, al Sangre Amaro - e le banconote stropicciate infilate tra le dita, quasi qualcuno dovesse strappargliele di dosso. Sta cercando di riprendere fiato - inspira espira ispira espira - per andarsene a casa. Non prima di essersi infilata qualche soldo nelle scarpe, dove Tulio non guarda mai. Se per comprarsi altra Switch senza di lui o per farci altro, non è dato sapere.

Jordan chiude gli occhi e improvvisamente è di nuovo ragazza.
Ha ventun'anni, un collare al collo e tanta paura. E' sdraiata su un letto di pellicce, circondata da tre donne anziane che parlano un dialetto stretto di St. Andrew, qualcosa pieno di consonanti e dalle vocali particolarmente aperte. Le piazzano in mano una ciotola di legno colma una bevanda bianca, piuttosto pastosa e dal profumo di latte - « Latte di Luna. » -, ordinandole di berla tutta, fino all'ultima goccia. Farà morire il bambino, riesce a capire a stento, mentre una delle donne le piazza una mano sulla pancia ancora piatta e strofina un paio di volte, recitando una preghiera a lei sconosciuta.
Non è del tutto sicura di volerlo fare, di voler tagliare via quel qualcosa che il suo padrone - Ebwar - le ha piantato nel ventre. Non ha mai riflettuto sulla questione, sull'avere un bambino.
Non lo voglio un bastardo come me.
Svuota la ciotola in un paio di sorsi, storcendo la bocca per l'amaro che le gratta la lingua. Si beve svelta ogni rimpianto di cancellare una vita, spalleggiata dall'egoistica rassicurazione che, comunque, il liberarsi del bambino era un ordine diretto dell'Orso suo Padrone. E per una schiava, questo è già abbastanza.

Jordan chiude gli occhi e improvvisamente è di nuovo lei.
Ha venticinque anni, la pelle dorata dal sole e un lampadario di conchiglie sospeso sul soffitto. Le labbra di Eddie sulla spina dorsale - schiena intrecciata di cicatrici e lentiggini - sgranano le vertebre come grani di un rosario, e le preghiere sono le fusa che sta facendo lei - capelli arruffati e profumati delle lenzuola di lino. La conchiglia bianca che gli ha regalato penzola da un cordino di cuoio, solleticandole la pelle nuda. Whitmon è un angolo di paradiso, lontano da tutti e da tutto quanto anche se solo per una settimana - troppo poco per la pace, troppo senza risposte al suo cortex.
Il silenzio di Lars Wolfwood è l'unica cosa che incrina la sua serenità, ma la bocca del medico che l'è sdraiato addosso torna a reclamare la sua più completa attenzione. C'erano state volte in cui si erano strappati gli abiti di dosso come se fossero stati imbevuti di acido corrosivo e volte in cui non erano nemmeno arrivati a spogliarsi; volte in cui il sesso era stato come un regolamento di conti, la richiesta di una resa - « Non te ne andare. »; c'erano state volte - molte volte - in cui lui le aveva ceduto il controllo, imposto con la tenerezza e la passione, e volte in cui aveva combattuto e la gioia era stata identica sia nella sconfitta che nella vittoria.
Quella particolare mattina, tuttavia, è ben lieta di arrendersi subito e baciargli sulle labbra l'ultimo respiro.

Jordan riapre gli occhi e ciò che vede davanti a sé è la parete screpolata di una cella dei sotterranei di Hall Point.
E' seduta per terra, ha la nuca spalmata contro il muro che confina con la cella di fianco, il naso rotto e una costola incrinata. La canottiera blu stinta ha il bavero macchiato di sangue rappreso che l'ennesima testata di Marshall Lee ha deciso di regalarle.
Tende stancamente una mano verso le sbarre - tintinna un braccialetto d'argento al polso sinistro -, senza volerci davvero arrivare. Lancia una tazza, invece, per far rimbombare metallo contro metallo e svegliare l'occupante della "stanza" accanto - acqua che avrebbe dovuto bere finisce sul pavimento.

« Sveglia Lee, brutto cazzone, dormi da morto. »

Per lo meno, questa volta ha qualcuno con cui parlare. O a cui dare fastidio.

mercoledì 30 aprile 2014

Bones.

Chernenko.
In bocca a Jordan, l'aspro suono che dovrebbe avere quel cognome - figlia di Koroleva - suona molto più dolce, una sinfonia di vocali nel silenzio del Tempio di Hanshan.
Grani di ematite sgranati tra dita sottili, grilli e preghiere nel giardino silenzioso.
Il capriccio di strapparle quella mala di dosso e portarsela via, un guizzo dispettoso per uno sfizio casuale - il prezzo di volere qualcosa e non avere filtri, e il Rosso ne sa qualcosa.
Glissare negare non parlare.
L'ossario che secondo Elian nasconde Lars Wolfwood comprende di sicuro meno scheletri di quello della schiava - gli occhi di bronzo dei Buddha nella Sala dei Re Celesti la fissano senza vederla.
Jordan Fox non si sottrae al giudizio di nessuno, ma non sopporta quello della reporter che le sta davanti scalza e le impedisce di estrarre una pistola con la sua arma migliore: la lingua - parlantina che lei non avrà mai, da qua ad un milione di anni.
La tentazione - selvatica e predatoria - di seguirla fino a ovunque abiti per avere quel braccialetto.
Elian Chernenko crede di sapere chi sia il suo padrone - quella che mette insieme i pezzi -, ma anche se è certa di essere ad un passo dalla verità, nessuno può sapere davvero chi sia. Nessuno.
Guardare negli occhi di Wolf è fissare a lungo nel buio e attendere pazientemente una qualunque scintilla.
E lei, in numerosi sospiri, l'ha vista.


« Puoi mettere insieme tutti i pezzi che vuoi, farti tutte le ipotesi di questo 'Verse e affondarci fino al gomito in qualunque storia tu stia cercando, dolcezza. Si dice che chi alza troppo la testa dove non dovrebbe, rischia di vedersela tagliata via. »

« Se cadranno delle teste, Layla, di sicuro non sarà la mia. »



domenica 6 aprile 2014

I wish that we could lay right here.

Safeport, Sunset Tower, 2516


Jordan Fox guardò la schiena di Eddie Shaw allontanarsi a bordo del Wyoming, allo spazioporto su Sunset Tower, sparire inghiottito dall'Airlock dopo averle rivolto un ultimo cenno, e pensò ad un numero indefinito, morbido, aggrappato ai polpastrelli.
Solo qualche ora prima, contava lentiggini su quella schiena e tracciava linee invisibili con i polpastrelli per disegnare costellazioni, simboli, seguendo i sottili graffi che lei stessa gli ha inciso nella pelle - brucerebbero di più se non ci fossero, probabilmente.
Solo qualche ora prima, seguiva in silenzio quel "quattro" inciso nella scapola - angherie da collegio maschile -, altri segni sottili e più discreti rispetto all'intreccio che solca la sua, di schiena - una schiava rovinata porta meno guadagni.
Guardò la sua schiena e pensò a Saren - morto morto morto -, pensò al maglione verde scuro che nasconde nella sacca e che mette più spesso di quanto vorrebbe.
Pensò che non era giusto guardarlo soffrire così, in silenzio, ora dopo ora strappata a Morfeo. Lui che anche tra le sue braccia aveva voluto aspettare un giorno per poter toccare un'altra insonnia e vedere se fosse meno dura di quella a cui era abituato. Lui che aveva attraversato l'ennesima notte come una strada, smarrita da qualche parte - tra i suoi baci e i suoi sospiri - per arrivare al mattino.
Pensò che fosse dannatamente ingiusto che Saren fosse morto e avesse lasciato il medico - loro - a dannarsi per ingoiare qualcosa che non voleva saperne di andare giù - né con la Blast né con l'insonnia.
In quella stanza malmessa nell'Affittacamere vicino al Black Market non c'erano finestre abbastanza grandi da cui cercare stelle da seguire nella mappa del cielo - non c'era un cielo, oltre la nebbia di Sunset Tower -, così lui era rimasto a guardare nel buio, ricordandosi che intorno non c’era il vuoto e non stava davvero galleggiando nel nulla.
C'era Jordan, addosso a lui - un respiro placido sul collo, fusa sommesse, sonno senza sogni.
Si erano rotolati nelle lenzuola per un paio di giorni - un bozzolo ruvido - senza pensare ai problemi - lui che non dorme lei che non mangia - o a cosa sarebbe successo domani.
Guardò la sua schiena e pensò a come lo aveva accolto, solo quarantotto ore prima, dopo due anni in cui l'ultima parola che le aveva sentito dire era stata "Ci vediamo" - inghiottita dalle Prigioni di Safeport, senza dirgli nulla.

« Promettimi che non mi odierai, qualunque cosa accada. »

Jordan non lo sa, forse, ma la capacità di strappare promesse simili a qualcuno è un dono raro - faccia da schiaffi. Ed è ancora più raro trovare qualcuno che le mantenga davvero.
Avrebbe avuto tutti i diritti di odiarla quando gli ha sputato in faccia la verità, quella scomoda, quella che Eddie ha seppellito giù, da qualche parte, in un cassetto buio che non lo fa dormire - non dormo, non perdo il controllo.

« Sono morti, Shaw. Crepati, andati, sono fottutamente morti. »

Ferirsi - e sapeva, con l'infallibile istinto della vittima di se stessa, che sarebbe successo - equivaleva a lasciare che il veleno di quelle parole - la tristezza - le contaminasse le vene. 
Senza speranza d'antidoto, sarebbe morta piano nell'intervallo infinito tra quella notte e il suo sguardo addosso o nello spazio tra l’inizio e la fine del sospiro spezzato che le aveva ringhiato contro.
Non era successo - non era morta: l'aveva abbracciata, invece, esausto e rabbioso - uno spintone e l'ennesimo insulto - prima di chiederle dove potesse stare - non dormire - dopo tutta quella strada.
Jordan Fox guardò la schiena di Eddie Shaw allontanarsi e pensò che gli aveva spento con un bacio tutte le parole che avrebbe voluto dirle - stai zitto stai zitto stai zitto - per non dover rispondere a qualcosa che nemmeno lei era certa di voler sentire.
E infine, pensò a quanto avrebbe voluto che fosse rimasto ancora, con lei, sdraiato in quel letto a contarsi storie e cicatrici.



« Se tu vuoi un amico addomesticami. » 
« Che cosa bisogna fare? » domandò il piccolo principe. 
« Bisogna essere molto pazienti. », rispose la volpe. « In principio tu ti sederai un po' lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino. » 
Il piccolo principe ritornò l'indomani. 
« Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora. », disse la volpe. 
« Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità. Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore. Ci vogliono i riti. » 
« Che cos'è un rito? » disse il piccolo principe. 
« Anche questa è una cosa da tempo dimenticata. », disse la volpe. « E' quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore. C'e' un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza. » 

Così il piccolo principe addomesticò la volpe. 


domenica 30 marzo 2014

Cell Block Tango.

La prigione di Sunset Tower, su Safeport, è umida e malsana - la bella umanità tutta riunita assieme.
Probabilmente è colpa della nebbia, chimica e infetta, che filtra attraverso i muri e impregna tutto quanto, talmente densa che sembra quasi di respirare acqua e scarichi industriali. E forse, non è neanche tanto lontano dal vero.
Il suo "dirimpettaio" si chiama Colin e ha perso l'orecchio sinistro nella Prima Guerra; non ha potuto combattere la Seconda perché ha deciso che ammazzare a colpi di shotgun quelli che hanno provato a scassinare il suo negozio di pegni valeva più di un ritorno in Trincea Indipendentista.
Tanto è altisonante il nome, tanto peggio è colui che lo porta.
Le ha raccontato che la madre era persa per uno sceneggiato alla holovisione, qualcosa di vecchissimo proveniente direttamente dalla Terra-che-Fu. Poi ha fatto un commento acido e misogino sulla stupidità femminile e Jordan ha smesso di ascoltare.

Colin la odia, probabilmente - « Pirati, la feccia del 'Verse. » -, ma ciò non gli impedisce di parlarle al di là delle sbarre, di sbottarle contro quando tira la catena che le tiene fermo il polso destro fino a scorticarsi la pelle - « Fai troppo baccano. » -, di minacciarla con una sorta di burbera preoccupazione - « Se ti fai violentare da qualcuno, Foxey, poi ti violento io. »
Jordan non ha mai capito quanto delle sue parole fosse strana e contorta apprensione e quanto semplicemente un aspettare il via libera da qualcuno più coraggioso di lui - l'ha vista prendere a calci Marshall Lee, selvatica e rabbiosa, prima di fracassarsi le costole sotto un pugno di Moloko.
Colin le ha fatto compagnia mentre spaccava pietre, mentre sputava sangue in un angolo della cella - pavimento macchiato e tormentato -, mentre rifiutava di mangiare l'ennesimo rancio a dir poco commestibile.
Colin ha scontato la sua pena giusto tre settimane prima di lei; è arrivato un Deputy ad aprirgli la cella - singola, una delle poche fortune in quel posto - e a scortarlo all'uscita, prima di riprendere i suoi pochi averi. Passando davanti alla cella di Jordan, ha chiesto un minuto al secondino, che gliel'ha concesso di malavoglia.
Ha allungato una mano attraverso le sbarre, quasi volesse raggiungerla - catena troppo corta e sospiro troppo lungo. Le ha regalato un consiglio e un sorriso sghembo, macchiato di tabacco.

« Se devi continuare a fare la cagna di qualcuno, assicurati che la catena non sia troppo corta. »

~

L'aria fuori dalla cella è fin troppo rarefatta, niente odore di piscio e sofferenza - nebbia velenosa densa ma leggera.
Sacca in spalla e stomaco stretto, niente arma al fianco - divieto permanente di porto d'armi.

Come sentirsi nuda e vulnerabile con ancora tutti i vestiti addosso.
E' allontanandosi dalla prigione, svelta, che coglie il suo riflesso in un vetro incrostato della baracca d'angolo - uno spettro di ossa e rabbia le restituisce lo sguardo, verdi occhi annegati nella diffidenza. Il successivo sfarfallio delle ciglia bistrate di nero le fa scivolare quella stessa occhiata sul muro del medesimo edificio.
Si pietrifica.
Sulla parete screpolata, affacciata sulla strada, spicca ancora la sua faccia - quella di un paio di anni fa - appesa storta, mezza scollata e ingiallita - un nugolo di gente affissa alla parete, fantasmi di un passato lontano.
Quello stesso passato che Ivan Volkov le ha sentito confessare, senza esitare troppo, pentendosi parola dopo parola ma seguendo un impulso che non riesce a soffocare - Jordan Fox non sa mentire.
L'impulso atavico, viscerale - subito sfogato - è afferrare un lembo di carta e strapparsi via, farsi a pezzi e calpestarsi mentre sparisce lungo la strada, senza guardarsi indietro - esattamente come Safeport ha fatto con lei.
Tagliare la catena, direbbe Colin, fa un male fottuto.


I am not what I've done - what I've become.
The smoking gun - Can't fight these bad intentions.

domenica 16 marzo 2014

Tra Demoni privati e Santi extra vangelo.

Con la magica polverina bianca, tutto quanto sembra normale, sopportabile. Tollerabile.
Il momento peggiore, invece, è quando la Blast smette di fare effetto.
Affogare in una vischiosità bianco latte, poi nero, poi un pugno allo stomaco quando l'astinenza morde sotto la pelle, mangiandosi via pezzi di coscienza e ricordi che vorrebbe solamente lasciare sul fondo di una bottiglia. E' lì che ha cercato la sua libertà - la sua dignità - ma ci ha trovato solo un ritorno inesorabile alle origini. Jordan Fox dimentica troppo spesso, quando fruga nelle sue viscere, che chi l'ha rimessa insieme si è perso pezzi per strada che nemmeno l'alcol può recuperare.
Senza regole, senza controllo, senza un collare.
E' stato Lars a raccattarla in una bettola di El Paso, persa in un quadro astratto - pastoso il colore sulla tela, rosso scarlatto magenta porpora carminio sangue.
E' stato lui a rimetterle un anello al collo e una penna in mano - « Firmalo. »
E' stato lui a medicarle, in silenzio, ferite che sanguinavano silenziose solo in fondo al suo stomaco - labbra sulla fronte, respiro tra i capelli.
E' stato invece Eddie a spingerla a non farsi più - testate e baci di scuse, tequila e stordimento.
E' stato lui a cui ha dovuto scrivere che se ne andava, che partiva, che non poteva rispettare la promessa - « Non costringermi a venirti a riprendere. »

Cagna randagia, 'che anche un padrone nuovo non cambia ciò che è - « E' ancora la sua cagna. »
E' il secondo che la lascia andare e che si porta via una parte di lei - non rimarrà più nulla se non ossa e rimpianti, sangue e rabbia.
Ha scelto spontaneamente di consegnarsi ai Browncoats - Giacchemmerda -, ignorando il messaggio del Dottore« Può venire quando vuole, abbiamo stabilito la sua terapia. » - che le consigliava di disintossicarsi, di farsi aiutare. Ha scelto la cura più drastica: tuffarsi a capofitto nel passato e farsi chiudere in una cella quadrata senza possibilità di uscire - levarsi una taglia che cominciava a starle stretta per ciò che le ricordava costantemente.
Il pestone alla schiena di Ivan Volkov le ha fatto scricchiolare le vertebre, ad una ad una, tenute insieme solo dal pugno che rapido e senza domande - « E' lui il vostro cane rabbioso? » - Klaus le ha schiantato alla bocca dello stomaco.
La fame d'aria arriva proprio quando in realtà avrebbe solo voluto parlare e urlare e bestemmiare, ma l'unica cosa che è riuscita a fare è stato tossire nella polvere di Nedmore Town, accasciata come un giocattolo rotto.
Si è già rotto qualcosa alle parole di Del« Ho provveduto alla cremazione. » -, 'che non riesce a pensare ad altro che non siano i pezzi della Enkeli sparsi per tutto Polaris.
Lena, Ren.
Le mani di Saren - morto morto morto - era ciò che voleva sentirsi addosso, e non quelle di Volkov che l'ammanettava mormorandole all'orecchio fantasmi - « Eri tanto affezionata a Petra Jimenez? » - che ha ingoiato e digerito ormai molto tempo fa. O così credeva, prima di pensare che le mani di Ivan, sulle sue braccia, bruciano più delle sue parole.

« Spero che tu ne esca meno patetica di come ci stai entrando. »

Marshall Lee e la sua faccia da schiaffi - il suo mormorio crudo all'orecchio - sono l'ultima cosa che vede prima che la sbattano in una cella a Sunset Tower - un vestito arancione e una catena al polso -, prima che se ne vada biascicando qualcosa al crucco che l'ha strattonata fin lì.
L'ultima cosa, prima che si curvi sul freddo pavimento e vomiti, finalmente, tutto il suo disprezzo e la sua disperazione - il dolore allo stomaco che le martella le tempie.

« Dille che se si presenta su Safeport, non la perdonerò mai. »